Che anche nel cuore del Medio Oriente si parlasse digitale, più o meno, lo si sapeva. Penso ad iniziative come Bidoun (http://www.bidoun.org) piattaforma creata nel 2004, presenza pioneristica per quanto riguarda l’arte e la cultura locali, promotrice di attività di tipo editoriale, educativo, curatoriale, nonché di eventi, conferenze, performances e di un archivio online di media d’avanguardia, oppure a progetti basati sul dialogo e la multiculturalità come il Luminal Spaces (http://liminalspaces.org/?page_id=50/) piattaforma artistica che unisce i contributi di artisti, attivisti, ricercatori sia Palestinesi che Israeliani in un dialogo reciproco oltre l’arte stessa.

Il nostro viaggio ci porta in Israele in particolare, non lontano dalla capitale, Tel Aviv, ad Halon, dove si trova l’Israeli Center for Digital Art, primo ed unico centro locale dedicato alle arti digitali e ai new media. Il centro è stato fondato nel 2001 con l’obiettivo di promuovere le arti digitali, e non solo, in Israele e allo stesso tempo per favorire il dialogo fra artisti e pubblico e tra gli artisti stessi, israeliani ed internazionali.

Gli eventi e le iniziative del Centro riguardano l’arte contemporanea in primis, ma anche net e video art, nonché installazioni di vario tipo. Una delle direttive ispiratrici del centro è infatti l’interesse per la cultura digitale e per tutte le sue influenze e declinazioni rispetto all’arte contemporanea in senso lato, per cui il campo di azione risulta piuttosto vasto.

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Estremamente interessante è anche l’archivio video http://www.digitalartlab.org.il/ArchiveIndex.asp da circa 2 anni disponibile sul sito, dove sono raccolti video di artisti, soprattutto locali ma anche internazionali, che hanno lavorato con il centro, catalogati sia per nome che per paese o soggetto artistico. L’archivio consiste oggi di ben 1.750 titoli e include lavori di video arte, sound art, film e documentazioni di performance e installazioni. Molti di questi lavori sono anche legati tematicamente, attraverso temi di identità, militarismo, nazionalismo e tematiche socio-politiche rilevanti per la regione. Da esso è nato anche il progetto Mobile Archive (http://mobilearchive.digitalartlab.org.il)che presenta l’archivio nella forma di open library su cui ospitare video e opere.

E’ sempre interessante vedere quali sono gli scenari e i contesti che si trovano al di fuori dei main stages europei o americani, specialmente quando si tratta di regioni, come quelle mediorientali, ricche di storia, cultura, potenziale creativo, opportunità e, purtroppo, conflitti.

Per meglio esplorare le linee ispiratrici e operative dell’Israeli Center for Digital Arts, abbiamo parlato direttamente con il suo direttore, Eyal Dalon, ponendogli alcune domande chiave.

Silvia Bertolotti:Com’é nata l’idea di un Centro dedicato alle arti digitali e qual é la sua storia ?

Eyal Dalon: L’idea originaria era quella di creare un nuovo media center a Holon. Parlo del 2001, quando la città di Holon iniziò un processo di rinnovamento e riprogettazione attraverso il sorgere di istituzioni culturali e dedicate all’infanzia. Quindi l’idea fu quella di aprire un nuovo media center, un centro dedicato alla tecnologia e alle arti, che facesse parte di queste iniziative più generali. Oggi i risultati di questo processo sono anche il Design Museum, la Mediatheque e altre istituzioni cittadine.

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Silvia Bertolotti: Qual é la parte più difficile e impegnativa del tuo lavoro quotidiano al Centro?

Eyal Dalon: Nel corso degli anni il Centro ha sviluppato una collezione di diverse piattaforme come ad esempio l’archivio video, delle residenze, radio online, spazi espositivi, programmi di formazione e, negli ultimi due anni, un grande progetto in un quartiere di Holon: Jessy Cohen. Questo progetto è una grande sfida per noi come spazio di arte pubblica. Si richiede un nuovo modo di pensare il ruolo dell’arte e delle sue istituzioni, la collaborazione tra artisti e non artisti, il nostro modo di lavorare con gli altri, insegnanti, collaboratori di altri centri, operatori sociali, i residenti, e di creare sinergie con loro.

Allo stesso tempo abbiamo bisogno di lavorare nel campo dell’arte in modo da condurre gli artisti verso questo progetto, in particolare gli artisti per i quali la pratica sociale non è necessariamente la pratica usuale. Tutto ciò allo scopo di comprendere i nostri strumenti e il nostro ruolo. Quindi questo, insieme alla raccolta di fondi, rappresenta la più grande sfida come pure il più grande interesse.

