L’oscurità caratterizza la musica di Anstam. Un’oscurità vasta, estesa in uno spazio solo intuibile, eppure estremamente claustrofobica perché piena di elementi diversi. È come se conducesse l’ascoltatore in una grande sala buia e lo lasciasse vagare al suo interno per scoprire cosa nasconde.

Suoni di una postmodernità ormai superata, cambi di tempo inaspettati, sovrapposizioni emotive audaci… Tutto racconta di una ricerca continua, che non può fermarsi, perché è nell’imprevedibile che trova la sua forza propulsiva. Il viaggio è la metafora giusta per Anstam, che parte dalla musica “tradizionale” per arrivare alle frontiere più avanzate dell’elettronica. Nel suo primo album, Dispel Dances, pubblicato dalla 50Weapons dei Modeselektor, il produttore berlinese rivisita le ultime tendenze della dubstep insieme alla IDM più cerebrale, mescolando beat scuri e nervosi con suoni industriali e atmosfere futuribili. Sempre seguendo il filo delle emozioni forti.

Anstam rappresenta per me quell’ambiente immaginario e astratto, il mio personale cuore di tenebra, in un certo senso. La musica non è altro che un diario di viaggio e nella musica di Anstam senti l’ingombrante passato culturale dell’Occidente: le macchine, la potenza industriale, la grande città. Tuttavia, allo stesso tempo è contaminata da alcuni demoni esotici, che trasformano tutti quegli elementi in un rituale, li fanno rabbrividire e li manipolano come marionette appese a un filo.

Inoltre, l’estetica di Anstam cattura la situazione emotiva nel suo crearsi, perciò chi ascolta vuole davvero sapere cosa si cela dentro quella stravagante nebbia scura che suona così vicina. È una sensazione che ti fa sentire euforico come un bambino, sei estremamente concentrato e assolutamente sveglio, ma allo stesso tempo sei consapevole del fatto che questa sensazione può svanire e frantumarsi in un attimo.

Claudia Galal: Il tuo album di debutto, Dispel Dances, è uscito lo scorso ottobre per l’etichetta 50Weapons. Dalla tua prima apparizione sulla scena elettronica sono passati ormai alcuni anni, perché hai aspettato così a lungo?

Anstam: Il progetto Anstam non è qualcosa di pianificabile. Semplicemente funziona in maniera imprevedibile. Ci sono alcuni periodi, come è successo spesso l’anno scorso, nei quali l’impulso a diffondere, informare e comunicare è molto forte. Invece, adesso Anstam vive nuovamente un’intensa fase di ricerca. Tuttavia, entrambi i momenti, la ricerca e la comunicazione, sono ugualmente importanti. Le produzioni a nome Anstam sono sempre come strani meravigliosi reperti che riporti indietro dopo una lunga e avventurosa spedizione.

Claudia Galal: Quali sono le maggiori differenze tra il tuo ultimo lavoro e i primi singoli di successo?

Anstam: La sostanza centrale del mio lavoro è cambiata. La trilogia formata dai 12” Aeto, Brom e Cree, una collaborazione esclusiva con il negozio di dischi berlinese Hardwax, era principalmente concentrata sui pattern ritmici e sottolineava proprio l’importanza preziosa del ritmo. Era una fase creativa tutta basata sull’isolamento e la purezza. Nell’attuale lavoro con la 50Weapons la prospettiva si è evoluta, perché si cerca di dare una forma, o addirittura una faccia, a una presenza ritmica sempre fondamentale, dissipando un po’ di quell’astrattezza del passato. Oggi Anstam si è sbarazzato di alcuni suoi limiti allo scopo di raggiungere profondità sempre maggiori.

Claudia Galal: Si sa che i giornalisti amano le definizioni. Come definiresti la tua musica oggi?

Anstam: Per dirla come i Prefab Sprout, Anstam è “il mio contributo al blues urbano”. Adesso c’è un problema diffuso in tutti i generi della musica elettronica, che io ritengo latente fin dagli esordi della musica nei club. Oggi tutto ruota intorno al djing, così molti generi di musica elettronica sono roba per dj. Secondo me la questione gira intorno alle categorizzazioni della musica in termini di tempo, di bpm. Se è sensato che un dj suoni musica con più o meno lo stesso numero di bpm nel corso di un set, un musicista o un compositore, che decida di produrre con un set-up elettronico piuttosto che con strumenti fisici, non dovrebbe essere necessariamente legato a un tempo soltanto, tantomeno per essere sicuro di rientrare in una categoria musicale. Ancora, e soprattutto, oggi persiste una categorizzazione della musica elettronica secondo vecchie etichette che io rifiuto.

