Questo articolo vorrebbe cominciare un’esplorazione ontologica di quelle pragmatiche che definiscono il nostro rapporto con la rete e le nuove tecnologie. Esso nasce dell’esigenza di ridefinire il concetto di virtualità come contrapposto a quello di realtà, proprio in virtù di questa nuova forma di intimità tra l’uomo e la macchina che l’immaterialità dei nuovi media sta velocemente creando.

Sembra sempre più difficile accettare l’idea che il mondo virtuale della rete non sia reale in senso forte, come anche il fatto che la sua realtà sia contrapposta a quella del mondo fuori. L’impressione è piuttosto che le due sfere (quella del reale e quella del virtuale) si stiano sempre più sovrapponendo, come nel Del rigor en la ciencia di J. L. Borges, dove la mappa del regno si sovrappone esattamente ai territori del regno stesso, o come in L’invenzione di Morel di A. B. Casares, nel quale una macchina è in grado di riprodurre fedelmente tutta la realtà e di sovrapporla successivamente ad essa in modo che non sia da essa distinguibile.

La rete sembra tentare in potentia qualcosa di simile, e la sua capacità di assorbire il mondo fuori la rende pericolosa e affascinante. I pixel sullo schermo dei computer agiscono come una sorta di portale, di pellicola trasparente sul quale avviene l’aggancio tra l’organicità del mondo fuori e la discretezza della banda. Il velo di cui parla F. Nietszche ispirandosi ad A. Schopenauer si (im)materializza nella virtualità dello schermo. Il virtuale è fra. Il velo anche. Il velo non è soltanto ciò che si vede, ma è anche l’orizzonte di virtuali che apre. Il velo è quindi la zona virtuale della reversibilità ontologica, la superficie di proiezione del virtuale nel reale, dell’immaginario nell’immagine.

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L’immateriale della rete diventa allora il segnale di una relazione espressiva tra il virtuale e il reale. Tecnicamente parlando, gli immateriali sono materiali che perdono la consistenza opaca della materia trasformando l’idea di substantia nel linguaggio-codice trasparente dei nuovi media digitali, gli immedia (cfr. G. Deleuze, L’image-temps) appunto, luogo di sopravanzamento dei media tradizionali nell’invisibilità delle interfacce.

Negli immateriali si evidenzia la consueta tendenza asintotica dei segni ad una trasparenza come præsentia in absentia (cfr. F. De Saussure, Cours de linguistique générale), nella quale l’invisibilità del codice è direttamente proporzionale all’ampiezza della sua opaca (cioè visibile, perché applicabile) funzionalità operatoria. Trasparenza e opacità, quindi, coesistono e consistono nella natura complicata e ripiegata dei segni immateriali, mostrandosi l’uno il risvolto dell’altro.

È tra questi segni che stiamo forse assistendo alla (etero)genesi di un boden virtuale immateriale, a metà fra il reale e l’immaginario, il visibile e l’invisibile, la trasparenza della rete e la carnalità dei corpi virtuali. Un boden accentrato, in perenne variazione, irriconoscibile, nemmeno corpocentrico.

In internet, come nei boden sostanziali (cioè reali nel senso di tangibili) convivono, incrociandosi, geografia e paesaggio. Ma è soprattutto nei segni immateriali in cui la rete è scritta che la geografia estrema degli algoritmi si converte in paesaggio, quest’ultimo inteso come «il mondo anteriore alla conoscenza di cui la conoscenza parla sempre, e nei confronti del quale ogni determinazione scientifica è astratta, signitiva, e dipendente, come la geografia nei confronti del paesaggio in cui originariamente abbiamo imparato che cos’è una foresta, un prato o un fiume» (cfr. M. Merleau-Ponty, Phénoménologie de la perception).

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In questo senso l’illusione della conquista geografica viene smentita anche in rete, ad esempio quando ci perdiamo tra le molte pagine aperte contemporaneamente, o quando cerchiamo informazioni ma sulla strada ne incrociamo altre che sviano la ricerca e ci portano verso paesaggi inaspettati, facendoci dimenticare i motivi o la direzione della ricerca stessa.

Così, al contrario della vulgata metafisica per la quale i segni immateriali delle tecnoscienze perfezionano il dominio fronteggiante dell’uomo sulla natura (Vor-stellung), essi ne mettono in discussione il fondamento, mostrando che «lo spirito e la materia sono cugini nella famiglia degli immateriali» (cfr. J.-F. Lyotard, T. Chaput, Les immatériaux) É infatti attraverso i segni immateriali che il corpo opaco del soggetto riappare virtualmente come segno tra i segni, spingendoci a ripensare il linguaggio come «apertura del simbolico nel rapporto tra il corpo e il mondo» (cfr. M. Merleau-Ponty, Résumés de cours, Collège de France 1952-1960).

