Viviamo in un mondo in rapida evoluzione di reti digitali. Ma all’interno del dominio della teoria dei media, che studia l’influenza di queste forme culturali, le implicazioni della filosofia estetica sono state a lungo trascurate, nonostante più di dieci anni di web design e di opere d’arte web-based.

Vito Campanelli - teorico dei media e docente presso l’Università Orientale di Napoli, collaboratore di “Neural”, curatore freelance e promotore di eventi nel campo della cultura digitale con MAO – Media & Arts Office, esplora le forme della rete attraverso il prisma dell’estetica, cercando apertamente di trascendere i limiti intrinseci del dibattito in corso. Il Web è il mezzo che più di ogni altro sta stimolando la diffusione in tutto il mondo di idee e comportamenti e Vito Campanelli osserva alcuni fenomeni della contemporaneità, gettando così le basi per una teoria organica ed estetica dei media digitali.

Queste riflessioni fuori dal coro, Campanelli le condensa nel suo ultimo saggio Web Aesthetics (NAI Publishers, 2010, English).Ciò che emerge dall’analisi operata dall’autore è un susseguirsi di suggestioni e un continuo incrociarsi di piani comunicativi; un contributo nodale, quindi, all’ampio quanto confuso dibattito sulla net art e sugli universi della rete più in generale.

Un libro che ha scosso gli addetti ai lavori, occupandosi dell’analisi dei new media attraverso una prospettiva diversa legata all’estetizzazione della realtà, individuando una serie di idiosincrasie, rituali e paradossi della rete attraverso varie categorie (i social networking, il remix, il monolinguismo etc..), allontanandosi dagli aspetti politici e sociologici. Colmando quindi una mancanza.

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Ne discutiamo insieme all’autore ad Avellino, durante le conferenze curate da Leandro Pisano e da chi scrive, all’interno del Festival Flussi di New Media Art, ormai una della più solide realtà del panorama elettronico italiano (tra gli artisti esibitisi quest’anno tra il 24 ed il 27 Agosto: Kangding Ray, Peak, Retina.it, Jan Jelinek + Masaioshi Fujita, Stephan MathieuDamiano Meacci e Oval

Pasquale Napolitano: Per quanto riguarda la tua nuova pubblicazione Web Aesthetics, incominciamo a parlarne partendo dalla copertina…

Vito Campanelli: Il design è la parte migliore di questo libro! Ha anche una componente tattile molto piacevole. Lo dico un po’ provocatoriamente ma non solo, perché uno dei presupposti del libro è che nella contemporaneità uno degli elementi fondamentali è quello della superficie…

Pasquale Napolitano: Come nasce l’idea del libro?

Vito Campanelli: Il libro è una ricerca sviluppata dal 2008 ad oggi per l’Istitute of Network Cultures di Rotterdam, un’importante istituzione culturale e di ricerca, associabile nel panorama italiano ad una sorta di Politecnico. E’ il primo tentativo di dar forma a tutte quelle riflessioni che hanno accompagnato gli ultimi anni trascorsi a studiare le manifestazioni più rilevanti all’interno del web, le espressioni estetiche in cui è possibile imbattersi abitando i network digitali.

La suggestione iniziale è stata quella di provare ad applicare alcuni presupposti del pensiero estetico al web, ma ben presto il mio campo di indagine si è esteso anche al di fuori della Rete sino ad abbracciare una serie di tool digitali, come fotocamera e lettore mp3, e dispositivi mobili sempre più a portata di mano. Una strategia di ricerca che potrei definire “la vita quotidiana contemporanea”.

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Pasquale Napolitano: Proprio questo aspetto è per me la cifra caratteristica del tuo lavoro…

Vito Campanelli: Per me era fondamentale andare a colmare una lacuna che mortificava il dibattito culturale sul tema, così come la teoria dei nuovi media nel suo insieme, cercando invece di elaborare una teoria differente che prendesse in considerazione le categorie dell’estetica. Anche solo per denunciarne l’inadeguatezza, l’inattendibilità rispetto all’ampiezza del fenomeno osservato.

Gran parte del materiale che ho consultato per questo lavoro mi pareva inadeguato a dar vita ad una trattazione sulle implicazioni estetiche dei new media, in quanto privo di qualsiasi riferimento alle teorie classiche, moderne e perfino a quelle post-moderne. Quasi come se i nuovi media nascessero dal nulla e non dal continuum del pensiero umano, e quasi come se si potesse parlare di specificità in assenza di un quadro di riferimento.