Claudia Galal: Qual è stata la prima ispirazione per il tuo album? La tua musica è caratterizzata da suoni scuri e densi di emozioni: cosa c’è nell’oscurità che ti attrae?

Anstam: Intorno a tutte le cose che faccio c’è sempre lo stesso tema, che io chiamo il tema “Joseph Conrad”. Riguarda il viaggio, la ricerca, l’andare in posti sconosciuti, posti strani e imprevedibili, posti scuri. Ha anche a che fare con la sensazione di immaginarsi all’interno di un ambiente astratto con una logica e leggi fisiche sue. Questo funziona come uno specchio delle proprie condizioni e del proprio background culturale e, naturalmente, com’è giusto che sia, ognuno affronta il se stesso riflesso con un po’ di paura.

Claudia Galal: Nel tuo disco si sente un’attenzione “maniacale” per il suono. È davvero così? E cosa rappresenta il suono per te?

Anstam: Quando ho cominciato a dedicarmi alla computer music, tanto tempo fa, io venivo dal mondo degli strumenti fisici. Io non volevo cambiare il modo di comporre o produrre musica, ma ero semplicemente affascinato dall’idea di fare ogni cosa per conto mio, di avere il controllo totale non solo di ogni nota ma anche di ogni effetto, di ogni parametro in ogni millisecondo. Il mio problema principale con quel primo materiale era che non suonava molto elegante.

La mancanza di dita che suonano, toccano o colpiscono qualcosa di vero è tuttora la mia più grande preoccupazione quando mi confronto con il suono. Così, invece di un solo campione di cassa in un beat, ho cominciato a usare tre o quattro campioni con volume o lunghezza differente oppure filtrati. La mia “mania” per il suono continua ancora, infatti utilizzo una catena di plug-in che danno l’impressione del respiro vitale, del comportamento umano all’interno delle macchine.

Claudia Galal: Come ti prepari alle tue performance dal vivo? E quali sono gli elementi più importanti per fare un grande live set?

Anstam: Purtroppo penso che molti non capiscano che suonare musica elettronica dal vivo non significa dover avere migliaia di gadget elettronici sul palco o preparare una speciale coreografia. La differenza rispetto a un dj set è semplicemente che si suona esclusivamente il proprio materiale. Questo significa che durante la tua performance in un club le persone hanno a che fare con te, ma non che tu hai a che fare con le persone.

Per me la componente più importante di un live set è la sua struttura musicale, perciò suono per un’ora cercando di essere coinvolgente soprattutto in termini di drammaticità, estetica e intensità. La struttura di un set è sempre determinata prima, ma poi viene adattata e attualizzata di volta in volta. Se c’è abbastanza tempo prima dell’esibizione faccio una specie di “prova generale” nella mia stanza d’albergo per entrare nel giusto mood.

Tutte queste considerazioni riguardano il lato dell’artista, invece quello che succede poi non è nelle mie mani, ma dipende da tante piccole circostanze. Come dicevo prima, le persone hanno a che fare con te e quando suoni davanti a persone disinteressate alla tua musica, non puoi vincere. Diciamo che un pubblico interessato è sicuramente un buon inizio per la riuscita di un live set, ma anche le dimensioni e l’atmosfera della venue giocano un certo ruolo.

È innegabile che differenti tipi di musica abbiano bisogno di sale e spazi differenti. Anstam funziona al suo meglio se suono in grandi situazioni claustrofobiche, perché le frequenze maggiormente sfruttate hanno bisogno di molto spazio per nuotare nell’aria.

In sintesi, io cerco di fare del mio meglio come artista ogni volta, rendendo il mio lavoro interessante per chi viene a sentire, ma poi non è possibile prevedere le reazioni del “mondo esterno”.

Claudia Galal: Secondo te attualmente da dove vengono le cose più interessante nell’ambito della scena clubbing internazionale?

Anstam: Se dovessi basarmi sulla mia esperienza, dovrei dire che il 99% della musica elettronica che mi ha realmente influenzato veniva, o viene, dal Regno Unito e dalla Germania. Però, devo ammettere che non sono così coinvolto dalla scena clubbing internazionale da poter affermare qualcosa con certezza. Chissà, forse grandi cose stanno accadendo in Italia. Chi sono io per saperlo?

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