Il 19 febbraio presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, Franco Berardi (Bifo) ha presentato il “manifesto del dopofuturismo”. Hanno preso parte alla conferenza di presentazione testo Domenico Quaranta, Tommaso Tozzi, Pier Luigi Cappucci, Matteo Chini e Giacomo Verde.

Per l’occasione è stata allestita all’interno dell’Accademia una mostra curata da Massimo Cittadini, in cui sono state esposte istallazioni e video realizzati dagli studenti dell’Accademia. Il giorno dopo, esattamente a un secolo di distanza dalla pubblicazione del manifesto futurista, il testo è stato presentato dallo stesso autore a Roma nella sala Luigi Pintor della sede di Carta. Gli altri relatori della conferenza erano Renato Piccolini, Gianluca Peciola e Pierluigi Sullo.

Si tratta di un manifesto già circolato in rete nei giorni precedenti ai due eventi. Un’operazione di riscrittura ironica del testo fondatore di un’avanguardia che non si propone, naturalmente, di essere alla base di una nuova avventura avanguardistica, ma al contrario cerca di concludere un’importante esperienza artistica del novecento in modo irriverente, facendo sostanzialmente il verso a se stessa. Questa riscrittura tiene conto dell’ingombro retorico del testo originale, cercando di mantenerne il ritmo e la sonorità: evidentemente, però, l’aggressività e il machismo del manifesto futurista vengono meno, non solo attraverso l’introduzione di nuovi argomenti, ma anche attraverso un’idea di vita quotidiana moderna completamente differente.

Questo nuovo manifesto diventa un pretesto per avviare un dibattito su tematiche più ampie e attuali. L’importanza di questi argomenti e l’ironia dell’operazione, rendono plausibile e anche divertente l’idea di poter essere dopofuturisti solo per l’arco di poche ore, continuando però a riflettere su cosa è il futuro ai tempi dell’onda.

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Loretta Borrelli: Durante i giorni che hanno visto le celebrazioni del centenario del manifesto futurista, il manifesto del dopofuturismo propone un’analisi critica di questa avanguardia, a dispetto delle maggior parte delle iniziative sul tema. Tuttavia, l’operazione ha destato non pochi sospetti, soprattutto in chi si occupa di arte e comunicazione. Per questo motivo la prima domanda mi sembra d’obbligo. Perché la scelta di riscrivere il manifesto futurista per comunicare tematiche molto distanti da quella avanguardia?

Bifo: In questo manifesto, non è il futurismo in quanto movimento artistico che mi interessa. È il futuro il tema che vale la pena di enfatizzare. Il fatto che il caso ci fornisca la possibilità di intervenire sull’attenzione della stampa, di chi si occupa d’arte e di chi si occupa di comunicazione, è un elemento da sfruttare. Il futurismo mi ha sempre interessato. Mi è sempre sembrata non solo la prima avanguardia consapevole, ma anche un’avanguardia che accentuava in maniera più enfatica il rapporto tra produzione artistica e dimensione produttiva, economica e sociale. A questo si aggiunge il fatto che, comprensibilmente, le celebrazioni del futurismo sono oggetto di attenzione per il ceto culturale che oggi detiene il potere. Basti guardare a come la Giunta Alemanno e l’assessore alla cultura di Roma, Umberto Croppi, hanno colto in maniera del tutto prevedibile questa occasione.

Prima di tutto mi è sembrato indispensabile ricordare che il futurismo non è solo fascismo, il futurismo è “anche” fascismo. Sarebbe stupido negare una continuità tra movimento futurista italiano e sbocco politico fascista. Tuttavia il futurismo non è solo quello, in Italia, e, soprattutto, in una dimensione internazionale. Cento anni dopo, noi dobbiamo cogliere qualcosa dell’esperienza futurista che non sia semplicemente la sua continuità con il fascismo. Il tema centrale del futuro è ciò che rende il futurismo attuale. Cogliamo questa occasione non per celebrare un’avanguardia di cento anni fa, ma per misurare la distanza con quello che è accaduto. Il futuro è ancora quello di una volta? E qui si apre la questione di cui il manifesto cerca di parlare.