Un altro presupposto comune a tutte le pubblicazioni a cui ho avuto accesso è che l’estetica influenzerebbe il computing mentre invece il mio punto di vista è opposto; a mio avviso sarebbe l’esperienza estetica ad essere influenzata dal computing. Per capire come, mi sono reso conto subito di dovermi porre all’interno di quei processi in cui la percezione del digitale apre la via a nuove forme di esperienza estetica, un nuovo senso estetico che si diffonde nella società dando vita a inedite manifestazioni culturali.

Pasquale Napolitano: Quali sono le dinamiche che individui?

Vito Campanelli: Le tematiche sono sostanzialmente due: l’estetizzazione della società e la diffusione globale delle forme del web. Due binari: società e web. Questo può disorientare tutti coloro che, aspettandosi un testo sul web, troveranno ampio spazio a fenomeni che si manifestano al di fuori di esso, ma che a mio parere da esso sono orientati. In particolare sarà deluso chi si aspetta un libro di web design, l’errore tipico di chi confonde estetica con design.

Il presupposto è che i new media seguano una tendenza di fondo che viaggia sottotraccia nella società contemporanea, che è quella della progressiva estetizzazione della realtà. I nuovi media e il web ne diventano il motore principale, diffondendo idee e comportamenti che trovano nella strategia estetica il grimaldello per penetrare nel senso comune: il web ha sostituito la televisione come medium centrale nella società.

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Pasquale Napolitano: Le tue teorie sembrano assumere la forma prevalente di una pars destruens

Vito Campanelli: E’ molto più facile distruggere che costruire, anche perché sono convinto da sempre che l’estetica sia il modo più efficace di contrastare la violenza della comunicazione contemporanea. Affinché ciò avvenga è necessario che si creino determinate condizioni: la prima è quella di sviluppare una consapevolezza relativa all’operare dei sistemi di comunicazione, un’estetica attiva, combattente, attraverso la quale gli utenti possano trasformarsi da vittime sacrificali dell’agone mediatico a soggetti capaci di dar vita a strategie estetiche alternative a quella dei gruppi egemoni che, dominando la scena della vita mediatica, dominano i significati relativi alla vita di tutti noi.

E’ il motivo per cui non mi occupo delle politiche che danno vita ad Internet così come lo conosciamo, preferendo concentrarmi sulla natura dei rapporti tra esseri umani e web, e per cui non mi soffermo tanto sulle esigenze socio-economiche che spingono strati di società verso esigenze creative, quanto provo a comprendere qual è la relazione tra atto creativo e soggettività umano-macchinica.

L’intento è quello di favorire una maggiore consapevolezza relativa alle dinamiche del network digitale, interpretando l’esperienza estetica del web come un consegnarsi ad un flusso estetico che, alimentato dalla logica sottesa delle tecnologie digitali, tende ad inglobare le esistenze contemporanee.

La priorità è stata quella di comprendere quali sono gli esatti termini delle relazioni tra esseri umani, blocchi macchinici e percezioni estetiche e questo focus mi ha costretto a rimandare a momenti successivi tutta una serie di questioni, alcune di fondamentale importanza, come il concentrarsi di contenuti in immensi database di pari passo al fatto che non c’è altra possibilità di interagire con tale complessità se non attraverso uno strumento opaco come quello dei motori di ricerca.

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Pasquale Napolitano: Sfatiamo una serie di luoghi comuni, come quello che vorrebbe il web come un’esplosione di creatività ed innovazione…

Vito Campanelli: Hanno un valore enorme nella contemporaneità i comportamenti ripetitivi. Anche in questo caso, immaginare dei comportamenti antagonisti senza avere un’adeguata consapevolezza in merito all’operare di tali schemi ripetitivi è come mettersi alla cloche di un aereo senza esserci mai entrato prima.

Le conseguenze saranno devastanti. Il terreno di scontro oggigiorno è estetico, è tramite l’estetica che ci viene chiesto di aderire a comportamenti e stili di vita. Per controbattere, bisogna scendere sullo stesso terreno, ma non riproducendo gli stessi contenuti, magari in maniera amatoriale, ma provando ad utilizzare l’estetica per disseminare messaggi discordanti rispetto a quelli dominanti. Un’idea estetica che si rifà a quella di Adorno.

