Alle 9 di mattina del 18 Novembre 2011 l’aula magna dell’Istituto Europeo di Design di Milano è gremita di studenti. Gli occhi puntati su immagini funamboliche, le mani alzate per prenotare la propria domanda, l’orecchio attento a captare ogni dettaglio che descrive una pratica rigorosa, scientifica, quasi ossessiva, ma non meno visionaria. La lectio magistralis di François Vogel, videoartista e filmmaker francese, apre la personale a lui dedicata nella XXI° edizione di Invideo dal titolo “Distanze Variabili” (16-20 novembre), festival di “video e cinema oltre” diretto da Sandra Lischi e Romano Fattorossi.

Dallo stop motion al time lapse, fino a complessi effetti di distorsione dell’immagine e proiezione volumetrica, la produzione dell’artista e pubblicitario definito recentemente “mago barocco” dalla rivista Bref, porta alla luce le connessioni nascoste tra analogico e digitale, riaprendo la dialettica tra ripresa, mise en scène e postproduzione e rendendo ancora, e forse più che mai, attuale la pratica artigianale, persino fisica, della produzione video.

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Con un attento radicamento nella realtà concreta, con i suoi imprevisti, i suoi errori, i suoi limiti tecnici, nell’opera di François Vogel il controllo del corpo e della sua relazione con lo spazio circostante sembrano ancora la base di ardite sperimentazioni formali, visioni sorprendenti e ammalianti, dove la poetica della meraviglia misura di volta in volta lontananze e vicinanze con i limiti del mondo. Distanze variabili potremmo dire, per riprendere il titolo di questa edizione del festival.

Un’edizione che, nella crescente asfissia in cui versa la produzione culturale del nostro paese, si è presentata con un catalogo in formato ridotto, “frutto di una cura dimagrante non scelta ma imposta dalle circostanze dell’emergenza”, [1] ma che non ha rinunciato a un programma fitto di incontri, screening, anteprime, [2] tra cui la proiezione del video documentario Another Glorious Day, saggio e testimonianza della pratica e del pensiero del Living Theatre attraverso la recente messa in scena di uno dei loro spettacoli più famosi, The Brig, intrecciata in modo sapiente e suggestivo con interviste e immagini d’archivio, tra cui le splendide riprese dello storico spettacolo del 1963 da parte di Jonas Mekas .[3]

Presentato dalle parole appassionate della storica e critica teatrale Anna Maria Monteverdi e dall’autore e regista Dirk Szuszies, ex attore del Living Theatre fino al 1985, il film ha permesso al pubblico eterogeneo presente nella sala dello Spazio Oberdan, dagli addetti ai lavori a giovanissimi studenti, fino a curiosi e appassionati, di rivivere la forza e l’energia di quel “teatro della rivoluzione permanente, un teatro per liberare i sogni, per liberare tutti i prigionieri, per prepararci all’azione rivoluzionaria non violenta”. [4]

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Una scelta curatoriale particolarmente appropriata, che ci ricorda, sebbene la retorica militare dei Marines possa risultare adesso distante, l’esigenza quantomai urgente e attuale di percorrere una strada di liberazione dalle nuove forme di oppressione, quelle che oggi sembrano imprigionarci in una galera sì invisibile, ma forse non meno violenta. Ecco che la cultura veste qui con particolare forza quella carica propulsiva, quella capacità di risvegliare la cittadinanza attraverso una pratica che potremmo definire quasi “omeopatica”, in grado quindi di innescare meccanismi di ribellione attraverso immagini e situazioni di sofferenza, costrizione, violenza.

Nel recente articolo che Anna Maria Monteverdi dedica all’opera di Dirk Szuszies, e dove ricorda i due grandi ispiratori della pratica del Living Theatre, Bertold Brecht e Antonin Artaud, risuonano infatti le parole di Judith Malina pronunciate in occasione di un’intervista a Cristina Valenti: “Noi siamo in grado di provocare dolore proprio perché non sentiamo gli uni la sofferenza degli altri; possiamo essere causa della sofferenza di altri perché non abbiamo corrispondenza empatica con la sofferenza altrui, non proviamo una reale emozione fisica corrispondente al dolore degli altri.” [5]

