Dopo una chiacchierata autunnale con Filippo Minelli, artista nativo del bresciano, classe ‘83, volutamente ho deciso di non proporre qui un approfondimento del suo lavoro da un punto di vista di contenuto, connesso alla società, al tempo e alla storia delle persone e dei luoghi che si incontrano nelle sue opere. La ricerca artistica di Minelli richiede infatti, per la massima parte, un’accettazione del ruolo di fruitore, il quale – anche nella contemplazione – si trova a prendere posizione verso un determinato modo di esplorare il mondo, e la visione e comunicazione di esso.

Una prima conoscenza delle opere di Filippo Minelli guida – attraverso le immagini e le visioni che egli propone – al comune denominatore che le avvicina o allontana, e sempre le fa dialogare: lo spartiacque “parola/silenzio”, un ambito di indagine che è scelto per esplorare e generare, non per attribuire un senso all’esistente.

Partendo da un’opera come Sound (2005), in cui la parola emerge dalla combustione di alcuni fusti in un campo di grano, è la fotografia a restituire l’azione, la quale produce una verbalizzazione. Leggere il suono all’interno dell’immagine consente un passaggio concettuale, attraverso la traslitterazione del piano della visione ad un sistema espressivo complesso, lucido e acuto, in cui parola, significato e rappresentazione conflagrano.

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Questa acutezza è alla base del lavoro di Filippo Minelli, che processa costantemente la realtà visibile e udibile, aggiungendo tracce al contesto reale, che lascia emergere così tutta la sua evidente presenza e contestuale assenza.

Contradictions (luoghi vari, dal 2007), nell’ambito della “parola”, è una serie in continua evoluzione, nella quale la scrittura a grande dimensione entra potentemente in contatto con lo scenario naturale/urbanizzato in cui è posta; qui, solo per fare un esempio, la parola “second life” si trova sulla lamiera arrugginita posta al confine di un terreno a Phnom Penh in Cambogia (2007). E nella serie Lines (luoghi vari in Europa, dal 2009), nell’alveo del “silenzio”, c’è una linea continua che scorre e si interrompe in più linee all’infinito, in una corsa sospesa tra natura e urbanizzazione, su cemento, pareti, industrie, onde di ferro zincato, neve. E sulla neve non si può sentire.

A fronte di questo approccio, ho parlato con Filippo Minelli di nuovi media, che sono al margine del suo lavoro, ma sui quali egli riflette per attraversare la propria ricerca.

Silvia Scaravaggi: Filippo, partiamo dalle origini. Hai studiato nuovi media per l’arte: cosa ti ha dato questa formazione?

Filippo Minelli: Mi sono diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Brera nel 2006, nell’ambiente più sterile che abbia mai visto dopo il Deserto del Gobi. Ci si trascinava fra disorganizzazione e avanguardia a ritmi mediterranei, e cercavo di imparare quanto di meglio potevo dagli studenti più avanti di me o dai pochi docenti disponibili. L’ambito di studio mi ha reso più sensibile alle implicazioni della diffusione della tecnologia nella vita quotidiana delle persone. Ho scelto questo tipo di formazione per avere nuovi strumenti di sperimentazione, ed ho avuto la conferma che la cosa che mi interessa fare è creare indipendentemente da quello che mi trovo fra le mani.

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Silvia Scaravaggi: Che cosa significa nel tuo lavoro il binomio “parola/silenzio”? Come lo esprimi? Qual è il messaggio che vuoi trasmettere?

Filippo Minelli: Il binomio “parola/silenzio” è la sintesi del contemporaneo, l’era della comunicazione con il conseguente accumulo di dati e la necessità di estraniarsi. Non ho intenzione di trasmettere nessun messaggio, il ruolo dell’artista è sempre stato quello di filtrare la realtà e presentarla per quello che è con i mezzi a sua disposizione. Scrivere, costruire, fotografare, filmare parole e silenzio per me è esattamente come poteva essere scolpire una scena di guerra in una colonna al tempo dei romani o dipingere nel Rinascimento. Il punto di vista soggettivo esiste ma non è più l’obiettivo primario.

Silvia Scaravaggi: E com’è la realtà che presenti nelle opere della sezione Speech? Quanto muta attraverso di esse?