Un’altra osservazione che ho sviluppato è quella legata al carattere ripetitivo delle produzioni amatoriali. In particolare ho tentato di evidenziare quella che secondo me è una tendenza fondamentale della società contemporanea. L’emergere di una nuova categoria estetica, la categoria del cool, che contrappongo a quella classica di bellezza, tipologia estetica oggi completamente in disuso. Le nostre vite scorrono a una velocità tale che non abbiamo più il tempo di passare attraverso il giudizio, elemento basico della categoria del bello; ad essa sostituisco quella del cool, per aderire alla quale bastano pochi secondi: vedo una cosa su facebook, clicco “mi piace” e vado avanti.

Pasquale Napolitano: Un altro discorso forte che intraprendi è quello legato al monolinguismo, sfatando in maniera sorprendente quest’altro mito occidentale…

Vito Campanelli: Il primo capitolo è dedicato al dialogo, dentro e fuori dal web, perché una delle lacune principali della new media theory mi sembra essere costituita proprio dalla difficoltà di dialogare. Il monolinguismo è perorato dalla semplicioneria di chi crede ancora che l’inglese sia un linguaggio universale: basta guardare le statistiche per capire che le comunità che parlano soltanto una lingua (cinese, ma anche spagnolo) sono più dei parlanti inglesi.

Si costruiscono pertanto una serie di comunità che parlano tra di loro e costituiscono una sorta di autoreferenzialità priva di confronto col resto del mondo. Delle isole scollegate, e ciò è un paradosso per il web, in cui si suol dire che tutto sia collegato. Quindi monolinguismo è anche quello di queste comunità che preferiscono confortarsi piuttosto che confrontarsi, come nel caso di numerosi blog, che consentono il commento solo a chi è già identificato dagli amministratori, o non lo consentono affatto. E’ una scossa anche al presupposto anglocentrico della rete.

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Pasquale Napolitano: Il testo è edito in inglese ma mi sembra permeato di cultura umanistica europea…

Vito Campanelli: Il secondo capitolo palesa l’esigenza prettamente europea di collegare il nuovo al vecchio, fare analisi dal punto di vista storico. Ho quindi dedicato questo capitolo a ricostruire la storia dell’esperienza estetica, cosa inconsueta nell’ambito anglocentrico, ma che, appunto per questo, si è dimostrato un presupposto necessario. Ho dedicato moltissimo spazio all’estetica diffusa, sulla falsa riga di testi quali Estetica degli oggetti di Ernesto Francalanci (Il Mulino, 2006), ho ripreso alcune intuizioni della teoria dei memi [1] e collegato queste intuizioni alla network theory che mi sembra più interessante quale quella di Albert Barabasi, un modello generativo che spiega effettivamente come funzionano le reti.

Ho dedicato molta attenzione anche all’esperienza del viaggiare nei network digitali e agli strumenti di archiviazione dei dati digitali, individuando come costante comune uno “stato di latenza” (tutto il tempo che attendiamo davanti al pc per un download o una compressione etc.) che ha certamente delle conseguenze dal punto di vista estetico. Inoltre ho dedicato altrettanta attenzione a questo desiderio di accumulare materiale in rete che caratterizza il contemporaneo. Analizzando i contenuti scambiati nelle reti peer-to-peer, mi sono chiesto quali sono i valori messi in gioco in tali esperienze estetiche che ho definito “esperienze estetiche disturbate”.

A questo ho dedicato un progetto di ricerca, Beautifully Imperfects (http://beautifullyimperfects.net) attraverso cui discuto questa tesi relativa alla natura imperfetta dell’esperienza estetica del web: il materiale presente in rete è sempre frutto di un compromesso tra peso e qualità, ciò ci ha abituato negli anni ad un nuovo tipo di esperienza estetica, che è l’esatto contrario di quella dell’ “Hi-Fi” degli anni ’80. Materiali non perfetti, esperienze estetiche disturbate, a volte al limite della pirateria. In questo sito invito a pubblicare queste esperienze imperfette incontrate attraverso le personali peregrinazioni sul web.

Pasquale Napolitano: Un capitolo del libro è dedicato anche al remix: la tematica è tale da convogliare tante opinioni, anche antitetiche tra di loro…

Vito Campanelli: Dal mio punto di vista, citando Lev Manovich, siamo giunti a questo stadio di “deep remixability”, ovvero un momento in cui tutto può essere remixato con tutto.