Certo, non è l’unica via possibile. L’arte può provocare cortocircuiti personali e collettivi nelle vie più disparate: “da una goccia d’acqua al mondo”, come si legge nella presentazione del festival, “da un interno domestico ai problemi del pianeta”. [6]

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Questione di distanze, appunto, entro le quali hanno preso posto le opere della selezione internazionale, scivolando da ritratti familiari (Meike Fehre, Frida & the time before me, ma anche Robert-Jan Lacombe, Kwa Heri Mandima) ad affreschi urbani e rurali (quelli ispirati alla street art di Nikki Shuster, Paris Recyclers, quelli sognanti e intimisti di Hisham Bizri, A Film, ma anche quelli di Lucilla Pesce e Stefano Vidari, Devis Venturelli, Clare Langan o Michel Klökforn), a indagini sul corpo e i suoi linguaggi. Nell’era della virtualizzazione e della distanza sempre più estrema dagli atomi, il corpo è di nuovo indagato come elemento di confine, superficie di relazioni complesse, terreno di oppressione e di desiderio, di violenza e di riscatto, linguaggio ancestrale e ineludibile.

Prendono così vita i corpi volteggianti su fondo nero di Adriano Cirulli (Falling), quelli intrappolati di Silvia De Gennaro (Quest’estate le zanzare saranno più cattive), quelli normati e “rieducati” di Mounir Fatmi (The Beautiful Language), quelli colpiti dalla malattia di Cécile Ravel (Plume) e quelli in cui coercizioni invisibili e sotterranee iscrivono le loro impronte, come in Magda Matwiejew (Wasp Waist). Non è mancata infine la riflessione sul tempo, tematica spesso privilegiata dal medium video, che assume in questo caso i toni della decadenza, dell’abbandono, dell’usura: immaginari purtroppo sintomatici del vivere attuale all’insegna della decostruzione progressiva e, per adesso, inarrestabile, del nostro ecosistema naturale e sociale.

Ecco quindi il film fotografico di Anja Breien, Riss, sulla dismissione di una serra in stato d’abbandono, o il documentario di Damiano Daresta, Bianco, sul disfacimento del suggestivo paesaggio delle Alpi Apuane dovuto all’estrazione massiccia del marmo di Carrara, ma anche il più leggero Bit by Bit, del duo Philip Frowein e Felix Hüffelmann, dove il passaggio del tempo si legge nell’accumulo e nel deterioramento degli oggetti domestici.

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Visioni di volta in volta sognanti, dolorose, ironiche, fantastiche, divertite, malinconiche, sussurrate o gridate. Anche fuori dalle gallerie e dai musei, comodamente assaporato nel tradizionale e coinvolgente buio immersivo della sala cinematografica, ambiente che il festival Invideo sceglie da anni come luogo privilegiato di fruizione, il video di ricerca è in grado di interpretare e far risuonare le complesse partiture che la contemporaneità ci mette di fronte. Appuntamento, quindi, alla prossima edizione.

http://www.mostrainvideo.com/invideo/pagina.phtml?explode_tree=66


Note:

[1] – Dalla presentazione di S. Lischi e R. Fattorossi all’interno catalogo del festival. S. Lischi, E. Marcheschi (a cura di), Invideo 2011, video e cinema oltre: distanze variabili, Mimesis, Milano, 2011.

[2] – Oltre alla personale di Vogel e all’anteprima del video Another Glorious Day di Dirk Szuszies, tra gli eventi di quest’anno un incontro con Marco Bolognesi, di cui, oltre alla proiezione del video Propaganda Republic, era visibile l’installazione Mock-Up, il videoritratto di Erich Bussliger (Fritz Hauser_Sound Explorer) sul mondo musicale di Fritz Hauser e un incontro con Luciano Giaccari, fondatore della storica videoteca di cui nella prossima edizione verrà presentata una rassegna.

[3]Il film di Jonas Mekas, The Brig, che attraverso le riprese dell’omonimo spettacolo costruisce una sorta di falso documentario, è in realtà del 1964.

[4] – Le parole di Julian Beck, contenute La vita del teatro. L’artista e la lotta del popolo, sono riportate nell’articolo di A.M. Monteverdi, Siamo ancora in quella galera: Another Glorious Day, (http://www.ateatro.org/mostranotizie2.asp?num=136&ord=23) pubblicato in ateatro.org

[5] – ibidem

[6]S. Lischi, R. Fattorossi, cit.

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