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Loretta Borrelli: Il tempo, infatti, sembra essere il soggetto principale di questo manifesto. Ma si tratta di un cybertempo, cioè di un tempo che è proprio dei processi di produzione del semio-capitale. Nel manifesto sembra che si prenda atto di questa nuova condizione oggettiva all’interno della quale avviare altri processi.

Bifo: Dobbiamo essere capaci di collocarci sul piano della trasformazione biopolitica che il capitalismo ha vissuto nell’arco di questi cento anni. Il tempo del futurismo è essenzialmente quello della macchina oggettiva esterna, dell’automobile, della catena di montaggio, del tornio, di tutti questi oggetti che accelerano l’esteriorità del tempo umano. Noi oggi viviamo in una dimensione completamente diversa, la macchina non è più l’automobile o il treno o l’aeroplano. La macchina è la macchina biopolitica, nanotecnologica. Abbiamo a che fare con un’accelerazione interiore che è resa possibile dalle tecnologie di comunicazione e dalla psico-farmacologia. Si tratta di tempo accelerato come tempo interiore, come tempo biopolitico, non più semplicemente tempo esterno. Nel manifesto c’è una constatazione oggettiva di come il mondo e la macchina siano cambiati in questi cento anni; dobbiamo essere capaci di operare a questo proposito un’elaborazione politica, ma anche poetica e linguistica.

Il futurismo, sia quello russo che quello italiano, hanno comprensibilmente esaltato la velocità per insistere sulla necessità di adeguare il corpo e la mente umana alla velocità della macchina esterna. Noi oggi abbiamo un problema che è completamente rovesciato. Dobbiamo riconoscere che la macchina esterna è un elemento di arretratezza rispetto alle potenzialità dell’umano biopolitico. Dobbiamo sganciare la potenza biopolitica del sapere collettivo contemporaneo, dalla paralisi del capitalismo, dal peso della macchina esteriore e dalla lentezza del tempo uniforme che ci costringe ad essere in fabbrica quando suona la sirena alle otto del mattino. Non c’è più bisogno di tempi uniformi, non c’è più bisogno della macchina esterna. C’è bisogno di una definitiva liberazione delle potenzialità produttive e sensibili del corpo e della mente umana che vada oltre la dimensione macchinica del pensiero futurista. In questo senso il tema non è più quello del tempo, il tema diventa quello della temporalità singolare. Delaunay disse che il futurismo italiano era in grado di interpretare le novità tecnologiche implicite nel cinema: c’era come una benedizione bergsonaniana all’inizio del futurismo italiano, di cui i futuristi stessi erano molto consapevoli.

Se oggi leggiamo Bergson, come lo ha riletto Deleuze, ci rendiamo conto che non sta parlando del tempo oggettivo, ma sta parlando essenzialmente della temporalità singolare. Riprendiamo allora la dimensione futurista liberandola dal suo passatismo. Il passatismo è quello dell’idea della velocità, dell’automobile, del treno. Tutta ferraglia da lasciare al novecento.

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Loretta Borrelli: Il manifesto futurista proponeva un atteggiamento, una modalità di vita in cui il concetto di velocità avesse un ruolo centrale. Questo manifesto invece quale atteggiamento propone, a cosa invita?

Bifo: È un invito a uno svincolamento, a un’autonomizzazione. In questo ci viene in aiuto l’intero lavoro di Foucault riguardo alla creazione di un rapporto di dipendenza tra il corpo-mente e le istituzioni del tempo uniforme, che si concretizzano nel carcere, nella scuola, nel manicomio, nella fabbrica, etc. Il futurismo prende atto dell’avvenuta integrazione tra tempo uniforme e corpo-mente collettivo. Poi il novecento ci ha portato fuori strada. Oggi dipendere dal tempo uniforme significa consegnarsi all’impotenza, alla paralisi. La prova di tutto questo sta nell’automobile. Se a una considerazione superficiale essa può apparire come simbolo della compiuta mobilitazione industriale del corpo, come l’oggetto che rende possibile la velocità, nella realtà odierna l’automobile è la prova evidente della lentezza, della paralisi, della nevrosi, del passato industriale. Le temporalità singolari devono vivere il proprio ritmo, sia esso veloce o lento. Non è nostro dovere e compito stabilire un tempo medio sociale: il tempo singolare non dipende più, infatti, da una norma sociale.

