“Gli uomini hanno sempre imparato dagli animali, e anche in quest’epoca di elettronica e struttura atomica abbiamo ancora molto da imparare.” Questa riflessione di Donald R. Griffin costituisce il punto di partenza per il giovane curatore e stidioso di sound-art Stefano Perna per per costruire l’ultimo prodotto pubblicato dalla radio online austriaca Kunstradio, punto di rifermento dall’ormai lontano 1995 per quanto riguarda la sperimentazione sonora in ambito radiofonico).

A short guide to becoming-bat (www.kunstradio.at/PROJECTS/CURATED_BY/BAT/index.html) è un lavoro è incentrato sui suoni prodotti dal pipistrello, una creatura radiofonica, in grado di modulare un sistema di risonanze che definiscono un spazio non visivo all’interno del quale espleta le proprie funzioni vitali. Nel buio totale, il pipistrello costruisce uno spazio ondulatorio fatto di segnali, di frequenze e ampiezze, “uno spazio pulsante, che cambia continuamente, si evolve, si espande e si contrae. I pipistrelli vivono in un mondo radiofonico”.

Il programma include lavori di artisti come Ventriloque Media Collective, Pietro Riparbelli, Davide Tidoni, Anna Raimondo, Younes Baba Ali e Sec_), a testimoniare l’affascinante tesi di fondo di Perna, docente di sound-design presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, curatore per l’arte sonora presso il Palazzo delle Arti di Napoli fino al 2010: “La Radio non è un privilegio della specie umana.

Con la radio gli esseri umani sono catturati in un divenire-animale che li avvicina ad altre aree del regno vivente. Etologi e studiosi di scienze naturali hanno dimostrato che molto tempo prima che gli esseri umani cominciarono a sfruttare le proprietà dello spettro elettromagnetico, gli animali avevano già sviluppato un sofisticato sistema per la manipolazione delle onde e la trasmissione di segnali sonori al fine di comunicazione e orientamento. Molte specie di delfini, balene, gli insetti e gli uccelli sono in effetti radio-creature.”

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Un “elogio della cecità” quindi, citando espressamente Rudolf Arnheim, un invito a tutti i radio-ascoltatori a divenire pipistrelli (o a prendere coscienza del divenirvi): “Con la radio accesa, l’ascoltatore entra nella grotta, il buio e il suo spazio è improvvisamente cambiato. Questa spazialità definita da coordinate sonore che non è più designato da quello che vediamo intorno a noi.

Esattamente dove sono i suoni e le voci che sento? E dove esattamente di cosa sto quando ascolto la radio? Una volta abbandonato lo spazio prospettico della nostra casa, della nostra cucina o la nostra auto, entriamo in uno spazio di forma d’onda, la cui geometria è a noi sconosciuta, una sorta di non-umano spazialità popolata da forze e le indicazioni per cui il nostro sistema percettivo non è perfettamente sintonizzato.

Per capire e gestire questo spazio misterioso che si materializza ogni volta che chiudiamo un dispositivo radio, abbiamo bisogno – il più delle volte inconsciamente – di riposizionarci rapidamente in un nuovo luogo fatto di una matrice di relazioni spaziali e temporali definiti solo dal propagazione delle onde, dati e segnali audio. In altre parole, ad abitare questo luogo siamo costretti a praticare una forma grezza di eco-localizzazione.”

La serie di opere che Stefano Perna ha selezionato, si concentrano sulle implicazioni concettuali e sulla esplorazione metaforica di questi collegamenti trasversali, questa strana forma di parentela tra pipistrelli e gli esseri umani come forme che vivono immersi in uno spazio radiofonico. Gli artisti sono stati invitati a creare pezzi che potrebbero funzionare come capitoli di una sorta di manuale per guidare l’ascoltatore sulla strada di questo divenire-animale attraverso la tecnologia.

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Facciamo qualche domanda al giovane curatore partenopeo anche per approfondire i molteplici aspetti della sua ricerca, legata da sempre ai media digitali.

Pasquale Napolitano: Come nasce l’idea di A short guide to becoming-bat?

Stefano Perna: L’idea è frutto di una fortunata combinazione di fattori. Circa un anno fa stavo leggendo alcuni vecchi testi di uno scienziato americano – Donald Griffin – dai titoli abbastanza eloquenti: Listening in the dark e Echoes of Bats and Men, rispettivamente del 1958 e del 1959. Griffin è lo scopritore della cosiddetta “echolocation”, ossia la capacità che hanno alcuni animali (in particolare pipistrelli, balene, delfini e alcune specie di insetti) di “vedere con il suono”, di utilizzare cioè un complesso sistema di produzione e ricezione di risonanze per creare una sorta di “mappa mentale” dello spazio in cui si muovono, anche nella totale assenza di informazioni visive.