Filippo Minelli: È una realtà semplice e scarna. Qualcuno l’ha definita “disarmante”. Gioco sull’equilibrio fra la semplicità della realtà e la complessità di sfumature che sono tante quante le esperienze vissute dal fruitore dei miei interventi, nella vita reale o nella documentazione delle azioni. La realtà non muta è sempre quella, e non ha nemmeno bisogno di noi a dirla tutta. È mutato il mio occhio, il mio approccio e il mio carattere, come è inevitabile che sia continuando a fare esperienze. Prima mi concentravo sull’aspetto urbano e sulla comunicazione perché mi sembravano molto attuali, ora mi interessano molte più cose.

A livello geografico il mio occhio si è spostato dalle nazioni alle zone di confine, alle specificità dei luoghi, delle etnie, delle tradizioni non “statalizzate”, e credo che questa mia attitudine si manifesti anche nell’approccio ai media che uso: mi incuriosisce affrontare gli spazi che stanno fra fotografia e performance, interventi che intersecano vita pubblica e mondo virtuale, ricerca della bellezza o provocazione, senza chiudermi in una classificazione specifica.

La riduzione dei costi della tecnologia da un lato e la possibilità di realizzare, sempre grazie alle nuove tecnologie, pressoché ogni idea dall’altro sono una combinazione perfetta per chi come me si fa distrarre continuamente da ciò che ha intorno e cerca un approccio che potrebbe esser definito artigianale, perché si regge proprio sulla padronanza nell’utilizzo di vari media che non sono il fine ma semplicemente strumenti.

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Silvia Scaravaggi: Hai pescato a piene mani nel linguaggio dell’informatica e del web in CTRL+ALT+DELETE (2007), in Contradictions, in Google world (2008-2009). Come dialogano queste opere?

Filippo Minelli: Sono tutti lavori che riportano su un piano tangibile cose che nel pensiero collettivo sono relegate nell’etere, come internet, realtà non tangibili governate da dinamiche sconosciute e imprevedibili. Sono interventi molto diversi fra loro per significato e approccio, ma sottolineano allo stesso modo un periodo storico confuso di sperimentazione sociale che si regge su contraddizioni e non su punti fermi.

Non si è ancora arrivati a considerare le nuove tecnologie come un semplice strumento per velocizzare processi in modo metodico, condividere informazioni magari in maniera organizzata e senza alle spalle interessi privati. C’è un approccio religioso con tanto di speranze di miglioramento della condizione umana, venerazione dell’aldilà (internet come entità astratta) e aspettativa verso il futuro che allontanano il ragionamento e offuscano gli aspetti oggettivamente positivi che si potrebbero raggiungere in fatto di conoscenza ridistribuita, che è il primo passo per ridistribuire tutto il resto.

Silvia Scaravaggi: Cosa c’è nell’attitudine contemporanea ai nuovi media che ti va stretto?

Filippo Minelli: I nuovi media sono uno strumento in più che ho voluto conoscere e continuerò ad approfondire per avere più strumenti per creare. Avere padronanza delle tecniche è importante, saper creare ambienti interattivi offre una possibilità di espressione molto ampia, ma non ho l’interesse feticista o la fretta di renderlo il mio strumento prediletto. Ci sono molti esempi di tecnologia utilizzata per fini artistici che sono parchi-gioco per adulti e vengono tenuti in considerazione per la mancanza di conoscenze necessarie a valutarli al di là della novità. Nell’arte come nella vita sono convinto che quando non si ha niente da dire sia più sobrio stare in silenzio che continuare a proporre rumore, per quanto raffinato possa sembrare.

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Silvia Scaravaggi: La tua attività passa attraverso il web, nel senso che nella rete prendi appunti, lasciando una traccia di quello che fai, e attraverso la rete è possibile farsi un’idea della tua ricerca. Quanto è importante l’aspetto performativo/attuativo e quanto la restituzione? Questa restituzione avviene attraverso canali privilegiati, penso ad esempio alla fotografia?

Filippo Minelli: Mi piace vivere e creare le condizioni per i miei interventi anche al di là delle sinergie istituzionali o espositive, quindi se dovessi dividerla in percentuali direi 70% performativo e 30% restituzione. La fotografia è un mezzo al quale sono molto affezionato perché è una forma di diffusione diretta ma non invasiva come il video, ed è lo strumento più adatto a documentare gran parte della mia produzione. Preferisco avere un motivo per scegliere un mezzo rispetto ad un altro, e fino a quando non ho la necessità di utilizzare qualcosa di più complesso sfrutto la cosa più semplice.