Nel sistema industriale quella dipendenza era inevitabile, ma nel mondo della rete, nel mondo dell’accelerazione assoluta resa possibile dalle nuove tecnologie, questo rapporto non è più necessario. Alvin Toffler ha descritto nel 1980, in La terza ondata, l’inizio di questo processo di desincronozzazione. Con la catena di montaggio i corpi si sincronizzano al ritmo che essa impone, ma quando la produzione dipende da macchine automatiche e il lavoro umano è semplicemente lavoro di progettazione e di intervento creativo, a quel punto non è più necessario sincronizzarsi alle macchine e il cervello umano può recuperare la libera temporalità che gli è propria. Si potrebbe tradurre in termini politici molto concreti: noi siamo abituati a pensare che è necessario dipendere dal ciclo della produzione sociale. Questo non è più vero; ciascuno di noi deve essere consapevole del fatto che il massimo dell’espressione e della produttività dei saperi consiste nella autonomia dei tempi singolari, non nella dipendenza dalla macchina.

Purtroppo c’è una cosa che ancora ci trattiene, ed è questa cosa si chiama salario, cioè il fatto che continuiamo ad essere costretti a dipendere dal tempo di lavoro prestato per la nostra sopravvivenza. Penso che la crisi nella quale siamo entrati distruggerà definitivamente la forma salario. Questo è l’oggetto della battaglia che ci attende.

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Loretta Borrelli: In relazione alla poesia nel manifesto c’è scritto: “Non vi è più bellezza se non nell’autonomia. Nessuna opera che non esprima l’intelligenza del possibile può essere un capolavoro. La poesia è un ponte gettato sull’abisso del nulla per creare condivisione tra immaginazioni diverse e liberare singolarità”. È stata utilizzata la definizione che Deleuze usa per parlare dell’amicizia: che valore assume questa definizione associata alla poesia? Qual è la relazione con l’autonomia?

Bifo: Pensavo infatti a “Che cos’è la filosofia” di Deleuze e Guattari, i quali dicono proprio che l’amicizia è condivisone di un percorso che non esiste e, che, quindi, è creazione di quel percorso. In realtà questo è esattamente ciò che, nel senso etimologico, chiamiamo poesia. La poesia è l’attività capace di costruire il ponte sul quale gli amici camminano mano nella mano. C’è una cosa che è dell’amicizia, ed è il camminare mano nella mano, cioè condividere un percorso: e c’è una cosa che è della poesia, ed è la costruzione del ponte sul quale gli amici camminano. C’è un proprio della immaginazione creativa, che è quello di immaginare in quale direzione stiamo andando, e poi c’è un proprio del movimento che è quello di camminare su quel ponte che l’immaginazione creativa ha costruito. Il compito dell’immaginazione creativa, cioè della poesia, in questo momento è gigantesco. Noi dobbiamo costruire un ponte sull’abisso che il capitalismo neo liberista ha creato.

Come possono le singolarità acquistare forza di maggioranza se non sono capaci di innervarsi secondo singolarità all’interno della comunicazione dominante? Possiamo pensare che i movimenti rimangano semplicemente dei processi di fuga e di singolarizzazione in esodo? E che non riacquistino una forza di determinazione centrale dei processi? È stato così negli anni novanta e nei primi anni del duemila, quando, in fondo, il movimento era soprattutto protesta etica, ricerca di zone di indipendenza, di zone temporaneamente autonome.

Oggi non abbiamo bisogno di zone temporaneamente autonome, ma di zone definitivamente autonome. Abbiamo bisogno di istituire un processo che non è la nostra volontà ma che è la catastrofe del capitalismo globale. Questa è una cosa che facciamo ancora fatica a vedere appieno. Quello che sta accadendo richiama sulla scena l’autonomia non come fenomeno di esodo di una minoranza che si allontana, ma come rovesciamento della situazione sociale dominate. Noi siamo chiamati ad un compito di maggioranza nei prossimi mesi.

