Rialziamo le serrande di Villa Tittoni Traversi e riaccendiamo i riflettori sul Kernel Festival, kermesse che ha inaugurato la torrida stagione festivaliera appena conclusasi, e di cui “Digimag vi ha restituito uno spaccato a caldo nella Issue 66 di Luglio-Agosto. L’ultima postcard che vi invio da Desio riguarda uno degli artisti più apprezzati di questa edizione: Alex Posada, una presenza che è stata in grado di soddisfare tanto i palati più raffinati in materia di interattività, quanto i semplici curiosi che hanno preso parte alla tre giorni del Kernel.

Passaporto spagnolo, una laurea in Ingegneria Elettronica, Alex Posada è artista, creatore digitale, ricercatore nel campo dell’interattività, docente di nuovi media presso master, corsi post-laurea e workshop. Intraprende la carriera artistica nel 2002 quando trapiantato a Barcellona comincia a collaborare con musicisti e artisti locali. Dal 2006 lavora come direttore e coordinatore del laboratorio di interattività in Hangar, centro nevralgico di produzione di media art a Barcellona, ed è co-fondatore del MID: Media Interactive Design, oltre a progetti come artista indipendente collabora con gruppi come Neuronoise e Dorktbot Barcellona.

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Intensa è stata l’attività di Alex Posada al Kernel: un workshop, dal titolo “Open Hardware Lab”, improntato alla progettazione e realizzazione di prototipi di dispositivi elettronici e l’esposizione, accanto ad altri nomi come Quayola e Angelo Plessas, della sua ultima fatica The Particle (2009), installazione multimediale che sperimenta le possibilità scultoree della luce in relazione alla velocità, al colore e al suono.

The Particle indaga anche le possibilità del POV, meglio conosciuto come effetto di persistenza della visione, che consente di lasciare impressa sulla retina un’immagine anche alcuni secondo dopo la sua assenza, restituendone così la percezione. In questo caso è usato come effetto ottico per la definizione di uno spazio altro in cui immergere lo spettatore, regalandogli un’esperienza sensoriale e cinestetica.

L’opera, che si ispira ai processi di creazione dell’universo e alla nascita della vita, tecnicamente è costituita da una struttura in ferro a forma di airone dotato di un sistema di illuminazione e di uno sonoro azionabili secondo tre diverse modalità: attraverso parametri inseriti dall’artista, tramite sensori che captano i movimenti dei visitatori nello spazio espositivo o mediante una touch interface.

Per tutti coloro che desiderino saperne di più il riferimento è il sito dell’artista (http://alexposada.net/blog/) in cui si trovano estratti video con una sorta di making of dell’opera e una scheda Pdf in lingua inglese con una descrizione del lavoro, redatta con incredibile minuzia di particolari.

Ho conosciuto Alex a Desio e riallacciato i contatti con lui al suo rientro da Ars Electronica per proporgli un’intervista che si è subito rivelata essere un piacevole talk a distanza.

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Alessandra Coretti: Per rompere il ghiaccio ti chiedo subito come ti sei trovato al Kernel Festival? Non male per essere la sua prima edizione, non credi? È stata la tua prima volta in Italia?

Alex Posada: Il Kernel Festival è stato una piacevole sorpresa per me. Non mi aspettavo che gli organizzatori riuscissero per la prima edizione a coordinare una programmazione così ricca e a mettere in piedi una macchina già così collaudata. Mi è piaciuta molto l’idea di associare la musica al video mapping, è qualcosa che non avevo mai visto prima d’ora. Anche l’esposizione è stata curata in maniera interessante e lo spazio, Villa Tittoni, si è rivelato un luogo davvero affascinante per allestire un festival del genere. In più per me ha rappresentato una tappa importante, in quanto effettivamente è stata la prima occasione per presentare il mio lavoro alla platea italiana.

Alessandra Coretti: Al Kernel hai tenuto anche un workshop, integrare la programmazione di un festival con momenti di partecipazione attiva da parte del pubblico è una formula non sempre vincente ma ormai sempre più frequente che permette di forzare le logiche stantie a cui sono legati i festival, a volte vetrine estetiche appanaggio esclusivo di pochi addetti ai lavori, per creare invece dei luoghi di confronto, di scambio e di libera circolazione del sapere; per te poi il ruolo del docente non è una novità sei spesso a contatto con quanti potrebbero essere gli artisti di domani. Vorrei sapere in generale cosa ne pensi e come vivi questo ruolo, se ci sono dei messaggi che ti preme far passare, e che tipo di feedback ricevi.

