João Vasco Paiva (n. 1979) è un artista portoghese che dal 2006 vive a Hong Kong e che ha insegnato presso la City University of Hong Kong, la School of Creative Media e la Hong Kong Art School/ RMIT University. Con alla spalle una formazione in campo pittorico e un apprendistato a livello avanzato in tecnologia multimediale, il suo lavoro è caratterizzato da un’appropriazione dei fenomeni osservati, di situazioni apparentemente casuali rielaborate e presentate in una struttura esteticamente organizzata attraverso video, elaborazioni audiovisive, registrazioni e installazioni.

Uno dei suoi progetti più conosciuti è sicuramente Experiments on the Notation of Shapes (2010): prendendo in considerazione la città come un vero e proprio campo giochi scultoreo, le proiezioni caratteristiche dell’opera presentano immagini dello skyline di Hong Kong. Immagini statiche ed enormi, contemplative, grigie, offrono un quadro disaffettivo di panificazione urbana e monumentalità architettonica.

Un monitor, posizionato su un pavimento in modo tale da riflettere il soffitto all’interno di una struttura a box, descrive una visione differente, che serpeggia freneticamente attraverso vicoli secondari e strade di servizio in mezzo ad architetture spettacolari, geneando un suono che viene modulato nella frequenza dalle immagini che vengono proiettate. Il bozzolo che ne risulta, fatto di suoni e immagini, attraversa tutto la gamma di un’esperienza urbana, dai momenti più tranquilli a quelli di follia.

Più recentemente, il progetto Forced Empathy (2011) è invece costituito da un video a singolo canale, da una struttura cinetica e da una serie di stampe. Un certo numero di oggetti fluttuanti nel porto di Hong Kong sono soggetti ai venti, alle onde e ad altri fattori che li costringono a ondeggiare e beccheggiare, a volte dolcemente ma altre volte in modo violento, mentre vengono registrati da una camera fissa.

Una volta editato, l’oggetto filmico è forzato dal computer a rimanere stabile ed equidistante da tutti gli angoli del frame, mentre l’ambiente di sfondo si comporta come una piattaforma galleggiante assumendo il ruolo di un vero e proprio “rumore” visivo. La scultura di legno dell’oggetto galleggiante, viene animata cineticamente per seguire in modo inverso il movimento del video, provocando così un parallelismo confuso tra l’immagine piatta e lo spazio circostante.

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In generale, l’estetica di Paiva spesso emerge nel punto in cui i processi generativi vengono a contatto con le topografie urbane, esplorando le forme di controllo attraverso elementi di casualità e riferimenti. Il lavoro di João Vasco Paiva discusso qui di seguito, riguarda quindi le nuove modalità di documentazione che riscrivono l’estetica originaria da cui provengono, creando nuovi mondi che ristrutturano la nostra sfera di percezione condivisa.

L’artista sta ora preparando la sua ultima mostra personale, “Palipsest“, che consiste in un’installazione elettronica, video generativi, stampe e dipinti basati sul “non-spazio” tipico di una stazione di transito, rispondendo così ad alcune domande sul ruolo dei new media nella sua pratica di lavoro e sul suo stato di outsider nella cosmopolita Hong Kong. La mostra aprirà il prossimo 18 Novembre alla Saamlung Gallery di Hong Kong

Robin Peckham: Cominciamo con l’ovvia domanda che chiunque si è posto in merito a questo progetto di esposizione. Hai ricevuto inizialmente un’educazione come pittore, ma sei meglio conosciuto per i tuoi lavori di estetica generativa e digital media. Come si spiega ora questo tuo ritorno alla pittura? E qual è la relazione tra questi diversi tipi di tecniche a cui ricorri nella tua pratica di lavoro?

João Vasco Paiva: Il concetto iniziale di questo progetto è stato quello di decrittare una serie di informazioni audio e di informazioni visive che sono tipiche delle stazioni della metropolitana di Hong Kong. Attraverso una trasposizione che ne ha ridotto la qualità, la mia intenzione era quella di ridurre questo contenuto alle sue caratteristiche basilari mantenendo gli aspetti formali degli oggetti che lo mettono a nudo. In questo caso, i quadri hanno a che fare con un contenuto che era già esistente in una forma bidimensionale.