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Loretta Borrelli: Per quanto riguarda la relazione tra arte e vita quotidiana nel manifesto c’è scritto: “Vorremmo fare dell’arte forza di cambiamento della vita, vorremmo abolire la separazione tra poesia e comunicazione di massa, vorremmo sottrarre il dominio sui media ai mercanti per consegnarlo ai sapienti e ai poeti”. Il riferimento è alla comunicazione di massa. È possibile che questa diventi insieme alla poesia il mezzo attraverso cui avviare il cambiamento della vita?

Bifo: Questo punto segnala il fatto che abbiamo superato le avanguardie del novecento, ma poi una memoria delle avanguardie ci rimane, soprattutto del dadaismo. Il grido dadaista di Christian Tzara: “abolire l’arte; abolire la vita quotidiana; abolire la separazione tra arte e vita quotidiana”, rimane come una traccia da non disperdere del tutto. Il problema del rapporto tra arte e vita quotidiana è attuale ed oggi si presenta nella forma pervertita della pubblicità, della televisione, della comunicazione di massa. Il futurismo eredita dal simbolismo la consapevolezza della specificità del linguaggio, mettendola a frutto sul piano comunicativo per creare un linguaggio attivo, aggressivo, in un ultima analisi, pubblicitario. Elabora in termini politici ciò che il simbolismo aveva elaborato in termini puramente poetici. Il futurismo sta all’inizio della pubblicità e della propaganda politica.

In che modo oggi ci poniamo il problema del rapporto tra vita quotidiana, arte e media? I media sono l’elemento di raccordo tra l’arte e la vita quotidiana. Per questo rivendichiamo il potere della creatività non dipendente, della creatività autonoma sul sistema mediatico. È la battaglia che ha iniziato il mediattivismo negli anni novanta.

Il carattere potenzialmente sovversivo del linguaggio, della vita quotidiana, è stato analizzato in questo movimento in una direzione che non è quella della contrapposizione dello slogan ideologico allo slogan pubblicitario, ma che è, piuttosto, quella della decostruzione del messaggio pubblicitario legato a tutte le sfumature del detournement . Probabilmente questa pratica oggi giunge ad un salto, si tratta forse di trovare la modalità linguistica adeguata al passaggio che viviamo. Il mediattivismo ha accompagnato una fase essenzialmente minoritaria del movimento, la fase della dimostrazione etica: Seattle, il 15 febbraio del 2003. Una fase in cui il movimento era essenzialmente protesta etica e autonomia minoritaria. Sono convinto del fatto che oggi stiamo passando ad una fase completamente nuova, in cui il movimento deve essere capace di esprimere in maniera maggioritaria le potenzialità del sociale. La scoperta che dobbiamo fare prossimamente è con quale linguaggio.

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Loretta Borrelli: Quando scrive: “Noi vogliamo cantare l’uomo e la donna che si accarezzano per meglio conoscersi e per meglio conoscere il mondo”, i corpi diventano lo strumento per la conoscenza del mondo, ma guardando ai suoi scritti precedenti si pone un problema. In quei testi, l’analisi della mutazione del sistema cognitivo è analisi del passaggio dalla mente congiuntiva alla mente connettiva. La congiunzione è contatto tra corpi che creano le regole della relazione mentre la vivono. La connessione è interfacciamento di entità compatibili le cui regole di funzionamento sono iscritte nel codice. La congiunzione è corpi imperfetti che scambiano segni ambigui incrostati di materia, mentre la connessione richiede corpi penetrabili da flussi di informazione depurata da ogni imperfezione. Questo comporta una crisi nella trasmissione dell’eredità culturale e politica tra generazioni ma anche una incapacità della generazione connettiva di avere un’esperienza di conoscenza attraverso il corpo. Come sarà possibile sopperire a questa condizione che appartiene al mondo della rete, nel periodo della crisi mondiale e delle mobilitazioni?

Bifo: Alcune cose che vedevo fino a sei mesi fa, cioè fino all’onda, all’elezione del presidente nero e alla precipitazione della catastrofe, mi pare che in questo momento debbano essere guardate in una maniera completamente diversa. Si riaprono delle possibilità che si erano chiuse. All’interno di queste rimane il fatto che nell’inconscio sessuale dell’umanità negli ultimi decenni si è determinata una durezza che noi sconteremo nel prossimo periodo: questa durezza si manifesta per esempio nelle forme del razzismo, nelle forme dell’aggressività. Quello che voglio fare non è un discorso banalmente sociologico. Credo infatti che stiamo vivendo un momento in cui si aprono enormi possibilità sul piano sociale e politico, ma in cui allo stesso tempo assistiamo ad una specie di paralisi della soggettività, una estrema difficoltà della soggettività di mettersi in movimento in maniera fluida, non volontaristica.