Gli immateriali ci danno forse l’opportunità di guardare alla percezione come ad una forma di espressività linguistica irriflessa, cioè di a-linguaggio: nei corpi virtuali il linguaggio naturale, risvolto/fodera di quello culturale, «non isola, non fa uscire l’espresso, che resta aderente alla catena percettiva, più che a quella verbale» (cfr. M. Merleau-Ponty, Résumés de cours, Collège de France 1952-1960), mostrando che la percezione è già espressione, linguaggio allo stato nascente, idea sensibile.

In questo senso anche l’apparire in rete di forme di scrittura orale (per esempio nelle chat o nei forum) mostra come la lingua viva nella parole, e come con le tecnologie numeriche iperveloci la distinzione tra linguaggi culturali e naturali si affievolisca.

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Allo stesso tempo gli avatar e gli ambienti virtuali opacizzano a loro modo l’immaterialità dei codici nei quali sono scritti, reintroducendoli in una lingua naturale, percettiva. In quest’ottica, i segni immateriali fanno riemergere il lato carnale ed espressivo del nostro essere esposti: il corpo reale e quello virtuale sono i percetti espressivi di una semiopercettosi grezza, come anche i luoghi di una ricreazione ontogenetica del linguaggio, visto che «l’espressione propriamente detta, quale l’ottiene il linguaggio, riprende e amplifica un’altra espressione che si svela all’archeologia del mondo percepito» (cfr. M. Merleau-Ponty, Résumés de cours, Collège de France 1952-1960).

Nel virtuale tecnologico incarnato dagli avatar si manifesta l’essere segno del corpo, o meglio del suo essere esposto: il suo valore simbolico nasce in «un’orizzonte instabile d’interazioni» (cfr. J.-F. Lyotard, T. Chaput, Les immatériaux). percettive tra corpi virtuali e identità reali, e tra identità virtuali e corpi reali.

L’esplosione dei corpi e il loro disseminarsi, veicola un’identità mutante che precipita sulle incarnazioni virtuali, retroagendo sulla supposta identità d’origine e trasformando un immaginario virtuale in un’identità virtualmente reale, i corpi vivi di Second Life. Retroproiezione del corpo virtuale sull’identità reale, che quindi muta dimostrandosi inessenziale. Ma si tratta di una bizzarra forma di reincrocio empatico tra l’avatar e me. Che tipo di empatia c’è tra me e il mio avatar? Potremmo forse chiamarla la metaunipatia del multividuo, ma così sembra una malattia.

Tuttavia, se diciamo l’unipatia come il sentirsi uno di due, dovremmo parlare di questa metaunipatia come un sentirsi due di uno, cioè come uno spossessamento empatico del proprio corpo da se stesso verso un’orizzonte virtuale di cui l’avatar è un particolare ripiegarsi autoriferito. Ma l’uno in questione si palesa non come lo stesso ma, anzi, l’altro dell’altro: l’identità del soggetto diventa l’immateriale entre-deux generato dalla propria proiezione sul corpo virtuale e dalla retroproiezione di esso sull’identità originaria.

Negli avatar intesi come forme grezze di mind upload l’umano si incrocia con l’immaterialità della macchina, risvegliando nel soggetto latenze identitarie, virtualità impensate che rendono palpabile il rapporto chiasmatico (cfr. M. Merleau-Ponty) tra il reale e il virtuale, come mostra l’atipica forma di reversibilità (empatica) tra il soggetto e se stesso nell’atto di incarnarsi in un corpo, sia pur immateriale. Io empatizzo con me stesso allo specchio degli altri, cioè nei loro sguardi. Allo stesso modo mi specchio nell’avatar, empatizzando atttraverso lo sguardo, virtuale, degli altri.

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In questo senso potremmo dire che negli immedia, si ripercorre l’eterogenesi del principio d’individuazione, che è anche principio d’attualizzazione. Tuttavia, l’attualità non assomiglia alla virtualità che incarna: per questo la virtualità opaca dei segni immateriali è velata dalla loro (presunta) trasparenza, quella degli algoritmi in cui sono scritti. Né il linguaggio né le tecnologie, quindi, possono essere intesi banalmente come protesi dell’umano, anzi essendone alcune delle (im)proprie deformazioni espressive. Come nella natura ibrida degli avatar, minotauri bio-macchinici nell’invisibile umwelt labirintico della rete.

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