Il principio che viene sfruttato da questa straordinaria capacità presente nel mondo animale è anche ciò che sta alla base di alcune importanti tecnologie come il sonar e il radar, nonché di alcune tecniche che le persone non vedenti utilizzano per orientarsi nello spazio.

A differenza di testi specialistici più contemporanei, quelli di Griffin hanno qualcosa di vagamente poetico, questa grande ammirazione per il mondo animale non tanto come qualcosa da conquistare o semplicemente da spiegare o da preservare in senso ecologista, ma come di un universo profondo, enigmatico e in movimento continuo, da cui apprendere e da cui lasciarsi trascinare verso zone di esperienza neanche concepibili dalla nostra specie.

Contemporaneamente stavo lavorando ad un testo commissionatomi da Kunstradio(di prossima uscita in un volume collettivo) in cui affrontavo la questione dell’ “ascolto” in relazione all’arte radiofonica, trattandolo come qualcosa di molto diverso da quello che viene messo in gioco durante la fruizione di musica o di sound art, e che ha a che fare proprio con la questione della costruzione di uno spazio virtuale definito solo tramite coordinate sonore. Le possibili connessioni tra “ascolto radiofonico” ed “ascolto animale” mi si sono allora iniziate a formare naturalmente nella testa, e poco dopo è arrivata la richiesta da parte di ORF – Kunstradio di curare e commissionare ad alcuni artisti una serie di opere radiofoniche su di un tema a mia scelta.

L’idea era allora già lì bella e pronta. La radio come strumento per uscire dai ristretti confini del “sentire” umano, come strumento per “vedere” nel buio come creature elettromagnetiche, esattamente come fanno i pipistrelli. Il titolo che poi è venuto fuori è frutto di una terza coordinata teorica che mi stava guidando in quel periodo: si tratta di un omaggio semiserio al concetto di divenire-animale di Deleuze e Guattari.

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Pasquale Napolitano: Come hai selezionato il roster degli artisti? In quali ambiti sei andato a cercarli?

Stefano Perna: In un primo momento ho avuto difficoltà su come orientare le scelte perché avevo deciso di chiamare artisti italiani (sebbene non me l’avessero richiesto esplicitamente), anche se in Italia attualmente, a differenza di altri paesi, non sono molto diffuse una riflessione e una pratica artistica specificamente rivolte alla radio, nel senso di un modo di concepire l’arte-radio come qualcosa di più e di diverso dalla semplice trasmissione-via-radio-di-contenuti-artistici (ma su questo ci torno in una domanda successiva).

Fatta questa premessa, il bacino in cui pensavo di andare a selezionare gli artisti era chiaramente quello della musica sperimentale e della sound art nostrane, sebbene la radio art è, potenzialmente, dominio di uno spettro molto più ampio di discipline.

Devo dire che gli artisti che poi ho chiamato li avevo già da tempo selezionati inconsciamente per un progetto a venire e ancora senza nome e che non sapevo se si sarebbe mai fatto, perché di ognuno di loro mi aveva colpito la tendenza a lavorare sui limiti del percepibile, sulla scoperta di regimi di senso e di pensiero al di là delle soglie più immediate della percezione quotidiana. Quindi diciamo che la scelta non è stata tanto di un “genere” o di un “circuito” quanto di un’attitudine ad intendere la pratica artistica come un processo rivolto, come avrebbe detto Paul Klee, a rendere percettibili forze o processi abitualmente impercettibili.

Non sono tanto interessato ad una riflessione o ad un’arte centrata sull’essere umano e sulle sue vicende, quanto a pratiche che cerchino di trascinare l’uomo via, verso zone di sensazione inorganica, animale, artificiale, minerale, elettromagnetica, ecc.. Gli artisti coinvolti sono stati chiamati a reagire su questi nessi: spazio radiofonico / spazio animale, visione senza immagini, spazio acustico / spazio d’onda, percettibile / impercettibile.

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Pasquale Napolitano: Il tuo rapporto con Kunstradio nasce grazie a Radioaktivitat, a mio avviso uno dei più significativi incontri tra radiofonia ed arte degli ultimi anni. Anche per chi non l’avesse vissuta, ti va di raccontarci quest’esperienza?

