Vince Dziekan è un artista, uno storico dell’arte e un curatore che ha dedicato la sua ricerca e pratica ad esplorare il concetto di “Virtuale”. In particolare, Dziekan ha lavorato sullo spazio (quello espositivo e quello in cui l’opera d’arte viene fruita e vissuta) e l’impatto che le nuove tecnologie digitali hanno avuto sulla sua trasformazione e sulla sua organizzazione (http://www.leoalmanac.org/index.php/editor/67/).

La sua ricerca, sviluppata sia nell’ambito didattico e teorico, sia attraverso la sua pratica di artista e di curatore, è stata portata avanti durante gli anni 2000 tra Canada (dov’ è nato), Gran Bretagna e Australia (dove oggi è direttore associato della Facoltà di Art & Design dell’Università di Monash).

Virtuality and the Art of Exhibition è il punto di arrivo di questa ricerca, il raccordo di una serie di mostre realizzate tra cui The Synthetic Image (2002), Small Worlds: a Romance (2003) e Remote (2006), con la riflessione portata avanti parallelamente sulle pratiche curatoriali nell’era dello spazio virtuale in questo inizio di XXI Secolo. Il libro, destinato evidentemente ad un pubblico di studenti e ricercatori, è stato recentemente pubblicato per i tipi di Intellect Books (http://www.intellectbooks.co.uk/page/index,name=about/), casa editrice inglese indipendente specializzata in arti visive e performative, film, studi culturali e media. Intellect è non a caso anche l’editore del Journal of curatorial studies, una rivista accademica peer reviewed specializzata proprio in studi curatori ali.

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I libri sulle pratiche curatoriali e sulla figura del curatore si sono negli ultimi anni moltiplicati. Basti pensare ai due lavori di Hans Ulrich Obrist A Brief History of Curating, del 2008, e Everything You Always Wanted to Know About Curating But Were Afraid to Ask (2011), che si concentrano però sul mainstream e sulle pratiche curatoriali “autoriali”, senza interrogarsi sul medium e su come affrontare i cambiamenti evidenziati dalle nuove frontiere della tecnologia.

Qualche anno fa, il ricercatore e curatore Joasia Krysa si era occupata del ruolo del curatore nell’ambito delle nuove arti digitali. Nel suo libro pubblicato da Autonomedia Curating Immateriality. The work of the curator in the age of network systems, si interrogava sull’espansione dello spazio espositivo, prendendo in considerazione soprattutto Internet. Il libro, che raccoglie diversi contributi di autori ed artisti, si concentra soprattutto sulla crisi dell’oggetto (partendo dal Concettuale) e sull’espansione delle pratiche curatoriali verso altri confini: dalle reti dinamiche e dai processi collaborativi ed in espansione del mondo on-line emerge una figura decentralizzata, collettiva, che spesso si auto-genera a seconda delle necessità e delle mutazioni dei progetti pensati per e dalla rete.

Questo lavoro di Dziekan si concentra invece sullo spazio e su come la figura del curatore si debba adattare alle nuove potenzialità di fruizione dello spazio dopo la rivoluzione digitale. Il volume è quindi concentrato sulla relazione tra opera d’arte e spettatore e su come questa possa essere immaginata, programmata, prevista e realizzata sia dall’artista sia dal curatore. Il Virtuale del titolo si riferisce però non tanto alla virtualità dell’opera d’arte nell’era digitale (a quelle forme produttive quindi che sono esemplificate dalla definizione “realtà virtuale”). Il Virtuale cui l’autore fa riferimento si riferisce alle “qualità dell’esperienza estetica nella condizione contemporanea: condizione che è influenzata, in parte, dalla mediazione digitale e dall’identificazione della natura multimediale in forma culturale attraverso la quale la virtualità viene espressa”.

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In sostanza, l’autore vuole portarci ad analizzare tre campi della produzione contemporanea: analisi culturale dei nuovi media (media digitali, comunicazione multimediale e spazi virtuali); produzione culturale (la realizzazione delle mostre); estetica digitale (forme creative di interazione, connettività e sistemi). Il virtuale emergerebbe da questi tre contesti, che hanno in comune l’emancipazione da confini disciplinari fissi e rigidi ed una vocazione interdisciplinare, concentrando il focus sulle sfide alle pratiche creative contemporanee piuttosto che sulla natura delle “arti elettroniche” di per se stesse.

Per evidenziare questa processualità complessa, l’autore mette al centro dell’analisi quello che chiama exhibition complex, un’entità fisica che si realizza nell’interrelazione tra artefatto, spazio espositivo e museo. Questa entità viene programmata e realizzata da una pratica che viene definita curatorial design, termine usato per esemplificare l’idea di una pratica curatoriale contemporanea che ruota intorno alla capacità di realizzare degli spazi espositivi che diano la dovuta centralità all’esperienza estetica. Questo “design curatoriale” proposto da Dziekan è quindi un processo creativo e produttivo, che propone un approccio speculativo alla curatela critica: la meditazione sulle possibilità del digitale nel coinvolgere ed amplificare le potenzialità comunicative dell’ambiente.

Il curatore non e’ più presentato come autore, intellettuale costruttore di discorsi critici attraverso le opere degli artisti. Da artista (e quindi da persona che si dispone di fronte alla necessità di dare forma a un progetto attraverso la produzione materiale e spaziale piuttosto che unicamente teorico/critica), Dziekan propone un modello curatoriale operativo nel quale l’opera d’arte e l’esperienza estetica (= la concretizzazione formale di un progetto autoriale ed il vissuto dello spettatore) possano essere programmate e disegnate in un progetto che sviluppi nello stesso tempo un’architettura sociale, fisica e tecnologica. In questo ambiente poliformato (il Virtuale appunto) avviene l’interazione, il vissuto, l’esperienza, il contatto.

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Il volume sviluppa il discorso suddividendolo in una parte teorica ed una pratica/creativa. Nella prima parte, l’autore evidenzia i concetti chiave sui quali ruota la sua teoria curatoriale: la virtualità, l’arte della mostra, la pratica spaziale, la mediazione digitale, il museo multimediale ed il design curatoriale. Ogni elemento viene analizzato ricorrendo all’analisi di alcune opere d’arte che ne esemplificano il significato e la processualità operativa di autori e ambienti nei quali sono state pensate.

E’ interessante notare come l’analisi, pur concentrandosi sulla contemporaneita’ e sul digitale come parte fondante delle pratiche produttive del presente, si muova a partire dalle esperienze del XX Secolo. In particolare dalle Avanguardie Storiche e dalla ricerca di artisti come Moholy Nagy o Duchamp di uscire dall’esemplificazione “opera= oggetto” per avanzare ipotesi più complesse di reificazione dell’idea creativa attraverso una graduale inclusione dell’ambiente e dello spettatore.

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