Non sappiamo quale sia la verità…l’importante è che l’ambiguità sia chiara. Vittime, carnefici, protagonisti di questo snuff movie che la vita offre siamo noi, alla disperata ricerca di amore in un mondo impossibile: perché alla fine anche la Natura, come gli uomini, è troia e infedele. Sempre.Andrea Porcheddu (a cura di), Macadamia Nut brittle (primo gusto), Pisa, Titivillus, 2010

L’epigrafe che introduce l’articolo, è tratta dalle note di copertina del libro di cui sopra, volume che contiene la prima pubblicazione del testo Macadamia Nut Brittle – relativo all’omonimo spettacolo che ha debuttato al Festival Garofano Verde di Roma nel 2009, ispirato a Dennis Cooper, drammaturgia di Ricci/Forte e regia di Stefano Ricci – corredata da un’intervista agli artisti e da un’introduzione critica dell’autore, che ripercorre le salienze del lavoro del duo romano.

Il libro è arricchito da smarginalizzazioni riflessive che spaziano dalle lettere private di Pier Paolo Pasolini, fino alle riletture del filosofo francese Didi-Huberman. La citazione, volutamente enfatica, contraddittoria e provocatoria, rispecchia l’allure, l’umore, della scena “riccifortiana”: puro concentrato di psicosi contemporanea.

Art-makers di professione, Stefano Ricci e Gianni Forte si formano tra l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e la New York University, studiando rispettivamente con Luca Ronconi ed Edward Albee. Nel 2006, dopo una breve parentesi in qualità di sceneggiatori nel mainstream televisivo, acquisiscono la cittadinanza teatrale con lo spettacolo Troia’s Discount,

seguito a ruota da Wunderkammer Soap #1_Didone, Wunderkammer Soap #_2Faust (2006), Wunderkammer Soap #_3Tamerlano, Wunderkammer Soap #_4Edoardo II, Wunderkammer Soap #_5ero>Leandro (2007), metamorpHotel (2006), 100% furioso (2008), Ploutos (2009), ‘Abastarduna (2009) Premio Hystrio per la drammaturgia 2000, Macadamia Nut Brittle (2009), Pinter’s Anatomy (2009) in coproduzione col CSS di Udine, Troilo vs Cressida (2010), Grimmless (2011). Esportatori del made in Italy all’estero, partecipano anche a diversi festival in Francia (Europe&Cies/Lione), Romania (Underground Theatre/Arad), Inghilterra (Lingering Whispers/Londra) e Germania (Glow/Berlino).

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Durante la stesura dell’articolo, si stanno concludendo le ultime repliche di Wunderkammer Soap, progetto ispirato al teatro di Christopher Marlowe, presentato per la prima volta nella sua interezza (sette performance site-specific, che riprendono la serialità delle soap opera) al Romaeuropa Festival 2011. Ritroveremo poi l’ensemble, il 5 novembre con il già citato Grimmless – lavoro inserito anche nella sezione speciale riservata alla scena teatrale contemporanea al 41.Festival Internazionale del Teatro di Venezia – nella giornata conclusiva del Gender Bender, festival internazionale che presenta gli immaginari legati alla nuova rappresentazione del corpo e delle identità di genere.

Utilizzando lo slang musicale, letteralmente lo definiamo il “tormentone” del momento. Gli spettacoli, del marchio Ricci/Forte, sono diventati infatti, una sorta di feticcio per una folta schiera di aficionados, che per assistervi, riempie i teatri a qualsiasi latitudine e con scrosci di applausi, sfiorando la standing ovation, premiano al termine di ogni esibizione gli attori/performer come guerrieri sopravvissuti a una dura battaglia. In realtà a fare da contraltare, agli adepti dei due enfants terribles nostrani, c’è anche un pubblico che, agli antipodi, risulta essere completamente infastidito, irritato dall’impudica schiettezza, priva di filtri, della verve di Ricci e Forte.

Il loro teatro affonda lì dove non vorremmo mai essere condotti: nei meccanismi che sottendono le inquietudini, le paure e le perversioni che la nostra epoca si porta irrimediabilmente dietro, quelle che qualcuno chiama violenza, ma che potremmo volgarmente definire “normalità”. Meccanismi a cui sembriamo del tutto assuefatti, che sono ormai ben integrati alla nostra everyday life, ma che tornano a innescare cortocircuiti, a suscitare reazioni forti – di consenso o fastidio – grazie a quel processo di svelamento empatico che solo il teatro riesce così bene a congegnare.