Silvia Scaravaggi: In che senso il video è invasivo? Come lo hai usato?

Filippo Minelli: Il video ha dei tempi dati da chi lo ha girato, a volte non ti dà il tempo di assimilarlo e a volte ti obbliga a dargli l’attenzione irritante dei bimbi che fanno capricci. E spesso ha anche un audio. Da questo punto di vista la fotografia è più gentile, non pretende più di quello che le vuoi dare. Sto lavorando a una serie di video sul tema della percezione, incentrata sulla soggettività del futuro e per il momento ho utilizzato il video quasi senza montaggio, cercando di lasciare i tempi della vita normale per sottolineare l’attesa per un traguardo che non esiste.

Silvia Scaravaggi: E con la polaroid hai un rapporto privilegiato, quale?

Filippo Minelli: Parte del mio lavoro è legato al viaggio e utilizzo la polaroid soprattutto in queste situazioni. Viaggio spesso per curiosità e per trovare i luoghi adatti in cui intervenire, nei viaggi faccio creare manufatti (per esempio le bandiere del mio progetto in corso Flags) e raccolgo, trovo o compro altrettanti oggetti del posto o testimonianze del suo passato. Le polaroid sono istantanee e se ne ha esperienza come elemento singolo nel posto in cui vengono scattate e quindi appartengono a quel posto, legame che non si crea nella fotografia scattata, ma sviluppata/stampata altrove.

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Silvia Scaravaggi: Nel 2011 hai portato avanti un progetto costruito attraverso un blog: Chemoterapy update (http://chemotherapyupdate.tumblr.com). Vorrei parlarne perché trovo che sia estremamente efficace nei contenuti e interessante come strategia di rifiuto di una visione sconsolata/consolatoria dell’esperienza…

Filippo Minelli: Chemotherapy Update in realtà è nato semplicemente come blog per aggiornare i miei parenti, amici e tutte le persone che non avrei potuto vedere per mesi sullo stato delle cure per guarire dal tumore che ho scoperto di avere nel 2010. È stato un modo terapeutico di tenere impegnato il cervello con cose divertenti, per non cadere nel baratro dell’autocommiserazione o del conforto religioso in voga fra la popolazione onco-ematologica. Come dicevo non voglio uno strumento privilegiato con cui creare e in quel momento fra le mie mani c’erano solo un pigiama, un iPhone e la speranza di tornare in vita.

Il pigiama me lo sono messo addosso e, in quella situazione in cui anche le cose più piccole sembrano eventi importanti, ho iniziato ad utilizzare un’applicazione nata per impaginare posters, per eventi appunto, e ho documentato l’esperienza montando immagini e scritte. Avendo un inizio, una fine (per fortuna positiva) e un argomento specifico posso capire che adesso venga considerato un “progetto”.

Silvia Scaravaggi: Se il progetto è accidentale, non lo è il processo. In molti casi stai proseguendo delle “serie”, mi riferisco ad esempio a Shapes e Lines che fanno parte della sezione Silence. In questo la processualità gioco un ruolo portante…

Filippo Minelli: Il processo è una cosa che mi interessa molto perché offre la possibilità di cogliere verità e completezza nelle varie sfumature di una creazione, invece di presentare un oggetto o un’idea come unica possibilità. In Shapes [una serie di Silence, avviata nel 2010, che si basa sulla visualizzazione di gas colorati nella natura, ndr] il processo diventa una questione anche tecnica e macchinosa perché bisogna saper scegliere le condizioni meteorologiche, cercare di prevedere i mutamenti o cogliere l’attimo per ottenere il risultato voluto. Al momento sto studiando flussi d’aria calda per ottenere il risultato di immobilità/movimento che voglio anche in video, ma è difficilissimo perché basta un cambiamento di pressione o umidità per mandare all’aria tutto quello che hai preparato.

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Silvia Scaravaggi: Che differenza c’è tra processare il silenzio e processare la parola?

Filippo Minelli: Non c’è nessuna differenza: processare la parola è comunicare e quindi va scelto il momento, il luogo e il modo in cui è meglio farlo. Per il silenzio è una ricerca legata alla necessità di ritagliarsi uno spazio intimo e quindi anche qui non tutti gli ambienti e non tutti i tempi sono adatti. Compreso quando si tratta di una provocazione, perché anche questo rientra nei tempi, nei modi e nei luoghi adatti.


http://www.filippominelli.com

http://chemotherapyupdate.tumblr.com

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