Chi l’ha detto che i libri tratti dagli atti dei convegni sono noiosi? Dipende in primo luogo dai convegni e dai relatori, e poi da come si confeziona il libro stesso. La lettura di L’arte della sovversione. Multiversity: pratiche artistiche contemporanee e attivismo politico, a cura di Marco Baravalle per “Manifestolibri/Uninomade”, una volta superato il titolo – un tantino sovraesposto – è godibilissima, perché è un libro composto da molti interventi acuti e necessari (non tutti, certo) su un insieme di temi molto attuali, e anche complicati, ma affascinanti per chi si occupa di produzione culturale in genere, e con un taglio politico/sociale in particolare.

Rimpiango non essere andato, il 16, 17 e 18 maggio 2008, al seminario che ha dato origine al libro (di cui avevamochiesto allo stesso Marco Baravalle un report per il Digimag 35 dello scorso Giugno 08 – http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1180), che tenutosi al S.a.L.E. di Venezia, perché anche nella versione stampata si sente l’eco di un dibattito che deve essere stato vivace e per nulla diplomatico. Ma, leggendo il sottotitolo del libro, ricordo che cosa mi trattenne allora dall’andare: mi trattenne il fatto che il rapporto fra l’arte contemporanea e l’attivismo politico mi pareva molto poco interessante, o un problema mal posto. Così come mi pare adesso:e le cose che ho letto nel libro mi confermano in quella convinzione.

Una delle cose più interessanti in L’arte della sovversione è infatti il dialogo tra sordi che si svolge fra teorici, militanti e attivisti legati ai movimenti da un lato, e critici d’arte, storici dell’arte, galleristi dall’altro. Non so se sia andata così anche al seminario: ma questo è ciò che emerge dal libro. Facciamo un esempio. Matteo Pasquinelli (fondatore tra l’altro di Rekombinant e autore di un libro sul mediattivismo, attualmente ricercatore alla Queen Mary University di Londra) in un intervento molto lucido dedicato alla “fabbrica della cultura” (l’erede dell’industria culturale di Adorniana memoria) e ai suoi rapporti con lo sviluppo urbano, mette in luce il rapporto fra arte contemporanea e nuovo sviluppo urbano (la cosiddetta gentrification). In soldoni: molta della produzione culturale underground, “alternativa” o addirittura contestativa, serve ad attribuire ad alcune zone metropolitane un fascino perverso, su cui la speculazione immobiliare è pronta a intervenire.

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Scrive Pasquinelli: “Dietro le nuove forme di gentrificazione sta un legame cruciale tra speculazione immobiliare e produzione culturale, un legame di cui il mondo dell’arte e dell’attivismo non è ancora molto consapevole.” Dopo aver quindi criticato tanto la “cinica sovra-identificazione col capitalismo” di molta arte contemporanea (esemplificata in Damien Hirst), quanto il mélange di paranoia e ingenuità dell’attivismo politically correct (sciopero dell’arte o, al contrario, “arte sostenibile”), conclude: “La fabbricazione artificiale di valore è componente chiave del gioco finanziario come pure dei processi di gentrificazione. È la borsa a insegnarci per prima il sabotaggio del valore. (…) Una delle ipotesi che rimane sul campo è il sabotaggio diretto della rendita – ovvero, un rovesciamento del valore che si è accumulato alle spalle della produzione comune di capitale culturale e simbolico”. Molto ben detto, mi pare: certamente difficile da praticare, e bisognoso di ulteriore elaborazione per produrre esperienze significative, ma è una direzione interessante.

A questa proposta (chiamatela anche provocazione, se volete), come risponde Angela Vettese, presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia e firma illustre, come critica d’arte, del Sole-24 ore? “Direi, visto il tenore degli interventi di questo seminario, che il mio ruolo qui è quello di mettere in chiaro perché parlare di sabotaggio è oggi pressoché impossibile. Vorrei descrivere le forze che si oppongono a questo sabotaggio”. E si adopera a spiegarci, con dovizia di esempi, come sia fallito ogni tentativo di “sabotaggio„ tentato dagli artisti nella seconda metà del secolo scorso (dall’Arte Povera a Joseph Kosuth a Nan Goldin a Marina Abramovic): tutti contestatori all’inizio e “orgogliosissimi di ‘avercela fatta’” una volta conquistato il mercato. Perché “il mercato è un bidone aspiratutto di cui però gli artisti, a un certo punto, diventano complici orgogliosi”. Il tutto corroborato con citazioni di Zizek e di Foucault. Non fa una grinza. Vettese ci ha convinto: sabotare il mercato dell’arte dall’interno è impresa vana e inconcludente. L’unico “sabotaggio” possibile in questo senso è quello che Damien Hirst ha operato ai danni di galleristi e critici, vendendo “direttamente” il suo Vitello d’oro in un’asta a Sotheby per 10 milioni di sterline: cosa che però non scalfisce minimamente il mercato, anzi. Solo che la linea del “sabotaggio” indicata da Pasquinelli non andava, mi pare, in questa direzione.

Suggeriva, anzi, che sia possibile inventare forme di produzione culturale che incrinino il mercato (senza, quindi, restare nella “marginalità”) perché introducono elementi di incompatibilità fra attività espressiva e processi di valorizzazione. Molte delle esperienze espressive nate all’interno dei movimenti o attorno a essi negli ultimi decenni vanno in questo senso: certo, senza ancora riuscire a realizzare il “sabotaggio” vero e proprio, ma ponendone le promesse. Per esempio nomi collettivi, falsi, narrazioni mitopoietiche, usi non convenzionali dell’immagine: Luther Blissett, San Precario, Serpica Naro, Anna Adamolo. Cose che non vanno nelle gallerie d’arte o alle mostre dei critici, che non sono “valorizzate” in senso monetario, ma nascono nei processi di formazione delle nuove soggettività e tentano di non venire “catturat” dal mercato.

