Pubblicato in occasione della mostra ìIdentity Bureauî di Heath Bunting presso líAksioma Project Space, Lubiana, febbraio 2012.

Realizzata da Heath Bunting, Identity Bureau nasce per costruire una persona fisica a misura di utente, in grado di funzionare tranquillamente all’interno della società. Le attività del bureau comprendono anche le indicazioni per altri utenti per costruire le loro identità. Esso indebolisce i tradizionali metodi utilizzati per arrampicarsi nella scala sociale e offre un sistema alternativo al principio che c’è una sola identità “ufficiale” attribuita dalle autorità statali all’individuo.

Il bureau descrive le potenzialità dei computer e della codifica network-oriented, in particolare degli strumenti web e del calcolo, e promuove la capacità di rimandare alle informazioni sulla sicurezza sociale, sullo stato di salute, sull’abitazione e sul lavoro per delineare e, forse, alterare o costruire una nuova identità.

Se da un lato la paura nei confronti delle tecnologie informatiche confina con la paranoia della teoria del complotto in alcuni servizi dei mass media populisti, e si fà anche strada nella media art attraverso progetti che mostrano nel modo giusto la potenza distopica di questi strumenti, Heath Bunting assume una visione di gran lunga più positiva sull’argomento. Sebbene “queste tecnologie potrebbero essere, infatti, messe al servizio della sorveglianza, del controllo e della repressione da parte di apparati statali, esse potrebbero anche essere utilizzate dai cittadini per migliorare il loro controllo sullo Stato, accedendo in modo corretto alle informazioni nelle banche dati pubbliche”.

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Per Identity Bureau, il data base principale è stata la Common Law inglese sulla privacy, secondo la quale è legale possedere un numero qualsiasi di pseudonimi fin quando non sono utilizzati per compiere frodi oppure non contrastano con il diritto penale. L’identità ottenuta dimostrerebbe di avere valore in un contesto giuridico e il possessore dell’identità potrebbe avvalersi del “diritto di essere conosciuto con una identità da lui scelta”.

Questo ha fornito all’artista la risposta alla domanda su come potremmo vivere in un mondo al di fuori della legittimazione dell’identità da parte dello Stato. Nel contesto sloveno, questa domanda è stata affrontata involontariamente ma minuziosamente dai “Cancellati”, i quali sono stati costretti a inventare un loro sistema di esistenza, visibilità e diritti fuori dallo Stato.Ancora una volta, nel suo contesto locale, l’artista si è imbattuto in una parte di zona grigia nella codificazione del sistema che avrebbe utilizzato come luogo della sua azione artistica.

Stavolta, ha prodotto un’identità parallela assolutamente legale a cui chiunque potrebbe essere interessato. Non solo per dimostrare l’assurdità o la rigidità delle identità amministrative, ma anche per consentire alle persone di individuare i loro diritti e per dare loro la possibilità di superare la determinazione della loro esistenza.

Tuttavia, prima bisogna affrontare la questione relativa a ciò che determina l’identità o le identità di una persona. I contesti nazionale, etnico, religioso, locale, sessuale e familiare sono sempre stati considerati come alcuni dei fattori più importanti nella costruzione dell’identità, che “forniscono codici indistruttibili, eterni attorno ai quali sarà organizzata una controffensiva nei confronti della cultura della virtualità reale”. Nonostante la possibilità per l’uomo contemporaneo di esplorare e utilizzare la fluidità delle identità, la maggior parte degli individui tende tuttora ad accettare solo un’interpretazione della loro realtà che, apparentemente, “fornirebbe riparo, conforto, sicurezza e protezione” alle loro vite.

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Questi individui non sono consapevoli del fatto che il sistema che li governa è guidato da soggetti che possono permettersi di possedere numerose identità e che sono, dunque, meno responsabili e meno trasparenti nelle loro azioni, anche se perfettamente legali. Ci vuole una persona audace e informata per far fronte all’incertezza delle reti flessibili dove il confine tra partecipazione e impegno è sottile e la produzione di relazioni sociali è individualizzata, mentre il lavoro, lo spazio e il tempo sono strutturalmente instabili. Tuttavia, questi fattori sono sempre più dominati dalle identità fisiche che legano tutti gli aspetti delle nostre vite, così categoricamente come i tradizionali sistemi politici e religiosi.

L’artista è arrivato alla conclusione che i documenti materiali che costituiscono l’identità di una persona non sono solo il passaporto, il visto o il certificato di nascita, come avveniva prima dell’era informatica. L’identità è sempre più costruita e legittimizzata dai documenti degli individui forniti da aziende e organizzazioni di tutti i tipi (biblioteca, assicurazione sanitaria, carta di credito ecc.). Dato che la paura del controllo delle aziende sulle vite e sulla privacy delle persone è cresciuta in modo esponenziale, il Web 2.0 ha portato un cambiamento a favore degli individui.