E il dispositivo scenico targato Ricci/ Forte basa la propria relazione teatrale su un urto, una scossa, visiva, in primis, data dall’esibizione hardcore di corpi nudi che assumono ora le sembianze di murales viventi, impastati di vernici e avanzi di cibo, ora quelle di oggetti a basso costo, mortificati in carrelli della spesa o da sguardi corrotti.

Ma in realtà dietro la scena di Ricci/Forte c’è un complesso sistema di risignificazione che pesca a piene mani da un immaginario permeato, come loro stessi affermano, nell’intervista che segue, da moda, pubblicità, Bmovie, etc., abilmente riassemblati secondo il principio del mash-up (letteralmente: “poltiglia”), tecnica che attraversa trasversalmente tutte le arti, e che consiste nel saccheggiare, ritagliare, mixare, materiale ibrido per dar vita a una nuova opera.

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Confrontandosi con gli assemblages di Ricci/Forte, ci interessa capire quanta autenticità e deontologia sia applicata alle loro operazioni di anatomizzazione e re-make, per essere sicuri di non trovarsi di fronte a un mero artificio, a un fake d’autore ben orchestrato da due abili cani da riporto. Per tentare di eliminare ogni dubbio quindi, siamo andati nel “retrobottega della carrozzeria” Ricci/Forte (espressione che mutuo da una suggestione, lasciatami dallo stesso Gianni Forte, in una delle mail scambiateci), per scoprire quanto affilati ed efficaci, fossero i loro strumenti di lavoro.

La conversazione che riportiamo, che risale al giugno 2011, parte da una riflessione sulle possibilità politiche del teatro contemporaneo, al di là di esplicite manifestazioni ideologiche e prende in esame lo spettacolo Macadamia Nut Brittle, visto la scorsa stagione a Teatri di Vita (Bologna).

Alessandra Coretti: Inizierei con una riflessione generale sul Teatro, partendo da una dichiarazione di Motus – altro gruppo della scena italiana contemporanea, particolarmente attivo al momento – che ha definito, in un’intervista, il proprio teatro “ostinato” in un sistema teatrale blindato. Tale ostinazione potrebbe essere letta come necessitàdel teatro, o almeno di alcune esperienze teatrali, di perseguire una ricerca di senso dentro e oltre i propri confini. C’è un senso, un’urgenza, una necessità da cui scaturisce il vostro lavoro teatrale?Qual è, dal vostro punto di vista, la statura del sistema teatrale oggi?

Ricci/Forte: Il genocidio culturale al quale ci ha piegati la Televisione, profetizzato da Pasolini, ci obbliga a ristrutturare ciclicamente il packaging che ci presenta al mondo, dimenticando tutto quello che giace ormai inutilizzato sotto la buccia. Ovviamente l’indagine che tentiamo di affrontare non ha scopo pedagogico ma sicuramente da parte nostra, e dell’intero ensemble, c’è una volontà di sollecitare le risorse emotive e intellettuali altrui per assemblare un’adunata del Sé pronta all’attacco, in ontologico equilibrio tra un vitalismo iperatomico e un insanabile cupio dissolvi.

Viviamo in un mondo reale frammentato e disorganico, sospinto all’omologazione. Una corrente egemonica e scadente che noi ci limitiamo a fotografare: non si tratta di aspetti crudi ma semplicemente di smontare i filtri e guardare la luce per quello che è. Il contraccolpo della fine delle ideologie, mascherato con una caterva di ricchi premi e cotillons, rende ogni sforzo ancora più patetico. L’analisi risulta così talmente nitida da non poter generare alcuna ambiguità sul fatto che – in teatro – non si può più fingere di raccontare altro che non sia NOI. Noi senza sconti, senza sovrastrutture di fabula; noi, approdati su un palcoscenico ormai vuoto, chiedendo una ristrutturazione etica. Senza irrigidimenti moralistici, narcisismi o escandescenze religiose.