Stefano Perna: Radioaktivitat ha rappresentato da un lato il tentativo di riportare in Italia (più avanti spiego il perché del “ri-”) l’attenzione verso la sperimentazione artistico-radiofonica (che altrove prospera, si articola e si espande), dall’altro la volontà di ragionare sulla possibilità curatoriale di un evento dedicato alle “arti dell’ascolto” che si distaccasse tanto dalla formula del “festival” (di musica sperimentale /arti elettroniche digitali, ecc..) quanto dalla “mostra” o “rassegna” di sound art, ecc. La possibilità è stata fornita dalla curiosità e dall’incredibile apertura dell’allora direttore del PAN (Palazzo delle Arti Napoli) Marina Vergiani, con la quale, insieme a Lucilla Meloni, stavamo organizzando la terza edizione di un Forum internazionale sulla documentazione e i linguaggi del contemporaneo.

Radioaktivitat è stata una giornata di lavori dedicata alle emittenti radiofoniche europee (FM e web) specializzate in produzioni di radioart, in cui l’idea era quella di trasformare parte degli spazi del PAN in una zona “radio-attiva” all’interno della quale potessero prendere corpo una molteplicità di discorsi, ascolti, azioni e interferenze intorno a quella che Douglas Kahn ha definito, sulla scorta di uno scritto di Marinetti, “wireless imagination”.

Il pubblico, dotato di mini ricevitori radio con cuffie (quelli abitualmente usati durante i convegni per le traduzioni simultanee), era invitato ad esplorare questo spazio all’interno del quale, su diverse frequenze e dal vivo nello spazio fisico, si svolgevano performance, talks teorici, “dirette”, radiodrammi, installazioni.

Come dicevi tu, è lì che è iniziato il rapporto con Kunstradio, di cui era presente la fondatrice Heidi Grundamnn, una delle figure centrali per quanto riguarda non solo la radio arte, ma più in generale per le arti acustiche e telematiche contemporanee. Oltre a lei c’erano tanti altri protagonisti della scena europea passata e presente. Per chi fosse interessato, esiste una documentazione dell’evento all’URL: http://www.mixcloud.com/radioaktivitat/

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Pasquale Napolitano: Almeno per quanto riguarda il panorama italiano, è difficile trovare figure che si occupino di “radio art” con un piglio analitico e specialistico, inoltre è davvero interessante la capacità di fornire un tale substrato teorico al prodotto culturale. Come nasce l’idea di avvicinarti a questa disciplina e di intraprendere un discorso curatoriale in questo senso?

Stefano Perna: E’ un peccato: l’Italia in questo campo, a differenza di altri settori delle arti mediali, poteva vantare diversi “primati”. Il primo manifesto teorico sull’uso artistico della radio, tutt’oggi molto citato, è La Radia di Marinetti e Masnata del 1933, testo davvero visionario; il Prix Italia ha saputo dare spazio e supporto, almeno a partire dagli anni ’50, a molti progetti di taglio fortemente sperimentale e di carattere internazionale (basti pensare alla vittoria del radiodramma Ceneri di Samuel Beckett nel 1959!). E poi, soprattutto, il nostro paese ha ospitato fino al 1998 uno degli spazi radiofonici più originali, dirompenti, innovativi che si ricordino nel mondo, ossia Audiobox di Pinotto Fava, andato in onda per molti anni prima su Rai Radio Uno (!) e poi su Radio Tre.

Senza dimenticare il correlato Festival Audiobox, che si è tenuto prima a Cosenza e poi Matera tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, che rappresentava un incredibile momento non solo di esibizione, ma anche di produzione (alcuni grandi lavori di Alvin Curran, ad esempio sono stati commissionati per il festival), di musica sperimentale, installazioni sonore, radioarte. Grazie ad Audiobox la radio italiana era connessa con quanto di più interessante accadeva nel mondo della ricerca sonora, dal Canada all’Australia, passando per l’Austria (Kunstradio e Audiobox erano in contatto costante).

Dopo di allora, quasi il nulla. E’ anche per questo che in Italia, soprattutto le generazioni più giovani di artisti sonori non hanno familiarità col termine – e con la pratica della – “radioart”. Il massimo che è possibile trovare sono delle “finestre” nella programmazione tradizionale o dei podcast all’interno dei quali è possibile ascoltare contenuti sonori meno ortodossi del solito.

Ma la radioart non si limita a questo. Si tratta di esplorare le potenzialità e le specificità del medium in tutta la loro estensione, il che non significa solo trasmettere suoni. “Radio art is not transmitted sound art” recita il manifesto di Kunstradio. La radio, sia essa via etere, via web, via satellite, via gps, è la costruzione di uno spazio ondulatorio e disseminato, la dislocazione di corpi e suoni a distanze vertiginose, è localizzazione e dispersione, simultaneità e archivio, intimità e distanza. L’arte radio è quella che si misura con tutte queste componenti e non solo con le caratteristiche del suono per sé, nella prospettiva della costruzione di un ascolto espanso, dilatato fino ai confini del cosmo (le onde radio viaggiano nell’universo, indifferenti agli esseri umani e alla Terra stessa, come ben mostrano le opere di artisti come Radioqualia..).