L’era post-informatica, come era stata battezzata intorno al 2007, ha trasformato i cittadini collegati di tutto il mondo in un’unica unità demografica. L’identità di un individuo è, quindi, delineata da una rete di applicazioni e di strumenti per la connettività. Un individuo è in grado di personalizzare questi strumenti e di controllare in modo piuttosto elevato la privacy delle loro informazioni. Questo potrebbe cambiare tutto, grazie alla sempre maggiore automatizzazione degli strumenti semantici. Prima o poi potremo parlare, forse, di identità meccaniche / automatizzate, ma per adesso accontentiamoci di quello con cui possiamo giocare.

Spesso, un veloce e adeguato controllo dell’identità di un individuo sarebbe un numero molto elevato di risultati ottenuti dalla domanda lanciata su un motore di ricerca, che elencherebbe articoli, blog, video, post, FB, Twitter, oppure strumenti più legati al mondo del lavoro, Academia.org, LinkedIn e simili. Una vecchia amica dell’artista, con cui ha collaborato negli anni Novanta, Keiko Suzuki sta avendo veramente successo nella sua pratica di diffondere l’idea di come tutte le autopresentazioni possano essere interamente autoprodotte.

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Così come Suzuki, Heath Bunting ha preparato tutta una serie di presenze Internet per le nuove identità prodotte da Identity Bureau. Nonostante questo abbia richiesto molto tempo, l’artista dimostra che è piuttosto semplice, per una persona in grado di usare il Web 2.0, realizzare una rete di supporto a un’identità online. Non solo per una realizzata di recente. Infatti, non facciamo che inventarci e reinventarci online e più siamo informati su cosa può comportare la nostra presenza, più la utilizziamo in modo intelligente.

Eppure, c’è ancora un ampio gap digitale tra la ristretta cerchia di individui che hanno conoscenze informatiche/Internet e coloro i quali non ne hanno affatto. Il bureau potrebbe essere, quindi, anche il posto giusto per immaginarsi nello spazio digitale, ma è molto poco probabile che i “non nati” vengano nella galleria in cui potrebbero avere accesso a queste informazioni. Questo vale tuttora a livello di valore simbolico per coloro i quali sono in grado di leggerlo.

Dunque, il progetto prende in considerazione non solo lo spazio digitale, ma anche i documenti materiali. L’artista ha preparato un vero e proprio kit d’identità in una valigetta in cui è contenuto tutto il materiale che l’artista aveva ottenuto legalmente e che supporta le normali funzioni della nuova identità: lettere ufficiali, l’indirizzo di casa, varie shopping card, la tessera della biblioteca e altre tessere, una sim card, il numero di sicurezza sociale, ecc. Il kit, insieme a un libretto d’istruzioni, contiene tutto ciò di cui uno potrebbe avere bisogno, tranne la triade sacra di documenti d’identità statali ufficiali: passaporto, visto, patente.

Bisogna aggiungere che, negli ultimi anni, è stato notato come gli artisti che lavorano online tengano molto a essere presenti offline utilizzando la stessa logica, sostenendo che è possibile hackerare uno spazio sociale non solo online, ma anche in altre realtà materiali. Si sono resi conto che la rappresentazione materiale non perderà mai il suo primato sulla percezione della realtà, proprio come i sopracitati fattori tradizionali di costruzione di identità.

Un altro risultato concreto del progetto è costituito dalle mappe che dimostrano come un’identità contemporanea sia la correlazione di un numero apparentemente infinito di fattori. Da un punto di vista visivo, esse assomigliano al back end di una lingua di programmazione visiva. L’individuo, che è rappresentato nella mappa, potrebbe essere interpretato come il front end del codice. L’artista ha realizzato una matrice e ha visualizzato la rete nascosta della lotta di classe.

Ha preso le informazioni da un questionario dettagliato, lo ha calcolato e lo ha collegato a un’interfaccia schematica simile al web. Le sue domande sembrano molto più semplici di quanto ci si possa aspettare, perché quello che ci collega agli altri individui nella vita di tutti i giorni non è rappresentato solo dalle grandi domande di matrice o etnicità religiosa, ma anche dalle banalissime abitudini quotidiane. Mappe simili erano state già presentate nelle varie fasi dello Status Project di Heath Bunting, avviato nel 2004, di cui Identity Bureau è uno degli ultimi figli.

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Anche nel periodo in cui l’artista ha avviato lo Status Project, la questione dell’identità e della privacy non era il suo unico interesse. L’interesse generale del progetto riguarda tuttora l’esplorazione del “sistema” che gestisce la qualità della vita, compromette la nostra libertà, favorisce le discriminazioni, tutela le proprietà, controlla la mobilità sociale ecc. Esso sostiene che per garantire la libertà della loro condizione attuale per ciascun individuo, è necessario, innanzitutto, fare in modo che abbiano accesso più o meno equamente alla mobilità sociale del capitale culturale ed economico.