Accompagnati esclusivamente da un battito neoumanista nella valorizzazione della singolarità e della differenza. Un tentativo sanguinoso, supremo, di voler innestare con un’attività rivoluzionaria, di guerrilla_terrorismo poetico, il reale, rendendolo più autentico dello spaccio umano che vogliono farci credere. La trago-dìa in scena avviluppa con modi tangibili perché l’arte, a differenza dei media, è sovversiva. E anche se il pianeta è saturo di dolore, il valore condiviso con altri soggetti (quando lo sguardo personale si fonde con una lucida tangibilità del reale) permette ad una performance teatrale di seminare più domande di qualunque reportage. Non si tratta di teatro di ricerca, di trasgressione o enfants terribles, non è avanguardia sperimentale, o moda pop: è solo unicamente il senso del Teatro. I Greci lo hanno fatto prima di tutti gli altri.

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Alessandra Coretti: Il tipo di teatro che proponete è spesso oggetto di tentativi di categorizzazione, tra cui vi è anche la definizione di teatro di genere. C’è un’etichetta che vi sembra appropriata, o un tratto, una sorta di marchio di fabbrica che ritenete indiscutibilmente riccifortiano?

Ricci/Forte: L’Italia è un paese cattolico ma nel nostro lavoro non è rintracciabile alcuno scandalo gratuito. Il corpo nudo, le scene di sesso, i rapporti etero o omosessuali rientrano esclusivamente in un progetto che vaglia la libertà espressiva dell’individuo, lo sforzo di mantenere una propria integrità morale, indipendentemente dalle scelte sentimentali che fa o dal ruolo sessuale che i cromosomi hanno predeterminato. Queste caratteristiche spazzano via qualunque accezione trasgressiva o provocatoria, lasciando intatto – anche nel pubblico più conservatore – l’idea di trovarsi di fronte a qualcosa che trascende la violenza esibita sul palco, a favore della ricerca di una purezza individuale raggiungibile solo attraverso un percorso di autentica messa in gioco di sé, senza alcuna ipocrisia borghese.

Alessandra Coretti: Sostenete che il vostro teatro sia politico, secondo l’accezione data da Barba e cioè che veicoli una visione sul mondo, ma la qualità politica dei vostri lavori potrebbe essere rintracciata anche nella modalità compositiva, nell’uso che fate del linguaggio, nell’elaborazione dei materiali (per citare Godard), potreste spiegarmi il vostro metodo di costruzione scenica?

Ricci/Forte: Nell’itinerario scenico il ruolo centrale lo occupa l’uomo: il Teatro nasce da lui, dal performer, dal suo senso politico, dall’impronta etica che lascia. Ronconi ci ha insegnato ad utilizzare il “logos” come mezzo per portarti altrove. Dopo la formazione classica, il nostro interesse si è spostato sul potere evocativo delle diverse forme espressive in scena, moltiplicando le potenzialità dell’interprete. Oggi prendiamo respiro con i lavori di fratelli maggiori (Nekrosius, Pollesch, Platel, Caden Manson) che analizzano il presente trasfigurandolo, impastando immagini/parole per far vibrare il vuoto sintattico alla ricerca di una riscoperta dei segni e sforzandosi di concepire forme autonome.

La parola diventa uno dei tanti supporti a disposizione per empatizzare. Lingua, cuore, gambe si abbeverano delle suggestioni che scaturiscono da sessioni di improvvisazione dell’ensemble. Così il nostro lavoro ne risente positivamente, amplificandosi di significati in una direzione trasversale che abbandona l’epidermide affondando al centro dell’essere.

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Alessandra Coretti: Rimanendo in tema di linguaggio, la prima analisi che vi chiedo di effettuare, riguarda la componente testuale dei vostri spettacoli. I testi, nella trasposizione scenica, vengono dissezionati e affrontati specularmente, l’obiettivo non è quello di essere rappresentati, ma piuttosto di far emergere una serie di tensioni, il sottotesto direi, della pagina scritta, che in scena raggiunge un’acme. Come si realizza questo processo drammaturgico?

Ricci/Forte: Prima di essere registi, siamo artigiani delle nostre proiezioni. Bandita ogni idea di rappresentazione, è nel trovare il peso specifico dello sguardo, verbale o visivo, la nostra tensione. La ricerca che facciamo sul linguaggio tenta di catturare il contemporaneo inespresso: un’indagine, concettuale, politica o estetica che sia, deve scavare nelle piaghe, provocarne perfino; deve costituire un pericolo, illuminare a giorno come un bengala nella notte.

