Uno dei fondatori della Reference Gallery di Richmond, VA, che può essere ragionevolmente considerata una delle migliori gallerie del mondo tra quelle localizzate in un piccolo centro, Conor Backman è anche BFA student alla Virginia Commonwealth University. Aperta nell’autunno del 2009, la Reference Gallery ha contribuito a definire quella crescente inerzia nell’ambito dell’arte post-internet per mezzo di un flusso costante di mostre, circolazione digitale di contenuti e network di attenzione distribuiti.

Il suo programma è infatti caratterizzato da eventi curati (e con lavori di) da alcuni dei più importanti soggetti nell’ambito di questa nuova tendenza dell’arte contemporanea di entrare in contatto con le condizioni della produzione culturale di oggi, pur evitando molti dei più pericolosi problemi della new media art tradizionale.

La pratica artistica dello stesso Conor Backman, sebbene influenzata dalle idee su come le immagini e le mostre si diffondono nello spazio digitale, rimane fortemente radicata nel discorso parallelo della pittura e della scultura. Il suo lavoro è quindi apparso di recente in alcune importanti mostre presso Art Blog Art Blog e Mixed Greens Gallery, entrambe di base a New York

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Robin Peckham: Come hai deciso di farti coinvolgere nel progetto di apertura di una galleria (probabilmente l’ultima cosa a cui pensa la maggior parte degli studenti d’arte) così precocemente nella tua carriera? E perché hai scelto un modello commerciale piuttosto che uno finanziato tramite borsa di studio?

Conor Backman: La mia partecipazione alla Reference Gallery (http://referenceartgallery.com/) ha avuto inizio con l’organizzazione di una serie di mostre collettive nel mio appartamento. È iniziato tutto con la semplice idea di esporre il mio lavoro e quello di pochi colleghi di scuola in un momento in cui vi era una piccola opportunità di mettere in mostra le nostre opere a Richmond al di fuori della classe.  Nella seconda mostra erano 80 gli artisti coinvolti nel progetto. È diventato ben presto evidente che c’era la necessità di uno spazio come questo.

È stato in occasione delle prime mostre che ho incontrato James, Edward e Ross, i miei compagni co-proprietari alla Reference. Pochi mesi dopo ci siamo trasferiti in un negozio in centro. Viviamo sopra la galleria, il che ci tiene costantemente impegnati e mantiene l’affitto a buon mercato in modo che vendere non sia indispensabile per rimanere autonomi. Noi siamo uno spazio commerciale solo per impostazione predefinita e impostiamo il programma come un’organizzazione non a scopo di lucro.

Abbiamo deciso presto però di non usare lo status non-profit in quanto credevamo avrebbe rallentato le cose, sia per la durata del processo applicativo, sia per la dipendenza dalle sovvenzioni. Per quanto riguarda l’aver avviato questo progetto durante il periodo scolastico, sento che sia stato il momento migliore. L’università fornisce una rete incredibile e un sistema di supporto attraverso docenti, studenti laureati, ex alunni e artisti in visita. È da qui che proviene la maggior parte dei visitatori delle nostre mostre.

Robin Peckham: In che modo la gestione dello spazio ha influenzato la tua pratica artistica? Ho il sospetto che possa essere più evidente il modo in cui il tuo lavoro e i tuoi interessi hanno definito il programma, ma mi piacerebbe sapere come il lavoro curatoriale e amministrativo abbiano reso all’interno dello Studio.

Conor Backman: Le mie esperienze presso la Reference hanno influenzato enormemente la mia pratica artistica. Mi piacerebbe pensare alla galleria come ad un altro aspetto del mio lavoro, non come qualcosa di distaccato da esso (sebbene il mio lavoro con la galleria si svolga in uno spazio molto diverso rispetto al mio studio di esercitazione). L’influenza della galleria può essere vista direttamente nel contenuto di determinate opere. Una parte di questa influenza è più sottile e fornisce informazioni su come io considero il pubblico, l’esposizione, la mercificazione di oggetti d’arte e lo spazio espositivo, ossia come un teatro.

Alcuni dei miei lavori recenti indagano su temi relativi all’esposizione fisica di un’opera in un ambiente galleristico, in particolare quando inizia un pezzo e quando è pronto per essere esposto. Un’opera come Untitled Artist’s Lunch è da leggersi come se un veicolo tradizionale da appendere su un muro della galleria (in questo caso una tela allungata) non fosse ancora stato messo nella sua posizione finale, ossia con le spalle all’osservatore e, addirittura, venisse usato come un sostegno su cui appoggiare il cibo, che ha danneggiato l’”opera”.