Un’occasione per avvicinarmi a tutto questo mi è stata data quando mi fu data la possibilità di lavorare alla creazione della webradio del PAN alcuni anni fa, progetto attualmente concluso. Si trattava di creare, sull’onda di esperienze simili come la radio del PS/1 di New York, o l’italiana RadioPapesse, uno spazio acustico di circolazione per le arti contemporanee, attraverso un lavoro di documentazione e di produzione di opere promosse da un’istituzione museale. Credo che il risultato più consistente di quell’esperienza sia stato proprio l’organizzazione di Radioaktivitat.

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Pasquale Napolitano: C’è in tutto il tuo lavoro un’attenzione alla rappresentazione dell’impercettibile. Anche il tuo ultimo libro Form Flows Data, uscito da pochi giorni per Rubettino, condensa la tua lunga ed attenta ricerca sui temi della visualizzazione dei dati in campo artistico. C’è un legame tra questi due aspetti della ricerca?

Stefano Perna: Si, certamente il legame è forte. Sebbene si tratti di registri e contesti molto diversi, il movimento di fondo è lo stesso. Quello che è interessante è tutto ciò che mette in relazione il sentire umano con forze e processi che lo superano da ogni lato, vuoi per complessità, vuoi per dimensioni, vuoi per inadeguatezza della nostra dotazione biologica. Chiaramente non sto parlando di nulla di spirituale, ma di processi molto materiali, come appunto la comunicazione tra animali, i processi minerali, le intelligenze non-umane, i flussi di energia e di dati, i campi elettromagnetici, ecc.

Trovo molto appassionante il lavoro di quegli artisti che tentano di dare una forma sensibile a tutto questo, producendo lavori che sintonizzino la nostra percezione su canali inauditi. In questo, sono d’accordo che è possibile leggere un legame tra il libro, che si occupa soprattutto di “visivo”, e il lavoro che porto avanti invece sul piano sonoro. C’è però da dire che il campo della data art (o infoviz, o dataviz, e tutti gli altri modi in cui si sta chiamando) di per sé non sia granché interessante.

A mio avviso si tratta in gran parte poco più che di una moda, accompagnata per altro da una latente ideologia tecnicista che ci racconta che “visualizzare”, mostrare “pattern latenti di informazione”, sia di per sé un atto esteticamente valido. Le cose si fanno interessanti quando si fa avanti appunto il tentativo di accostare l’umano a qualcosa che, seppur messo in moto dalla specie, acquista caratteristiche che la trascendono fino a diventare una sorta di imperscrutabile alterità. Penso ai lavori di Rioji Ikeda o di Semiconductor, ad esempio.

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Pasquale Napolitano: Infine, tornando agli aspetti prettamente legati al suono ed alla radiofonia, quali sviluppi vedi per questa forma espressiva così ramificata ed allo stesso tempo così contemporanea?

Stefano Perna: Il web per ora ha mostrato ancora poco, riducendosi il più delle volte a ripetere la formula “a flusso” della radio tradizionale. I podcast non sono ancora stati sfruttati nelle loro caratteristiche peculiari, penso in particolar modo alla portabilità dei dispositivi e di quello che ci si potrebbe fare. Alcune cose interessanti si stanno muovendo nel campo dei locative media attraverso lo sviluppo di trasmissioni sonore geolocalizzate, ma allo stesso tempo c’è una nuova ondata di tradizionalissime (da un punto di vista tecnologico) radio “di quartiere” o di “comunità” che trasmettono in FM in zone molto limitate e contemporaneamente su web, che stanno diventando grandi fucine di sperimentazione e di creatività radiofonica (basti pensare al caso di Resonance FM).

In generale credo che il lavoro da fare sia ancora tanto e che in ogni caso ci siano – dato il crescente interesse per la sfera auditiva tanto nel contesto delle arti contemporanee quanto in quello dei media studiose – tutti i presupposti per una nuova ondata di interesse per l’arte radiofonica, a patto che con “radio” non intendiamo solo il vecchio dispositivo tecnico basato sulle onde che viaggiano nell’etere, ma un sistema più complesso di tecnologie (antiche o moderne che siano) e di linguaggi che ruotano intorno alla questione fondamentale della messa in circolazione nel tempo e nello spazio del suono.


http://www.kunstradio.at http://www.store.rubbettinoeditore.it/form-f-ol-lows-data.html

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