Il Novecento filosofico si è distinto per un’esplosione di scienza e scientificità che ha messo in luce un’idea di progresso e progressione del pensiero e dell’evoluzione umana come qualcosa che non necessita di domande ulteriori. L’idea della funzionalità e dell’applicabilità di una teoria alla prassi esecutiva che la porta a essere finalizzata, chiude il cerchio.

Da qualche anno però la riflessione ha ricominciato a erodere come un tarlo alcune questioni che si ritenevano esclusivamente di dominio scientifico, mostrando come, all’interno di materie ingegneristiche, si ritrovi la necessità di uno studio che si distanzi dalle parti applicative per lasciare spazio ad una riflessione che non ha nulla a che vedere con l’immediata funzionalità.

Abbiamo cercato allora di mostrare, partendo da un legame con l’intelligenza artificiale, la necessità di un pensiero ontologico e la sua riscoperta in anni più recenti relativa agli studi sul paesaggio e sulla sua geomorfologia.

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La filosofia vive e si nutre di domande. Potremmo suddividere il gran numero di domande che la tradizione filosofica negli anni si è posta in due macro tipologie: domande che nascono lontane dal mondo della speculazione teoretica, alle quali però si vuole dare risposta concettuale, le domande gnoseologiche, morali, epistemologiche; e quelle invece che sono, in modo a volte autoreferenziale, rivolte allo stesso speculare.

Ogni domanda è lecita, soprattutto in filosofia dove questa legge è ancor più valida, tanto è vero che ogni domanda, anche appartenente al primo gruppo, ha la necessità di essere comunque ri-messa in relazione e posta nuovamente allargando il suo campo e chiarendone meglio la sua natura.

In questo modo, forse un po’ fumoso e circolare, abbiamo voluto introdurre una distinzione che emerge nella speculazione filosofica alla ricerca di sapere: la distinzione tra una domanda che potremmo dire metafisica e una ontologica. Come emerge dal saggio di uno dei maggiori filosofi contemporanei, Kevin Mulligan, Metafisica e ontologia, il ruolo della seconda è quello di offrire la domanda necessaria, quella la cui risposta non necessita altre relazioni, né altre questioni.

Riprendendo brevemente e a passi rapidi la tradizione filosofica, Mulligan all’interno del saggio sostiene che, nonostante il Novecento e le correnti filosofiche siano spesso portavoce di una morte dell’ontologia e della metafisica, la necessità di una domanda più generale è rimasta insita nella tradizione filosofica anche quando questa ha spostato il suo focus verso altri motivi d’interesse.

In questo modo anche i nemici giurati della metafisica, come i filosofi del Circolo di Vienna, Carnap per primo, o i wittgenstainiani discepoli della regola che dice “di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, costruiscono la loro visione del mondo sulla base di una struttura ontologica. Prima di parlare della riscoperta dell’ontologia applicata a discipline scientifiche è necessario chiedersi e chiarire meglio: cos’è allora l’ontologia?

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Se partissimo dalla definizione classica dovremmo dire che è la materia che si domanda riguardo l’essere in quanto tale, che si interroga su concetti puri: estensione, esistenza, essere. Da questa definizione “parmenidea” e un po’ troppo restrittiva per il nostro approccio, e per quello attuale in generale, potremmo provare a darne un’altra che possa essere di più ampio respiro.

Potremmo dire così: l’ontologia è un modo di pensare e ragionare prettamente filosofico che si pone l’obiettivo di studiare ciò che ci circonda attraverso un’analisi categoriale della realtà, degli oggetti e dei processi che la costituiscono. Una lettura di questo tipo permette di togliere dal nostro percorso le ontologie basate su poetiche o suggestioni, perché come dice Mulligan “l’ontologia non può essere fondamentale se non essendo formale”, mantenendo cioè il carattere rigoroso.

