Cosa ci fa un’installazione biotech in una mostra dedicata alla democrazia? Avanzando nell’ultimo percorso espositivo organizzato dalla Strozzina di Firenze ci si rende conto di quanto sia deludente visitare una mostra a carattere forzatamente “tematico”.

In questo tempio del reportage e dell’effimero, dove l’efficacia narrativa è affidata ai contenuti audio-visivi, desta inizialmente sorpresa e poi sconcerto, imbattersi nella nuda realtà biologica. Iniziato tra cartoon, referendum e videochat, il mio tour si arresta improvvisamente di fronte ad una curiosa istallazione: un agglomerato di ampolle di vetro con all’interno una strana sostanza giallastra. La prima sensazione è di straniamento: non c’entra nulla né con la mostra né con le stampe che si trovano con lei nella stanza.

La didascalia dell’opera spiega che il suo autore, Thomas Feuerstein, vuole rappresentare l’interazione tra l’individuo e la collettività, insomma, il nostro essere “animali” sociali. Mi chiedo allora in che modo riesca il marchingegno ad indagare il concetto di democrazia attraverso il medium biologico.

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Per dovere di informazione, l’oggetto in questione è un bio-reattore, già presente in molti lavori di biotech art, da Sterlac al TC&A, e la sostanza al suo interno è un fungo, lo Physarum, che sembra possa spostarsi fino a due cm all’ora.

Una prima riflessione: questo sistema biologico artificiale è solo apparentemente autonomo, necessita dell’intervento umano e tecnologico non solo per la sua costruzione ma anche per il suo mantenimento. Dovremmo renderci conto che abbiamo delle responsabilità nei confronti del vivente, sia esso un mammifero o un fungo, soprattutto quando esso sopravvive, come in questo caso, solo per “dar vita” ad un concetto.

E veniamo al concetto. Attraverso la materia vivente, Fuerstein vuol “rappresentare” le nostre forme di aggregazione, i nostri sistemi sociali e la nostra organizzazione politica. Per raggiungere la sostanza nutritiva che si trova nell’ampolla superiore, le cellule del fungo possono, infatti, restare separate oppure aggregarsi in un unico “corpo biologico” il quale rappresenta il nostro “corpo sociale”. La seconda riflessione deriva, perciò, dal fatto che l’artista “prende in prestito” un oggetto da un laboratorio scientifico e se ne serve per descrivere un’idea.

Se il vero senso dell’opera è la ricerca di una corrispondenza tra principi democratici e fatti biologici, è la riflessione politica a servirsi della scienza, per fare arte.

In questo contesto, anche il rapporto tra arte e (bio)tecnologie sembra esistere, anzitutto, sotto un profilo politico-sociale. Aspetto da tener presente nel descrivere le recenti pratiche bioartistiche ma che, in questo caso, allontana l’opera, anziché avvicinarla, al contesto dell’arte biotech. Per diversi motivi.

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L’utilizzo di biotecnologie e di materia vivente, sebbene sia spesso associato alla sua definizione, non è sempre ciò che determina il senso dell’opera. E certamente non lo è per questa. Anzitutto, il fatto che le biotecnologie si offrano oggi all’uso creativo, non vuol dire che esse siano utilizzate allo stesso modo da tutti gli artisti né che basti “presentarle” per creare un’installazione di biotech art.

Esse abbracciano un ampio ventaglio di procedimenti e fanno appello a delle conoscenze scientifiche transdisciplinari: genomica, bioinformatica, robotica, proteinomica, nanotecnologie. Questa eterogenia di processi comporta risultati artistici diversi e, spesso, distanti tra loro. Non accomunabili sotto un’unica definizione, anche perché diversi sono i messaggi e i concetti che veicolano.

C’è poi da tener presente che l’arte biotech, come teorizzato da Jans Hauser, uno dei suoi maggiori teorici, nasce per tentare di sollevare questioni sull’impiego delle biotecnologie e sui loro effetti sul panorama sociale.
Sono molti gli artisti che considerano l’impegno etico-sociale un elemento fondante e primario dell’espressione artistica ma, nell’orbita delle bio-arti, anche se tale impegno è fondamentale, non tutti lo mettono in luce con performance eclatanti (e discutibili); alcuni vi si avvicinano, le rappresentano.

Tuttavia, sebbene un’importante distinzione da fare, a proposito di biotech art, è proprio tra ciò che è “metaforico” e ciò che è “oggettivo”, bisogna anche riconoscere che alcune pratiche hanno a che fare più con la “messa in scena” della scienza, che con l’intenzione esplicita di dar vita a un’arte biotecnologica.

Nel caso di Parlament la messa in scena è fine a se stessa. Per cui l’opera va considerata una “metafora”, nonostante la sua parte biologica. Limitandosi a “invenzione formale”, in realtà, continua a “rappresentare”.

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L’arte bio-tecnologica, quella vera, non è né illustrativa, né subordinata al controllo della scienza. E, sebbene l’integrazione tra biologia e arti visive, faccia emergere elementi di creatività e sperimentazione, essa non deve essere l’unica caratteristica per definire tale pratica artistica, o per riunire più pratiche sotto un’unica definizione.
Per questi motivi, a mio avviso, è importante considerare le biotecnologie non sono solo una “fonte di strumenti, per l’arte, ma anche di ispirazione”.

La vera Arte, infatti, lungi dall’essere una riflessione sugli strumenti che utilizza, indaga la natura delle tecnologie ed invita a valutarne gli effetti, mettendole continuamente, e fruttuosamente, in discussione.


http://www.strozzina.org/

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