Il rapporto con un mondo reale, con l’oggetto pratico, ha impedito al potenziale spettatore di esperire l’opera. In un altro lavoro, Xenia, è tutto invertito. Si tratta di ciò che si vede tradizionalmente all’inaugurazione di una galleria, un vassoio con del cibo da offrire agli ospiti, ma riprodotto in un materiale non commestibile.

Una fonte primaria di influenza deriva dai dibattiti circa le opere che esponiamo. Tra questi troviamo le conversazioni durante le aperture con gli spettatori, che sono per lo più colleghi artisti, oppure scambi di idee, sia di persona che attraverso il web, con artisti espositori riguardo il modo in cui curano le loro opere, o ancora dialoghi tra gli altri membri di Reference sulla futura programmazione. Discutere di potenziali temi per mostre di gruppo spesso porta la conversazione a focalizzarsi su interessi che abbiamo l’uno nel lavoro dell’altro.

Spesso, piuttosto che modellare la gestione in base ai nostri interessi, queste conversazioni riconfermano e si dilungano su idee su cui stiamo indagando nei nostri lavori. In questo modo, il lavoro che presentiamo è più influente nei nostri studi rispetto al nostro lavoro in programmazione. A volte una mostra non ha un tema ben definito inizialmente, ma una volta che la mostra è stata installata vengono fuori diversi temi.

Ognuno di noi ha diverse idee riguardo a ciò su cui si incentra la mostra. Queste idee, almeno per me, spesso si sviluppano nel mio studio poco dopo. Un’altra influenza, forse la più diretta, è completamente latente e deriva dal vivere per un mese insieme alle opere di qualcun altro e dal prendersi del tempo per comprenderle fino in fondo.

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Robin Peckham: L’elemento secondo me più interessante, è probabilmente il modo in cui Reference si inserisce nella cultura dell’arte Internet e Post-Internet. Può tracciare un breve profilo di come hai visto questo sviluppo? È sempre stato un obiettivo della galleria? E come vedi il possibile ruolo dello spazio di mattone e malta nel contributo a questo discorso?

Conor Backman: Il nostro pensiero riguardo il Post-Internet in relazione alla galleria si è formato organicamente, a partire dal problema della nostra posizione al di fuori di un centro d’arte come New York. Prima  ci concentravamo più sullo spazio fisico, ma poi ci siamo sempre più interessati al problema del pubblico online visto che c’eravamo resi conto del grande problema dovuto al traffico in questa zona. Brad Troemel, un artista di base a New York che in passato gestiva una galleria chiamata Scott Projects a Chicago, ha scritto un saggio che descrive gli “spazi doppi” durante il periodo della nostra apertura.

La nostra terza mostra alla Reference Gallery, “Mirrors”, è stata curata da Troemel, che ha costruito un’esibizione digitale basata sulle immagini della galleria vuota e che è stata poi proiettata nello spazio. La pagina dell’evento su Facebook per “Mirrors” registra ancora 150 presenze, ma in realtà il numero effettivo di persona presenti all’apertura era molto minore. Molte altre mostre  hanno affrontato i problemi dell’audience online e della documentazione. In Image Objects di Artie Vierkant, ad esempio, l’artista utilizzava una gamme di tool di Photoshop per produrre la documentazione alterata del suo lavoro per il rilascio sul web.

In Starmap, una serie di mostre che ha avuto luogo in un modello della galleria in scala 1 : 1, quando è stata documentata e rilasciata sottoforma di immagini jpeg era virtualmente indistinguibile dalle mostre precedenti esposti nella struttura vera e propria.

Il nostro obiettivo è sempre stato quello di creare un programma che mostrasse una vasta gamma di lavori che noi consideriamo attuali e rilevanti. È stato ancora più importante per noi il fatto di essere consapevoli del potere di Internet in quanto strumento di visualizzazione, diffusione e come nuova forma di partecipazione, piuttosto che esporre direttamente l’opera che parla dei problemi derivanti da Internet. Gene McHugh affronta questo punto nel suo saggio sul “Post-internet“, affermando che la chiave è il riconoscimento, o ciò che Guthrie Lonergan chiama “Internet-aware”.

Sono interessato a riconoscere queste possibilità e questi problemi direttamente nel mio lavoro. La mia opera Ashen to Ashen afferma di essere natura fisica, anche se allo stesso tempo mette tutto in discussione in quanto ricreazione di un trompe l’oeil di un oggetto che rappresenta uno spazio virtuale. In questo caso l’oggetto è una pagina di carta 8,5 x 11cm, stampata direttamente da Internet, recante la data della stampa, link per ulteriori informazioni e un testo descrittivo dell’immagine, il tutto ricreato in acciaio.