Non è solo una questione di rigore a fornire la struttura per un ragionamento ontologico, l’ontologia assunta come metodologica diventa una necessità che regola la stabilità dei nostri discorsi e che concede uno statuto condiviso al mondo che ci circonda: cose, persone, esseri viventi, elementi naturali.

Facciamo un nuovo esempio e vale ancora la pena prenderlo dal saggio di Kevin Mulligan, Egli espone due serie di domande, le prime definite metafisiche, le seconde ontologiche.

Tra le prime: Il tempo è relazionale? Noi siamo liberi?, I valori dipendono da noi?; mentre quelle ontologiche sono: che cos’è relazione? Che cos’è esistere? Che cos’è una sostanza. Da qui si comprende la distinzione e il passo oltre che compie chi desidera interrogarsi e porre questioni riguardanti lo statuto ontologico della realtà. Si intuisce anche il rigore necessario e l’ampio spettro di questioni che possono richiedere come uno step di riflessione ulteriore la riflessione ontologica.

Non è un caso infatti che negli anni l’ontologia sia sempre più partecipe come garante di postulati che le scienze empiriche assumono (materie e campi di studi che sono molto lontani dall’autoreferenzialità apparente delle domande ontologiche, come ad esempio l’Ontologia fisica e l’Ontologia informatica).

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Speriamo di aver fatto una premessa sufficientemente esauriente rispetto al tema complesso che stiamo trattando; è tuttavia necessario un approfondimento rispetto a quanto detto sull’utilità e la riscoperta dell’ontologia. Un esempio di cui da qualche anno si tratta è quello dell’esperienze di Artificial intelligence, ovvero tutto quel macrocosmo di studi teorico/sperimentali che si occupano di creare macchine in grado di svolgere, potremmo dire in autonomia, delle operazioni tipiche della mente umana. Per fare un minimo di storia della disciplina citiamo due emblematici studiosi. Il primo in assoluto in ordine cronologico è Blaisè Pascal, filosofo e matematico, che inventò la cosiddetta Pascalina, una prima macchina calcolatrice, in grado di fare operazioni di addizione e sottrazione. È il 1642.

Il secondo dei due casi emblematici è indubbiamente Alan Turing, simbolo della nascita e dello sviluppo di questa disciplina. Sui suoi studi del 1936, concernenti la cosiddetta Macchina di Turing, si è basato Max Newman per creare Colossus: il calcolatore inventato nel 1942 per decifrare i codici nazisti criptati dalla Cifratrice di Lorenz. Fu anche in seguito al mancato riconoscimento di questo merito che Turing si tolse la vita attraverso il morso di una mela (la cui simbologia futura, a insaputa di Turing, sarebbe diventata forse ancor più iconografica di quella passata).

Torniamo al discorso, cosa viene richiesto all’intelligenza artificiale? Cosa studia in ultima istanza? E perché c’entra con la filosofia o meglio con l’ontologia? D’impatto lo studio dell’ontologia con l’ingegneria delle macchine sembra essere estremamente distante, uno iato ancor più incolmabile se analizzato attraverso due pregiudizi: quello della autoreferenzialità della speculazione filosofica e quello che gli avanzamenti tecnologici si basino esclusivamente sulla relazione tra sperimentazione e teorizzazione.

L’intelligenza artificiale si pone il compito, attraverso le parole di Minsky: “Di far fare alle macchine delle cose che richiederebbero l’intelligenza se fossero fatte dagli uomini”. Seguendo questa traccia allora emerge l’esigenza di una distinzione e una specificazione maggiore all’interno dello sviluppo dell’ontologia e nella distinzione all’interno delle discipline filosofiche.

La base della programmazione per l’intelligenza artificiale è di carattere logico, ma l’apporto che viene dato dall’ontologia ha uno spettro d’indagine più ampio. Se la logica orienta il suo apporto verso lo studio del ragionamento, l’ontologia offre degli strumenti di studio e di analisi per comprendere la natura del mondo e delle cose che ci circondano. Qui allora può essere utile esemplificare questo rapporto attraverso lo studio, anche per sommi capi, di un filosofo che forse è quello che più mette in luce la forza del ragionamento ontologico: Edmund Husserl, una figura centrale dell’Otto-Novecento filosofico.