Ecco perché le nostre ossessioni febbrili, fondamenta dei rapporti interpersonali e della resistenza ad un livellamento oscurantista, sono radiografate nella struttura linguistica. Il lavoro di regia sprigiona l’aspetto visionario del verbo, l’apparato onirico dello sforzo emotivo di stringere i denti, la grammatica fisica di uno scheletro parlante che si oppone. Il senso di disperante disagio viene organizzato come un rito o un caos senza bussola… a seconda della traversata intrapresa.

Alessandra Coretti: Passiamo allo spettacolo Macadamia Nut Brittle, come nasce questo progetto?

Ricci/Forte: Macadamia Nut Brittle ha debuttato nel 2009 nella rassegna Garofano Verde di Rodolfo Di Giammarco, critico de La Repubblica, che ci aveva invitato a scrivere su romanzieri contemporanei. Abbiamo proposto Dennis Cooper per la brutalità nell’esposizione riarsa delle esistenze. Siamo entrati in sala prove senza nemmeno una parola scritta e, passo dopo passo, abbiamo edificato un percorso non vincolato da strutture rassicuranti.

E’ stato un viaggio animistico, una dimensione onirica, emotiva, qualcosa che arrivava in un momento di vita privata complicato. Abbiamo impastato le ore di lavoro a porte chiuse, privilegiando il tema della perdita e declinandolo verso le derive più dolorose. Abbiamo temuto di presentare qualcosa a rischio di leggibilità ma erano falsi timori: lo spettacolo ha suscitato un tale apprezzamento e coinvolgimento nel pubblico da diventare un piccolo cult della rassegna.

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Alessandra Coretti: Lo spettacolo è un omaggio a Dennis Cooper, la sua chiave di lettura il sesso, il titolo è il gusto di un gelato. Secondo quale formula si condensano questi tre elementi?

Ricci/Forte: Nell’epoca della modernità liquida, come la definisce Bauman, dove lo scenario delle relazioni muta in continuazione per l’estrema fragilità dei legami umani, assumiamo di diritto l’identità di vuoti a perdere, anelanti un legame e prepotentemente terrorizzati dalle responsabilità che esso comporta. Macadamia Nut Brittle, gusto di un gelato della catena statunitense Häagen-Dazs, diventa metafora di relazione con l’esterno. Incapaci di stabilire rapporti stabili con gli altri, ad ogni nuovo fallimento ci sciogliamo e risolidifichiamo, esattamente come il gelato, in una forma diversa.

Una nuova confezione che ci permetta di essere selezionati, scelti, assaggiati. In questo tentativo continuo di recuperare corpo in prodotti sempre appetibili, perdiamo di vista noi, quello che siamo. E’ un viaggio intorno alla disillusione e al timore di crescere. Diventare adulti viene vissuto come la fine delle possibilità di cambiare. Viviamo in un perenne stato di adolescenza, permettendoci errori e divorando passioni per saziare una fame smodata di vita che proviamo a reinventare ogni giorno. Usando gli altri come bambini con un nuovo giocattolo a disposizione. Di Dennis Cooper ci interessava il disagio di una esistenza che anestetizza da qualunque sensazione.

Il bisogno di ritrovare un peso, di tappare la falla al centro dello stomaco. I personaggi cooperiani si stordiscono attraverso il sesso, come ultimo grido di contatto con gli altri, superando anche i limiti del dolore e dell’annientamento fisico. Senza arrivare alla soppressione della vita, abbiamo provato ad analizzare i nostri mezzi per recuperare un senso, anche attraverso la sazietà apparente che ci dona il sesso compulsivo.

Alessandra Coretti: La scena di Macadamia Nut Brittle aggredisce la retina dello spettatore attraverso un sovraccarico visivo, a cominciare dagli attori che esibiscono i loro corpi nudi o forse sarebbe più appropriato dire crudi. Qual è il ruolo che ricoprono gli attori in questo spettacolo?

Ricci/Forte: Non ci sono corpi nudi in Macadamia Nut Brittle. Ci sono lembi, riquadri, aree epidermiche che vengono scoperte e pronunciano la loro voce laddove le corde vocali si fanno insufficienti. I performer hanno una macchina a disposizione e sussultare ogni qualvolta viene usata ci indica il livello di accartocciamento cerebrale in cui ci siamo tumulati. Lo scheletro, gli organi che contiene, la carrozzeria diventano ponti, ganci di comunicazione per abbeverarsi ad un’oasi prima del viaggio desolante sotto il sole delle delusioni ad ovest dell’esistenza.