La necessità di fare tutto questo proprio ora, deriva ora da un crescente interesse per gli aspetti strutturali e formali dell’informazione già esistente nel supporto bidimensionale. Per mettere in evidenza questi aspetti, li decritto in materiali e supporti tradizionali. Il fatto di elevare queste semplici forme a uno status ulteriore, dipingendole, isolandole e incorniciandole in modo da poterle esporre in una galleria, rappresenta un atto di appropriazione che estende ciò che è già disponibile, un ritorno non alla pittura come atto performativo ma come oggetto.

La mia pratica di lavoro non è riducibile a nessun singolo medium. Ciascun medium e processo con cui lavoro è scelto in base alla necessità di ogni specifico progetto. Il modo in cui approccio media diversi, sia che siano digitali o analogici, rispetta la premessa che ciascuno scenario richiede un certo strumento per documentarlo. Selezionando quale tipo di informazione voglio raccogliere e trasporre, seleziono la tecnica più appropriata per farlo. Una volta che questa decisione è stata presa, cerco di decostruire il processo mediato che racchiude quella data tecnica.

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Robin Peckham: L’oggetto fisico centrale nei tuoi lavori recenti consisteva in una serie di tornelli derivati da quelli della metropolitana di Hong Kong e dal sistema di metropolitana leggera (conosciuta come MTR). Come mai sei interessato a questo genere di estetica e come definisci questa sorta di non-luogo (la stazione della metropolitana) con un senso di luogo molto forte racchiuso in esso (la località di Hong kong)?

João Vasco Paiva: Oltre ad essere cancelli, i tornelli criptano il flusso di persone che entrano ed escono dalle stazioni della metropolitana. Mi interessa usare questo genere di ritmo, casuale e spontaneo, come uno strumento di composizione. Come nella mia esposizione precedente, Forced Empathy, voglio isolare un certo ritmo e usarlo per attivare lo stesso genere di oggetto (allontanandolo in qualche modo dalla visualizzazione dei dati) e fabbricare una situazione in cui l’informazione possa essere oservata non in un mero stato ma in un’animazione dell’oggetto che la decritta.

Dove, in quel progetto precedente, il video era il metodo per decrittare il movimento di un oggetto e quindi questo movimento veniva applicato al comportamento del video in sè, qui ho voluto cogliere il dato delle persone che attraversavano i tornelli ma invece di trasformarlo in qualcos’altro, ho voluto usare lo stesso oggetto per mostrare questo dato. L’oggetto mantiene gli stessi aspetti formali del suo originale, inclusi il suono e il movimento prodotti, ma è elettronicamente automatico.

D’altra parte, i tornelli sono un forte riferimento per l’idea di accesso e il mio interesse nei non-luoghi è accompagnato da questo genere di accesso all’informazione che si può ricavare in tali spazi. Sono particolarmente interessato a far emergere punti nascosti da determinate situazioni e a creare sistemi chiusi alimentati dall’informazione recuperata in precedenza.

A Hong Kong, la mia esperienza da straniero, priva di accesso alle informazioni, con il mantenimento di una certa distanza dalle peculiarità linguistiche della cultura circostante, mi ha fatto concentrare su questo genere di esperienza. Mentre una data informazione è per me inaccessibile, sono obbligato a concentrarmi su un altro genere d’informazione, in qualche modo più cruda e “primordiale”. I non luoghi come le stazioni della metropolitana sono assolti da questi strati di materiale culturale superficiale, ma mantengono ancora degli attributi, più primari, che sono caratteristiche essenziali della cultura stessa.

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Robin Peckham: In che modo questo oggetto-tornello, una scultura cinetica mediocre, riflette il tuo interesse continuo per i media elettronici? Collega in qualche modo il circolo dei new media, entro cui sono largamente conosciuti i tuoi lavori, a un senso d’esibizione e di produzione più ampio? So che hai costantemente rifiutato l’etichetta di “media artist”.

João Vasco Paiva:A dire il vero, sarebbe più adeguato dire che rifiuto l’etichetta di “new media artist”, perchè il mio lavoro non si limita alla computazione e all’informazione che passa attraverso i bit. Non vedo una grande differenza tra questi circoli. La tecnologia è sempre stata presente nella realizzazione artistica e personalmente vorrei suddividire gli artisti non in termini di tecnologia utilizzata ma piuttosto per l’uso che essi ne fanno. Il ruolo che la tecnologia riveste nella pratica artistica differisce da pittore a pittore, così come da new media artist a new media artist. Personalmente, nella mia pratica di lavoro, assumo il ruolo della tecnologia nel processo di documentazione e questo processo si estende attraverso qualsiasi mezzo.