Husserl è prima di tutto un matematico, il rigore è sempre presente nell’incedere del suo ragionamento. In secondo luogo si pone in una posizione assolutamente centrale tra l’aspetto scientifico e quello teoretico. Senza interessarci a tutta una serie di problematiche percettologiche che interessano gli studi husserliani, possiamo concentrarci solo sulla questione del trascendentale e dell’oggettività della percezione.

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Come anticipato procediamo per sommi capi: ciò che distingue Edmund Husserl dagli altri filosofi, è la necessità che sente di motivare l’approccio categoriale al di fuori del soggetto. Spiegandosi meglio: se per Emmanuel Kant e i neokantiani il trascendentale è quell’insieme di categorie con le quali è possibile leggere il mondo esterno, che di per sé è e rimane qualcosa di informe, come un insieme sensato e condiviso, per Husserl il trascendentale ha due poli che ne regolano la percezione: la materia e il soggetto. Se in Kant il trascendentale coincide con la soggettività in Husserl risiede nella correlazione a priori di soggetto e oggetto, ovvero nella condizione stessa di possibilità dell’esperienza.

In Husserl il trascendentale ha quindi un risvolto oggettivo e uno soggettivo, il compito del fenomenologo (o del filosofo) è quello di trovare le leggi essenziali dell’esperienza e comprendere come i due lati possano essere combinabili. In questo senso allora il filosofo studia sia la struttura della coscienza e i suoi atti intenzionali (soggettività), sia le leggi delle cosiddette “ontologie materiali”, ovvero le strutture obiettive dell’esperienza.

Questa connessione essenziale e fondata sulle medesime leggi a priori che condividono oggetto e soggetto, è ciò che fonda il ragionamento ontologico in Husserl e ci permette di ritornare sui nostri passi. Infatti la coscienza del soggetto guarda il mondo con le stesse leggi logiche con il quale il mondo si dà al soggetto.

Tenendo presente questa spiegazione ontologica di condivisone del mondo, si comprende forse meglio la necessità dell’ontologia e il suo ritorno soprattutto attraverso le intelligenze artificiali. Come sottolinea Carlo Scognamiglio nel suo articolo: “Attualmente lo sviluppo delle ricerche sull’applicazione dell’ontologia al knowledge engineering ha posto l’esigenza di distinguere l’ontologia come tecnologia, cioè come strumento per progettare database, dall’ontologia della tradizione filosofica, la quale, possiamo generalizzare, si costituisce per lo più come analisi “categoriale”, e proprio grazie a tale precisazione essa si rivela estremamente vicina alle problematiche che possono sorgere nello studio dell’ontologia come tecnologia.”

Con questa distinzione Scognamiglio precisa la distinzione tra l’ontologia come tecnologia con l’ontologia filosofica, dove al centro della loro vicinanza vi è la ricerca di stabilità dei processi e la condivisione tra i singoli e la collettività.

Nelle pagine successive, l’autore spiega che lo studio e la progettazione di sistemi informatici si era improntato fino a qualche anno fa su di una concezione della conoscenza di tipo funzionale, ovvero il meccanismo di teorizzazione/sperimentazione. Oggi invece a conferma del ritorno d’importanza dell’ontologia, gli studi di Artificial Intelligence si concentrano non solo sull’oggetto limitato di studio, ma si ricerca continuamente un approccio ontologico in grado di creare un contesto comune in cui più databases possano comunicare a partire da un linguaggio formale comune.

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Ecco allora ritornare il problema che percorre l’ontologia da sempre: il problema dell’ontologia come una possibilità di fondare la stabilità dei discorsi e delle percezioni comuni. Un problema di riferimento oggetto-realtà-linguaggio, presente già nel Parmenide di Platone e nella sua critica nei confronti dei sofisti.