Alex Posada: Penso che sia molto importante inserire nella programmazione di un festival momenti che mettano in luce anche le metodologie, i processi alla base di una pratica artistica e non soltanto il suo risultato finale. Questa è una tendenza che attualmente non credo sia diffusa quanto dovrebbe nella maggior parte dei festival. I partecipanti sono molto più motivati e per loro l’esperienza diventa più gratificante se lo stesso artista che si esibisce o espone durante la kermesse accorcia le distanze tra opera e fruitore attraverso workshop pratici che permettono agli spettatori di entrare nel processo delle cose.

Naturalmente la crescita non è unidirezionale, c’è un feedback significativo anche per il docente. Personalmente sono molto orgoglioso quando uno dei miei studenti intraprende la strada artistica, crea un’opera, mi sento in qualche modo responsabile.

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Alessandra Coretti: In una recente intervista rilasciata per un magazine spagnolo hai affermato di non sentirti un artista, di preferire la definizione di creatore multidisciplinare, probabilmente proprio per la tua formazione che non è artistica in senso letterale. Se ti chiedessi però di tracciare una genealogia artistica in cui inserire il tuo lavoro, cioè delle possibili parentele con artisti con cui al di là dei risultati estetici ottenuti senti di condividere una visione artistica, una modalità di approccio, di chi vorresti essere l’erede e quali tra i contemporanei senti affine alla tua prospettiva?

Alex Posada: Questo è un quesito che non mi sono ancora mai posto, lascio questo arduo compito alla rilettura di qualche esperto di arte. Mi piace quello che faccio e lo faccio senza pensarci troppo. Ho dei riferimenti a cui attingo, che mi guidano a seconda dell’esigenza che mi si propone. Al momento però preferisco concentrare le mie energie per la formazione di nuovi talenti e per contribuire, con il mio lavoro, allo sviluppo di progetti di altri artisti di Hangar.

Alessandra Coretti: Quando hai cominciato a pensare di applicare la tua formazione tecnico-scientifica all’ambito artistico? Quale credi sia l’anello di congiunzione tra questi due ambiti?

Alex Posada: L’arte digitale, i nuovi media, le tecnologie in generale mettono in evidenza lo stretto legame che unisce arte e scienza. Siamo in un momento in cui più nulla può essere considerato per compartimenti stagni, tutto si alimenta reciprocamente. È molto emozionante perché l’era in cui viviamo mi ricorda molto il Rinascimento in cui arte e scienza convivevano bene insieme. Gli artisti erano anche scienziati e viceversa, basta pensare al caso di Leonardo Da Vinci, che ha dimostrato come queste due aree possono, anzi, devono andare di pari passo.

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Alessandra Coretti: Andiamo al tuo ultimo lavoro: The Particle, è un esempio di arte generativa, puoi spiegarmi dal punto di vista tecnico qual è il funzionamento di quest’opera?

Alex Posada: In The Particle tutto quello che vediamo e udiamo è il risultato di un complesso sistema che genera informazioni in tempo reale. I processi sono simili a opere di arte generativa visiva dove le forme nascono, si sviluppano, muoiono e si rigenerano senza soluzione di continuità. In questo caso il sistema funziona allo stesso modo, ma ciò che vediamo è dato da una struttura cinetica di quattro sfere concentriche di colore generate a partire da quattro pixel di informazione.

Quindi il risultato è un lavoro che esplora le potenzialità tridimensionali della luce, partendo da un dispositivo che di base, a livello visivo è molto semplice, cioè costituito da una struttura ad airone, con un asse centrale attorno a cui ruotano, a velocità variabile, quattro anelli semicircolari rispettivamente di 30, 60, 90 e 120 cm di diametro. Ogni anello di luce è formato da un elevato numero di LEDs RGB controllato da un hardware specifico.

Alessandra Coretti: The Particle si presenta come un’imponente macchina con una propria risonanza interna, qual è il rapporto che si instaura tra luce e suono? Quale invece con lo spettatore?

Alex Posada: I processi visivi sono perfettamente sincronizzati con il suono surround grazie al software programmato usando la piattaforma MaxMSP: è il software che gestisce tutte le informazioni in tempo reale, utilizzando parametri estratti da sequenze e funzioni matematiche. L’effetto che ne consegue è la creazione di forme e luci in tre dimensioni che innescano un’esperienza coinvolgente, sinestetica e a tratti ipnotica. L’obiettivo è indurre lo spettatore a vivere una esperienza contemplativa, che risulta essere differente da persona a persona.