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Alessandra Coretti: Vi è di base una concezione materica della scena in cui la materia prima – il performer – si interfaccia con altri materiali scenici?

Ricci/Forte: Macadamia è stato, come tutte le altre creazioni successive (Pinter’s Anatomy, Some Disordered Christmas Interior Geometries e Grimmless), un viaggio all’interno di noi stessi e dei performer che collaborano con noi da anni. La materia messa in gioco appartiene alla sfera intima, più privata di ognuno. La trasfigurazione artistica che viene elaborata è un lungo processo – fatto di illuminazioni e battute d’arresto – ma sicuramente un’avventura con le persone giuste è già un buon punto di partenza.

Non ci preoccupiamo dell’arrivo o della destinazione finale: lasciamo fluire le nostre esperienze, le nostre mancanze e ci fidiamo dei nostri cuori. Con MNB è stato un percorso nella notte, doloroso e senza apparente fine. La brutalità del lavoro è solo amplificazione di un profondo malessere rispetto allo stato pietoso, culturalmente parlando, in cui versa l’Italia in questo momento storico. Stanchi dell’intrattenimento, dei falsi valori legati al successo e al consumo di sé, esasperati da un governo che alimenta il vuoto, gridiamo con tutto il fiato la volontà di arrestare questa corsa all’inutile.

Alessandra Coretti: Vorrei che mi parlaste della vostra attitudine a remixare in scena diversi materiali, di quali riferimenti si nutre il vostro approccio scenico?

Ricci/Forte: Il nostro è un anche un lavoro di citazioni, crossover, interferenze, combines di rauschenberghiana memoria, assemblaggi di objet trouvé provenienti da arti visive, pubblicità, videoclip, musicals, Bmovies, fumetti, moda, design, etc… per appagare, stimolare lo spettatore a costruire un immaginario codificato condivisibile. Poi quando sembra che gli stiamo lanciando il salvagente, lo lasciamo – invece – a sbrigarsela da solo.

Alessandra Coretti:Vi chiederei, a questo punto, una riflessione sul ruolo dello spettatore, che nei vostri spettacoli, non è testimone imparziale di una storia, quanto un esploratore, decostruttore e nuovo produttore di senso. Nello specifico, in Macadamia Nut Brittle le parole degli attori, a tratti, sembrano essere strumenti taglienti intenti a vivisezionare specifiche emozioni. Pensate che l’identità dello spettacolo cambi a seconda dello spettatore a alla rispettiva modalità del “sentire”?

Ricci/Forte: Il Teatro, oggi, è l’unico modo per entrare in contatto reale con gli altri. Solo con una sincerità disarmata, senza finzioni sceniche, ma restituita con una visione poetica personale non minimalista è possibile far scaturire quella scintilla vitale che permette al pubblico di riconoscersi nelle lacerazioni che i performer vivono e regalarsi così un patrimonio di dubbi che lo aiuteranno a spostare la propria ombra, a semantizzare ciò che vede; a scegliersi o conquistarsi una visione stereoscopica senza avere più una postazione privilegiata e obbligata.

In Macadamia c’è un flusso di coscienza a più corsie, come sulle autostrade, per permettere allo spettatore di farne parte attivamente e da più angolature: feritoie – perturbanti come un incubo ad occhi aperti – in cui poter osservare il mondo e i tragici lampi della Storia.

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Alessandra Coretti: In ultima battuta vi chiedo: qual è stato il punto di partenza della vostra ricerca teatrale? Verso quale direzione si sta evolvendo oggi?

Ricci/Forte: Siamo partiti anni fa dal sovvertimento di un ordine costituito e polveroso nei suoi dogmi stantii. La fine di un’epoca e il sopravvento del nuovo. Luoghi e momenti storici in cui si percepiva il cambiamento radicale. Con un onnivoro appetito di conoscenza, siamo sempre in formazione. Ora andremmo in qualunque parte del mondo in cui piovano ancora punti di domanda che ci aiutino a recuperare la nostra essenza abbottonata al tempo presente in cui viviamo. Una terra moderna e un tempo vivo, lontani dagli acquari e dalle siepi confortevoli e ben tagliate. Come diceva il marinaio di Pessoa: è bello il mare degli altri paesi, quello che non abbiamo ancora attraversato e che probabilmente non vedremo mai.


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