Un problema di stabilità a priori che forse non basta più attribuire alle idee, che è limitante attribuire al soggetto, ma che come abbiamo visto per Husserl, e come dimostra anche la sua applicazione continua al knowledge engineering,necessita di essere un sistema in grado di comprendere nella medesima struttura logica sia il ragionamento del soggetto sia l’oggetto e il suo modo di stare involontariamente in un sistema più ampio di relazioni.

L’ontologia diventa così un metodo di ragionamento e piano comune su cui si basa la condivisione della comprensione del mondo.

In questo senso allora è ancora più facile leggere sia la duplicità dell’ontologia sia la sua importanza recente: l’ontologia come tecnologia e l’ontologia filosofica, svolgono un ruolo essenziale nell’integrare differenti mondi all’interno di un unico dominio. Riprendendo le parole di Scognamiglio: “In pratica, l’ontologia viene stimata funzionale a divenire il principio guida per la costruzione di un meta-modello che includa e possa mettere in relazione diverse banche dati, nonché a contribuire in maniera fondamentale alla costruzione di un singolo database, ad esempio relativo ad un singolo settore disciplinare”.

Il rimbalzare tra soggetto, oggetto, realtà, linguaggio e rappresentazione è un problema che nello specifico affligge tutt’oggi la scienza e il suo rapporto con la nostra percezione del mondo. Se fino ad ora abbiamo pensato alle intelligenze artificiali come qualche cosa di interessante ma forse anche relegato ad un senso di passato, è interessante vedere come la correlazione tra ontologia e scienza, quale necessità di un mondo condiviso che si basi sulla percezione, si stia facendo largo anche in settori non soltanto teorici.

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In questo senso allora è utile chiudere con qualche battuta e riferimento ad un saggio curioso scritto da un filosofo e un geologo, interessante approccio alla questione scienza-ontologia. Il saggio è di due docenti dell’Università di Buffalo, Barry Smith e David Mark, dal titolo: Do mountains exist? Towards an ontology of Landforms.

Domanda anomala, vero. Non così tanto se le si dà un contesto. Questa domanda infatti fa leva e ci porta immediatamente a parlare di una delle distinzioni fondamentali del senso comune: quella tra apparenza e realtà. Come l’immediatezza intuitiva della distinzione tra apparenza e realtà c’è una risposta immediata e priva di velature d’incertezza: “Sì, certo che esistono le montagne”. Infatti da subito i due autori, certo, le montagne esistono come correlato primario dell’azione e del pensiero umano. Basti pensare all’importanza che la dimensione della spazialità nella guida delle nostre azioni, dei nostri pensieri, e in questo le montagne giocano un ruolo di primo piano.

Le montagne però rappresentano anche l’archetipo più evidente dell’oggetto geografico. Se ci chiediamo o se chiediamo a un bambino o a una qualsiasi persona che sta imparando una nuova lingua: dimmi un elemento geografico, molto spesso la sua risposta ricadrà sulle montagne. Giocano in sostanza un doppio ruolo: individualmente assimilabili a degli oggetti ma nella loro generalità d’insieme costituenti un genere (un tipo) naturale.

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Ma in qualsiasi caso le si consideri, come oggetti individuali o come tipologia, le montagne non esistono allo stesso modo dei singoli oggetti che animano lo spazio in cui ci muoviamo e le nostre intenzioni. questo è l’avvio della domandarsi di Smith e Mark che si ripropongono più volte la questione riformulandola in differenti modi, e concludono affermando, da entrambi i punti di vista, che la necessità di domandarsi è pari alla necessità di trovare uno strato di linguaggio comune che possa dare giustizia alla reale presenza delle montagne. Sia rispettando l’aspetto scientifico di analisi e spiegazione sia gli interessanti risvolti che emergono dagli studi di naive physics.

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