Se si vuole aumentare la mobilità sociale, bisogna pensare a un modo per rendere il tradizionale capitale simbolico più flessibile. Il progetto ha come risultato utopico dare più potere agli individui consapevoli dei fattori che costruiscono le loro identità e che potrebbero, quindi, elaborare dei modi per manipolarle quando si sentono intrappolati in una determinata situazione sociale. Tuttavia, la maggior parte della popolazione non sarebbe in grado di farlo, non solo a causa di condizionamenti sociali, economici o simbolici, ma anche per via dell’autodiscriminazione.

Identity Bureau cerca di affrontare l’accettazione del ruolo inferiore. Infatti, se i Cancellati, ad esempio, non avessero fatto una dichiarazione della loro esistenza e non avessero rivendicato il loro spazio, non sarebbero mai esistiti in ambito pubblico. Una delle poste in gioco più alte in queste lotte è la delimitazione dei confini tra i gruppi, ovvero l’esatta delimitazione di gruppi che, affermandosi e manifestandosi in quanto tali, possono trasformarsi in forze politiche capaci di imporre la loro visione delle divisioni.

Ma il problema risiede molto più in profondità. Teoricamente “le classi costruite possono essere descritte, in un certo senso, come serie di fattori che… occupano posizioni simili all’interno dello spazio sociale… L’effetto uniformante dei condizionamenti omogenei è alla base di quegli atteggiamenti che favoriscono lo sviluppo di relazioni, formali e informali, che tendono ad aumentare questa vera e propria omogeneità”.  Potrebbe sembrare contraddittorio, ma è “più facile” per gli emarginati discriminati in base a simili categorie trovare un terreno comune e formare un legame di solidarietà con altri individui che mobilitare le masse.

Una categoria come la “classe operaia” è apparsa a lungo troppo versatile e sparpagliata per esistere nella realtà come gruppo omogeneo. La mobilitazione è stata frammentata da un gruppo teorico, ad esempio la classe operaia, a individui concreti uniti l’uno con l’altro secondo mutui interessi politici e sociali.

Dunque, Bunting non parla di determinate classi, piuttosto descrive un processo di interrelazioni che suddivide in relazioni fra individui naturali dominati, o “uomini di paglia”, e individui artificiali dominanti, o corporazioni. In questo caso, l’uso di rapporti nominali prende in considerazione il significato delle parole. L’uso di “naturali” corrisponderebbe a materie prime/naturali, e l’uso di “corporazione” significa che “il gruppo rappresentato non è altro che ciò che rappresenta.

È il potere della rappresentazione stessa”. Gli uomini possono possedere l’identità di un solo individuo naturale, di più individui naturali oppure possono controllare uno o più individui artificiali, quando invece le classi più basse non avrebbero il potere di avere alcuna identità se non quella di individuo naturale. La creazione di una nuova identità influenzerebbe, quindi, le loro possibilità di mobilità sociale.

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Il problema individuato dall’artista era che la maggior parte degli individui non è consapevole delle categorie e dei rapporti in cui vivono, perché la realtà sociale stessa si presenta né come totalmente definita, né come totalmente indefinita. Da un lato, si presenta come fortemente strutturata ed si esprime in uno spazio simbolico di distinzioni visibili, dall’altro non facilita la decodificazione diretta dei segni sociali. Idealmente, il progetto aiuterebbe il pubblico a diventare consapevole di alcune delle sue condizioni abituali, per cominciare a unirsi e a formare inaspettate strutture sociali per cui possono anche utilizzare manuali per diverse soluzioni pratiche nella costruzione di nuove identità.

Questa consapevolezza della divisione basilare tra individui naturali e artificiali si è molto affermata e ha acquistato slancio nel momento poiché il 99 percento degli individui ha riconosciuto la loro subordinazione essenziale e lo stato di espropriazione della loro condizione ed è sceso in piazza.

Inoltre, in questo contesto, le mappe di Bunting dimostrano di essere utopiste, dal momento che descrivono l’esatta versatilità dell’identità dei subordinati. Spesso, il movimento Occupy viene criticato per non avere un programma politico consolidato privo di obiettivi comuni realistici. Questi tentativi di presentare il movimento sotto l’ideologia della democratizzazione e dell’individualizzazione riescono a guardare oltre un determinato sistema di valori culturali.

L’obiettivo finale della lotta politica collettiva delle masse è rappresentato, infatti, dal potere di candidarsi, di minare il monopolio dello Stato e di imporre la legittima violenza simbolica, di imporre proteste (dimostrazioni, ad esempio) che generino proprio le cose contestate e che le facciano vivere pubblicamente, ufficialmente. Il loro obiettivo è affermare una nuova visione del mondo sociale e rendere trasparenti i principi della divisione.

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