Silvia Bertolotti: Quali sono i progetti cui state lavorando per il futuro?

Eyal Dalon: Stiamo ora pianificando la nostra serie di mostre per il 2013. Abbiamo iniziato a lavorare ad un progetto di due anni con il Jewish Cultural Center di San Paolo su evangelizzazione e movimenti religiosi fondamentalisti ebraici. Nel 2012 si concluderà un lungo progetto iniziato nel 2011, chiamato Where to?. Esso tratta di opportunità storiche dimenticate e cancellate e delle correnti all’interno del movimento sionista, correnti estremamente diverse da quella principale del sionismo che conosciamo oggi.

Abbiamo invitato gli artisti ad esaminare queste storie in un archivio che abbiamo aperto nel Centro e poi a produrre nuove opere d’arte che siano proposte per il futuro di Israele. L’idea è quella di reintrodurre l’immaginazione nella politica e, attraverso l’arte, offrire nuove possibilità per il futuro al luogo in cui viviamo. Abbiamo inoltre in programma lo sviluppo ulteriore del nostro progetto in Jessy Cohen come parte di un network di centri d’arte che lavorino in circostanze analoghe nei diversi quartieri.

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Silvia Bertolotti: C’è stato un progetto o evento particolarmente riuscito e che ha riscosso più successo nel passato?

Eyal Dalon: Naturalmente non si può parlare di un progetto. Stiamo lavorando in questi giorni su un libro che segnerà i primi 10 anni del centro. Ripubblicheremo i testi delle principali mostre che si sono svolte durante questo decennio. Questi riflettono la nostra linea curatoriale e la nostra motivazione principale, che può essere descritta come il tentativo di creare un’arte che partecipi alla nostra realtà, anche senza poterla cambiare del tutto. Questa idea è stato promossa anche dal nostro ex-direttore e curatore Galit Eilat.

Silvia Bertolotti: Qual’é a vostro parere, l’influenza e l’impatto della cultura, della politica e della società locali sulla scena delle arti digitali?

Eyal Dalon: Penso che stiamo vivendo in un momento storico di cambiamento, ma questo è ancora in corso. L’influenza delle tecnologie di comunicazione sulla società israeliana nonché sulle società vicine è cruciale. Quale sarà l’esito di questo processo è ancora impossibile prevederlo. Penso che l’impatto sulla scena dell’arte digitale sarà sempre più evidente in futuro, dal momento che l’arte ha bisogno di più tempo per reagire, anche se stiamo parlando di tecnologie real time per usare le parole di Paul Virilio.

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Silvia Bertolotti: Quali sono le relazioni con le scene europea e americana?

Eyal Dalon: Abbiamo meno contatti con gli Stati Uniti. Dal 2003 abbiamo iniziato a cercare contatti con i centri d’arte che lavorano in contesti storico-sociali simili al nostro, dal momento che ci troviamo in Israele. Ciò significava guardare in aree dove le tensioni etniche o politiche erano dominanti. Così, naturalmente, abbiamo iniziato a cercare collaborazioni nell’ex Europa orientale, nell’area balcanica e nel Medio Oriente. Questo ha portato a numerose mostre e progetti, come pure contatti che continuiamo a coltivare.

Silvia Bertolotti: Quali sono le attività principali del vostro Centro?

Eyal Dalon: Le principali attività sono circa 4 mostre l’anno, il progetto Mobile Archive, il magazine online “Maarav” che viene pubblicato in parallelo alle nostre mostre (http://www.maarav.org.il/), la nostra stazione radio online (http://www.halas.am/), programmi di residenza, vari programmi di formazione, esposizioni e conferenze e ovviamente tutto il progetto nel quartiere di Jessy Cohen.

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Silvia Bertolotti: In termini di progetti di comunicazione, potrebbe parlarci del vostro magazine online “Maarav” e anche della stazione radio internet “Halas”?

Eyal Dalon: “Halas” è una piattaforma audio on-line. È più un’installazione sonora continua, piuttosto che una radio. Tuttavia è anche un archivio di tutti i programmi trasmessi così come di tutte le registrazioni audio delle lezioni e conferenze che hanno avuto luogo nel centro. Quindi è uno strumento importante per noi per comunicare le nostre attività. La rivista “Maarav” ha iniziato ad essere pubblicata in parallelo alle nostre mostre l’anno scorso. Questo significa che abbiamo un’altra piattaforma per ampliare il dibattito intorno ai temi di cui ci occupiamo nelle nostre mostre. I curatori fungono anche da editori e invitiamo spesso scrittori ad aggiungere testi alle tematiche esplorate dalle opere d’arte presentate nel corso di eventi.


http://www.digitalartlab.org.il/Index.asp

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