L’importante è lasciarsi andare senza remore, godere fino in fondo dell’esperienza. Ovviamente ci sono persone che non amano questo genere di cose e a cui di conseguenza l’opera non trasmette nulla. Personalmente, nonostante siano circa due anni che porto in giro per il mondo The Particle, vengo ancora rapito dalla sua carica ipnotica come se fosse la prima volta.

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Alessandra Coretti: Quali sono state le fasi del processo creativo per la realizzazione di The Particle? E, in generale per sviluppare i tuoi lavori hai elaborato un “metodo Posada” o i processi vengono reinventati tutte le volte ex-novo?

Alex Posada: Non adotto un metodo preciso, non esiste un metodo codificato applicabile a tutti i miei lavori. Ogni progetto è il frutto della necessità creativa del momento e delle chance espositive che ti si presentano. The Particle mi è stato commissionato dallo Strobe Festival di Amposta. Il mio amico Mesa Blai stava curano una expo con artisti locali sul tema dell’origine della vita. Mi è stato chiesto di ideare un’installazione cinetica sul tema e dato che nei miei precedenti lavori avevo già sperimentato l’utilizzo dei leds è stato naturale usarli anche in The Particle, questa la genesi dell’opera.

Alessandra Coretti: Conduci la tua attività artistica non soltanto come solista ma anche in equipe con gruppi come Neuronoise e Dorkbot Barcellona. Che tipo di collettivi sono?

Alex Posada: Appena mi sono trasferito a Barcellona ho cominciato a collaborare con collettivi come Riereta.net, Telenoika, Neuronoise o Dorkbot Barcellona. Siamo sostanzialmente un gruppo di amici con interessi e gusti comuni, abbiamo iniziato ad organizzare corsi, laboratori ed eventi anche di intrattenimento. Il nostro è sempre stato un rapporto improntato alla condivisione, al confronto e allo scambio reciproco di saperi.

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Alessandra Coretti: Sei appena stato a Linz, ospite di Ars Electronica, in generale stai girando tutti i più importanti festival europei, in base a ciò ti chiedo qual è secondo te lo stato di salute attuale dell’arte interattiva? Stiamo attraversando una fase di empasse, in cui spesso le tecnologie vengono usate un po’ come passepartout per colmare in realtà un vuoto di idee? Se credi sia così, dove pensi sia possibile attingere nuova linfa creativa oggi?

Alex Posada: È una domanda questa sull’arte interattiva che mi pongono spesso, è sotto gli occhi di tutti ormai che nel campo dell’interattività si sperimenta sempre meno, quindi i risultati tendono a essere meno interessanti ed innovativi. Dal mio punto di vista c’è stata una grande esplosione creativa nel decennio passato che adesso sta vivendo il suo momento di assestamento, è simile a ciò che è successo alla musica elettronica negli anni Novanta che ha toccato il suo picco creativo per poi sedersi sui risultati ottenuti e diventare ripetitiva.

La vera rivoluzione in atto è quella che riguarda gli strumenti, non i contenuti. L’accesso democratizzato alle nuove tecnologie e l’aumento di hardware e software liberi stanno permettendo di realizzare cose impensabili fino a qualche anno fa.

Ora chiunque, non solo chi ha una formazione da ingegnere elettronico, può creare applicazioni più o meno complete con un paio di settimane di allenamento. Le piattaforme open source come Arduino, Processing, PureData,e OpenFrameWorks stanno letteralmente creando nuovi strumenti di lavoro per gli artisti digitali. Io credo che questo sia il terreno in cui porre il futuro dell’arte.

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Alessandra Coretti: So che il tour di The Particle non è ancora terminato, non posso quindi congedarti senza chiederti dove possiamo prossimamente incontrarti e quali sono i tuoi prossimi impegni?

Alex Posada: Sarò il 29 e il 30 ottobre a Lincoln in Inghilterra per l’inaugurazione del Frequency Festival. Attualmente l’obiettivo a cui mi sto dedicando quasi a tempo pieno è la creazione di uno studio di progettazione interattiva a Barcellona attraverso il quale sviluppare progetti artistici. Si chiama MID: Media Interactive Design, centro specializzato nella produzione di progetti multimediali interattivi: interaction design, installazioni, spettacoli…


http://alexposada.net/blog/?lang=en

http://www.kernelfestival.net/

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