L’acqua sgocciola dal soffitto sul materiale originale emettendo un suono altrimenti impossibile da creare. Una “pag” legge “if_a_tree_falls_in_the_forest.jpg.”. L’altra, “biggie sky’s the limit”: è il testo tratto da un video di YouTube famoso per la sua creazione postuma e che è stato censurato, ma non completamente rimosso, per violazione del diritto d’autore.

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Robin Peckham: Sembra che uno degli aspetti chiave della questione sia la rappresentazione dell’oggetto d’arte. Come vedi il rapporto tra la jpg e l’oggetto fisico? O tra la galleria e il sito web? E possiamo mettere a confronto i modalità di circolazione della mostra e quelli che sono i canali blog o i reblog e le citazioni Tumblr-style?

Conor Backman: I problemi che circondano l’immagine di un opera e l’oggetto artistico esistono dall’invenzione della macchina fotografica. Ancor prima della macchina fotografica, le riproduzioni allontanavano l’osservatore dall’originale in cambio di una copia più accessibile. Un primo esempio può essere visto nell’uso che Andrea Malraux fa della fotografia, in modo da creare un “museo senza pareti”. I nostri professori di storia dell’arte hanno ancora il problema basilare di mostrare diapositive di lavoro o immagini in bianco e nero dei quadri nei libri di testo.

Questi sono problemi che esistono da molto tempo e Internet rappresenta l’ultima fase, nonché lo strumento che tenta di avvicinare gli spettatori che sono lontani a un’esperienza originale e primaria di oggetti d’arte. Internet consente l’accesso immediato ai video ad alta definizione, in grado di fornire una panoramica completa della scultura, e permette di visualizzare a pieno i dettagli grazie all’alta risoluzione dei colori sui cellulari. Tutto ciò ci fa avvicinare sempre di più all’opera, ma è ancora un’esperienza mediata.

Una delle maggiori differenze che Internet (ora Post-internet o Web 2.0) crea, è che lo spettatore ora può essere anche un partecipante attivo. Questo spiana il campo perché si tratta di qualcosa di gratuito e accessibile, e quindi più democratico. Con un blog Tumblr, una persona in qualunque parte del mondo può ripubblicare, e quindi curare, un’opera in un contesto del tutto nuovo a seconda delle immagini e dei media che lo circondano.

Un’opera particolare, che curiamo tra le altre selezionate in una mostra collettiva, può assumere una nuova vita con significati precedenti, reinterpretati e moltiplicati, una volta che la sua immagine circola online. Un blog consente una sorta di super-curatela che si diffonde ad una velocità impossibile da raggiungere in uno spazio di mattoni e malta in cui vengono esposti oggetti fisici. La grande maggioranza dei lavori sul nostro blog non è mai stata esposta o addirittura vista in prima persona dai soci della Reference Gallery, ma aggiungendole sul blog le abbiamo approvate, curate e dato loro un nuovo contesto.

La galleria offre al lavoro un particolare contesto d’arte mondiale, legittimità, autorità e considerazione, rendendolo quindi prezioso. Il sito web della nostra galleria, almeno fino a questo punto, funziona come un indice, un database e come biblioteca delle opere esposte ordinate secondo un ordine cronologico di mostra. Sarà emozionante vedere come questo cambierà, diventerà più elastico, partecipativo e aperto a reinterpretazioni e nuove circolazioni da parte di chi visualizzerà il blog in futuro.

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Robin Peckham: A mio avviso, uno dei modi in cui questo tipo di cose può accadere è dovuto al fatto che Richmond è un piccolo posto relativamente lontano dai “centri” d’arte contemporanea. Per questo probabilmente non è lontano rispetto alla distanza che c’è qui a Hong Kong, sempre misurando in termini di numero di visitatori che abbiamo, provenienti da New York o Berlino. Questa distanza è un elemento fondamentale del modo in cui Reference Gallery opera? E saresti  favorevole promuovere lo spazio come un nodo all’interno di un discorso maggiormente distribuito?

Conor Backman: Richmond ha dimostrato di essere un luogo ideale per gestire una galleria, a questo punto delle nostre carriere. In una piccola città, in cui c’è un interesse medio relativamente alto per le arti, le persone sono state ricettive e hanno prestato attenzione al nostro progetto.La partecipazione è più facile qui. L’affitto è economico, il che ci permette di disporre di uno spazio più ampio che può fare da galleria, sala lettura, sala musica o da studio.


http://referenceartgallery.com/

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