Il tornello è una sorta di sensore. In esso, l’atto di percepire il mondo fisico è ovvio e amplificato, andando completamente contro i nuovi sviluppi tecnologici che perseguono l’invisibilità e l’ecologia spaziale. Questo è stato ciò che mi ha attirato verso di esso all’inizio. Potremmo chiamarlo un monumento costruito per l’atto di rilevare e decrittare, e non solo controllare, nonchè per l’idea di acquisire una conoscenza molto basica: quanti individui sono passati attraverso di esso e con che frequenza? E ancora, c’è anche l’idea dell’accesso: l’accesso che ho all’informazione, l’accesso che gli esperti dei new media avranno sui quadri, e così via.

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Robin Peckham: I quadri in questa esposizione sono basati su materiali visivi provenienti da quelle stesse stazioni e piattaforme MTR, quali pubblicità, mappe delle stazioni e indicazioni. Però tu ne hai estratto tutta l’informazione testuale e parte di quella grafica. Qual è l’impulso in questo genere di trattamento?

João Vasco Paiva:Come ho detto prima, ho voluto rimuovere ogni genere di informazione aggiuntiva dagli oggetti. I quadri mantengono gli stessi attributi formali del design che è stato realizzato per contenere l’informazione e quindi, quando l’informazione viene rimossa, il design diventa un’informazione in sè: le peculiarità basilari di un quadro, di un colore, di una composizione e di una struttura. L’impulso è quello a ridurre la trasmissione di informazione alle sue caratteristiche basilari (forme e colori) che possono essere riconoscibili nonostante i contesti culturali e sociali, separatamente da qualsiasi conoscenza e lingua culturalmente costruite.

Allo stesso tempo, intendo mettere in evidenza le componenti estetiche che compaiono in un cosiddetto “non-spazio”. Mentre un non-luogo è definito come un luogo privo di contesto culturale, il mio progetto contraddice tutto ciò giungendo alla conclusione che un “non-luogo” rappresenta uno spazio culturale e sociale che caratterizza ancora la popolazione. In un contesto globale, questi non-luoghi sono luoghi di circolazione per le masse e trascorriamo una parte quantificabile della nostra vita in essi. Sono un simbolo del nostro tempo e finiscono per influenzare anche noi.

Maya Deren ha affermato, mentre stava documentando I rituali ad Haiti, che una cultura potrebbe essere caratterizzata dal movimento dei suoi individui: concordo con questo e credo che essa possa anche essere caratterizzata da qualsiasi tipo di stimolo visivo e uditivo che trasmetta la sua essenza. Queste caratteristiche sono più significative dei fattori che sono tradizionalmente l’oggetto di studio, perchè possono essere percepite da tutti.

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Robin Peckham: In un certo senso, questo contraddistingue un rigetto del cambiamento linguistico, diffusosi nel mondo dell’arte sotto forma di produzione discorsiva circa due decadi dopo la sua affermazione nella filosofia continentale. Questo tuo abbracciare il quadro in quanto oggetto invece, dice oggi qualcosa a proposito di un nuovo cambiamento parallelo? E, visto che sei un portoghese che non parla cantonese e che risiede nell’ex colonia britannica di Hong Kong, questo nuovo cambiamento ha qualcosa a che fare con lo stato a priori del mondo dell’arte globale di oggi?

João Vasco Paiva:Sì, in un certo senso. Il fatto che io non capisca il cantonese , nè parlato nè scritto, mi fa sperimentare Hong Kong con un certo livello di astrazione. Persino così, mi sento familiare con il luogo e mentre questa è stata una barriera per l’interazione, è al contempo un fattore liberante. Certi aspetti, non testuali ma puramente visivi e acustici, mi permettono di vivere qui nell’anonimato pur potendo mantenere ancora una relazione con ciò che mi circonda.

Potrei dire che questi aspetti sono caratteristici di un luogo e che in questo senso non potrei affermare che il mio lavoro presenti un rigetto del cambiamento linguistico, ma forse piuttosto ricerca l’essenza della lingua in sè, intesa come linguaggio visivo e acustico. Hong Kong mi permette di mantenere, come io desidero, una certa distanza dal mio soggetto, una posizione al di fuori che permette l’astrazione e, quindi, una messa a fuoco sulla struttura visiva e acustica.


http://joaovascopaiva.com/projects/

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