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Il punto, come spiegano molti interventi nel libro, è proprio questo: nel nuovo capitalismo postfordista, cognitivo, immateriale, i processi chiave della valorizzazione (della creazione di valore economico) non sono più quelli della trasformazione delle materie prime in merci materiali: sono quelli in cui tutta l’attività relazionale e linguistica degli esseri umani, l’immaginario, divengono merci immateriali, vengono messi a valore dai nuovi dispositivi, che sono capaci di leggerli, integrarli, diffonderli e “produrli” con un marchio. Insomma, semplificando un po’ ma non tanto: non solo l’arte è diventata un processo produttivo, ma anche la produzione sta diventando un processo artistico. Arte e produzione si assomigliano sempre di più. “Produrre e creare”, scrive Judith Revel, “sono la stessa cosa”. E quindi non è più possibile, come ancora lo era ai tempi della “industria culturale”, giocare la soggettività contro il capitalismo. Sempre Judith Revel: “Con la nuova era del capitalismo cognitivo, intellettuale, linguistico e affettivo, qualcosa è cambiato. Nella messa a valore delle forme nuove della cooperazione sociale e della circolazione dei saperi, di quell’inventiva, di quella potenza creativa che caratterizzano la produzione soggettiva e, di conseguenza, con la sussunzione di ciò che rende la vita, in quanto potenza, un vero e proprio processo artistico, la soggettività si ritrova trascinata all’interno di qualcosa da cui era stata immune”.

Questo significa che, come pretende la vulgata postmoderna, non c’è più spazio per alcuna attività di negazione e di rifiuto di questo processo? Che ogni protesta è destinata ad essere riassorbita, anzi a diventare a sua volta merce? Questa mi pare una conclusione meccanica, dovuta all’abbaglio del nuovo, di cui è naturale siano preda gli apologeti dell’esistente e gli ammiratori più o meno segreti dell’indubbia performatività del nuovo capitalismo. Ma è un abbaglio in cui non dovrebbe cadere chi si ritiene portatore di un’altra logica, di un altro esito per la ricchezza delle relazioni, per chi rivendica ciò che accomuna gli esseri umani e non ciò che li isola , espropriandoli della loro stessa vita, dato che è la vita in quanto tale, ormai, che viene messa a valore.

“Surcodificazione” e “cattura”, ci dice Brian Holmes, sono i due dispositivi che segnano la subordinazione della soggettività al capitale globale, che hanno prodotto “una vera e propria esplosione del feticismo della merce, sulla scala dei mercati globali e alla velocità delle reti a fibre ottiche”. Ma, come osserva Revel, “il capitale non inventa, assorbe solo con un’estrema intelligenza, e si riattribuisce, a posteriori, ciò che ha assorbito e di cui ha espropriato i veri produttori”. E questo genera quella “resistenza” di cui parlano sia Revel che Holmes che Pasquinelli, che è la resistenza della produzione di soggettività, delle “forme d’essere nuove, totalmente immanenti, che inaugurano orizzonti nuovi” (Revel), e che non sono totalmente traducibili in merce, che si sottraggono, proprio per la loro eccedenza , al processo di valorizzazione. È la potenza del linguaggio (aggiungo io, sulla scorta di Virno) che produce sempre un’eccedenza di senso, una asimmetria fra discorso e mondo, che non si lascia irreggimentare tutta nelle forme della merce. È sempre Judith Revel che spiega con ammirevole concisione questo processo: “La condizione di possibilità del capitalismo (la capacità creativa, l’eccedenza produttiva) è l’unica cosa che sfugge al capitalismo. Meglio, non solo esso non la può produrre da solo, né chiedere a nessuna macchina di farlo, ma deve arrendersi all’evidenza: l’eccedenza creativa è lo strumento della sottrazione al potere, è ciò che disfa e scioglie le strategie di assoggettamento e riconcentra la resistenza sullo sfruttamento”.

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Ora, è proprio a questa resistenza che fa riferimento l'”artivismo”, o se volete l’arte che esprime l’eccedenza dei processi di soggettivazione, e che perciò non ha bisogno di “ibridarsi„ con l’attivismo o con le lotte dei movimenti, perché nasce già da lì , perché già ogni strumento espressivo prodotto in questi processi di resistenza, in questo senso, è arte. Ed è un’arte che può anche congiunturalmente approdare in qualche galleria o in qualche mostra (come ci racconta Marco Scotini), ma che non nasce e che non muore nel sistema dell’arte, quello dei musei, dei critici, dei mercanti e delle gallerie. Nasce e muore, vive, si sviluppa, nei processi sociali. Detto questo, non c’è niente di male a invitare ai propri seminari anche i critici d’arte e gli storici dell’arte che ci sembrano più sensibili a queste tematiche, anche se poi ci fanno una figura barbina, o hanno poco da dire sui temi più brucianti delle analisi e delle proposte. Certo, mi sarei aspettato che anche l’introduzione di Marco Baravalle, dicesse qualcosa a questo proposito, superando la diplomazia e affiancando all’impeccabile presentazione dei temi teorici e delle prospettive di lavoro anche qualche considerazione un po’ più stringente proprio sul mondo istituzionale che (giustamente) al seminario era stato invitato. Ma forse pretendo troppo (e soprattutto, forse, non partecipo alla gestione di uno spazio culturale autogestito con i problemi che ha il S.a.L.E.).

L’arte della sovversione. Multiversity: pratiche artistiche contemporanee e attivismo politico
A cura di Marco Baravalle
Manifestolibri/Uninomade, Roma 2009
pp. 222, euro 20

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