Pasquale Napolitano: Che implicazioni estetiche ha questa condizione?

Vito Campanelli: La logica del remix è divenuta l’autentica dominante culturale del tempo. Nel libro, ho fuso questo concetto a quello di amatorializzazione, remix it yourself, che parte dal classico do it yourself per aprirsi a questo universo sul remix. Provando anche ad affrontare i limiti della questione etica relativa al remix stesso.

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Pasquale Napolitano: Come si concilia il settarismo, la ghettizzazione che hai descritto nel testo con la tendenza verso il remix che invece è un chiaro sintomo di ibridazione?

Vito Campanelli: Effettivamente quello del monolinguismo è un vero e proprio paradosso, che implica come spesso non ci sia nessuna esigenza reale di confrontarsi in senso dialogico. Il che è propedeutico a sviluppare una nuova serie di fondamentalismi. Non so indicare quale possa essere una soluzione, certamente anche le politiche di apertura e interscambio promosse dalla Comunità Europea sono per lo più soluzioni di facciata. Il remix si pone su un altro piano; però anche in questo caso dobbiamo chiederci quante delle persone che utilizzano il remix intendano confrontarsi e non siano semplicemente interessate a dare prova di virtuosismo alla ristretta comunità di appartenenza.

Quindi anche il remix spesso finisce per incanalarsi dentro i binari del settarismo. Inoltre, pur avendo infinite possibilità, esso tende spesso a far sì che la maggior parte dei suoi contenuti si riveli insignificante, frutto di imitazione e coazione a ripetere. Un ulteriore paradosso: pur avendo possibilità e canali preferiamo replicare quanto di più banale.

Pasquale Napolitano: E ad esempio il caso dei video virali? Non lo trovi un fenomeno di effettiva apertura e diffusione di pratiche e contenuti?

Vito Campanelli: Certo, ma il conformismo è sempre dietro l’angolo. Le persone continuano a scegliere i video secondo i criteri del “più visto”, “più cliccato”, “più cool”. Sono in pochi ad innovare il linguaggio, del resto, come nel caso delle avanguardie artistiche del Novecento. Il problema delle produzioni dal basso è proprio che, spesso, ritenendo di essere dalla parte della ragione, non si occupano dell’aspetto estetico: questo è un errore enorme, soprattutto dal punto di vista della necessità di fare massa critica.

Pasquale Napolitano: Appare evidente nel testo l’utilizzo di criteri metodologici non di matrice storica, ma piuttosto di matrice hussleriana – fenomenologica. Oppure si tratta di un approccio volutamente frammentario ai nuovi media?

Vito Campanelli: La fenomenologia mi sembrava l’unico approccio possibile: osservare la realtà e provare a raccontarla collegandola ad una serie di fenomeni, anche lontani nel tempo. Dopo la frattura causata dalla post-modernità mi sembrava impossibile avere un atteggiamento differente. E’ impossibile scrivere qualcosa di definitivo, in particolare se parliamo di un contesto mutante come il web.

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Pasquale Napolitano: In che direzione si conclude – almeno temporaneamente – questo percorso?

Vito Campanelli: Il libro si chiude col rapporto tra soggettività umana e soggettività macchinica, in cui faccio emergere un “iper-soggetto tecnologico” come parte centrale della creatività contemporanea. Che è poi l’argomento su cui vorrei tornare a breve, perché ritengo sia il terreno in cui l’estetica gioca la sua partita verso il futuro.


http://www.vitocampanelli.it/

http://www.flussi.eu/?page_id=695

http://www.mediartsoffice.eu/

Note:

[1] – Un meme è una riconoscibile entità di informazione relativa alla cultura umana che è replicabile da una mente o un supporto simbolico di memoria, per esempio un libro, ad un’altra mente o supporto. In termini più specifici, un meme è “un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica. La parola è stata coniata da Richard Dawkins, ma un concetto analogo era già stato preconizzato da William S. Burroughs quando affermava che “il linguaggio è un virus”. La memetica è un approccio sistemico e socio-cognitivo che ipotizza, analogamente ai modelli standard biologici che spiegano la somiglianza fra generazioni con i geni, che si possono spiegare le “eredità culturali” attraverso dei replicatori, appunto i memi

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