Ho come la sensazione che stiamo vivendo e vivremo nei prossimi mesi una rivoluzione senza soggetto. La rivoluzione starà nelle cose, starà nel fatto che il principio di proprietà privata è definitivamente fuori corso, che l’accumulazione capitalistica è bloccata ed è in recesso, che il pensiero della crescita è crollato e non ritornerà mai più, che il consumismo non è possibile e che la gente sarà costretta a vivere in maniera più gradevole. È come se noi subissimo la possibilità di non lavorare perché poi di fatto c’è il ricatto del salario, è come se noi subissimo la costrizione di non prendere più l’automobile e restare due ore in coda in mezzo al traffico.

È però un processo destinato ad essere messo in crisi, nel corso del quale qualcosa accadrà nella dimensione del soggettivo. Per il momento, tuttavia, nella dimensione del soggettivo vedo molto poco. L’onda è un elemento di fluidità introdotta all’interno del corpo sociale. Questo ha messo in moto qualcosa ma non l’ha portata in contatto con la grande crisi. È vero che viene ripetuto lo slogan consapevole “noi la crisi non la paghiamo”, ma rimane uno slogan per il momento. Aspetto che l’onda incontri il cataclisma economico, a quel punto la rivoluzione si soggettiverà. Per il momento abbiamo una rivoluzione senza soggetto, che è quella dell’economia; quella che vede il povero Obama che cerca di trovare una possibilità ma non la trova perché non c’è nell’ambito delle forme del capitalismo. Barack Obama continuerà nei prossimi mesi a tentare senza riuscire, ma non per colpa sua. Fino a quando tutti ci renderemo conto del fatto che la soluzione non c’è se rimaniamo all’interno del paradigma della crescita capitalistica.

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Ci sono questi due processi: il processo della catastrofe dell’economia capitalistica da una parte, e dall’altra il riemergere di movimenti che sono sollecitati dalla consapevolezza che il futuro viene piano piano cancellato. Le due cose si devono incontrare, ma nel mezzo c’è la paura dell’altro, che è stata prodotta da trenta anni di media di regime. Nel mezzo c’è l’irrigidimento della corporeità che è stato prodotto dalla connessione: la difficoltà in questo momento sta essenzialmente nella scarsa simpatia che i corpi provano l’uno per l’altro. Si tratta di un irrigidimento del soggettivo che è prima di tutto sessuale, che è dei corpi, della fisicità, dell’incapacità di estrinsecazione del desiderio.

La prima generazione connettiva, nei prossimi mesi dovrà attraversare il suo purgatorio. Un purgatorio di autoformazione al rapporto con l’altro. Non parlo, naturalmente, soltanto delle insorgenze soggettive dei ragazzi che vanno in piazza a manifestare, ma parlo soprattutto del grande corpo sociale che è terrorizzato dall’emergere dell’altro.

Non è solo la connettività che ha raggelato i corpi ma anche la paura, la paura razziale, sociale, economica, etc. In Italia, in cui abbiamo un’attiva produzione di paura, è difficile che si riesca a evitare un passaggio di guerra civile e interetnica, ed è difficile che si riesca a evitare una fase di fascismo scatenato. Ci sarà un passaggio in cui i corpi terrorizzati dall’arrivo della crisi individueranno nei Rumeni, per esempio, i colpevoli di tutto; già ci siamo. È possibile concepire l’immaginazione, la poesia intesa in senso etimologico, cioè la costruzione di ponti, come qualcosa in cui la divisione sesso/linguaggio è superata? È possibile pensare ad un linguaggio libidinalmente comunicativo? Questo è il problema. In questo manifesto c’è il tentativo di introdurre nello stesso terreno tematico e nella stessa struttura ritmica del testo originale un diversa comunicatività libidica del linguaggio. 


http://manifestodopofuturismo.notlong.com/

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