Sono strani, colorati, fatti di cartone, lamiere, barre di vetro, sottili baffi di metallo. Sono belli da vedere, ma soprattutto fanno venire voglia di toccarli. L’ambiguità del verbo “tocar”, che in spagnolo vuol dire anche suonare, sembra stata ispirata da loro. Basta sfiorarli con le dita appena umide ed emettono dei suoni magnifici, di quelli che gli strumenti tradizionali potrebbero uguagliare solo dopo anni di duro esercizio. Si tratta dei Cristal Baschet e delle altre opere dei fratelli François e Bernard Baschet (http://en.wikipedia.org/wiki/Baschet_Brothers), cui il Museu de la Mùsica di Barcellona dedica una mostra che chiuderà il 19 dicembre 2011.

Le ricerche dei Baschet cominciarono nel fermento degli anni ’50 e presto li convertirono in pionieri della scultura sonora, oltre a renderli molto ricercati da musicisti, compositori, registi sperimentali come Jean Cocteau e musei d’avanguardia come il MOMA, in quegli anni diretto da Alfred Barr. L’idea derivò dalla chitarra gonfiabile che si costruì François per poterla trasportare comodamente nei suoi innumerevoli viaggi. Il fatto che suonasse così bene lo portò a interrogarsi sul funzionamento degli strumenti musicali e, coinvolgendo il fratello Bernard, a sviluppare la tecnologia degli strumenti acustici ad alta impedenza.

Superando la classificazione degli strumenti musicali in famiglie, i due fratelli si concentrarono sui principi fisici comuni che permettono agli strumenti di generare i loro suoni. Fu così che scoprirono che tutti gli strumenti si basano su vibrazione, energia e amplificazione. Tutto il resto può essere affidato alla fantasia del liutaio. Una fantasia che a loro non è mai mancata e che è stata sempre accompagnata dalla voglia di diffondere le proprie scoperte e di metterle a disposizione di tutti, specialmente dei bambini e dei disabili, rinunciando al paradiso di gloria che il mondo dell’arte gli offriva. Durante le loro lunghe vite, sono sempre stati fedeli all’unica cosa che ritenevano desse senso all’esistenza: fare felici gli altri.

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 E non solo pare che ci riescano benissimo, ma addirittura riescono a contagiare questa generosità agli altri, come dimostra il Laboratorio di Scultura Sonora Baschet, un piccolo miracolo nato nella Facoltà di Belle Arti dell’Università di Barcellona (UB) per documentare, continuare e diffondere il lavoro e i principi dei fratelli francesi. Dopo aver visto Martí Ruids, Jordi Casadevall, Andreu Ubach, Peper Martínez (membri del Metalúdic Baschet Emsembla) e François Baschet in azione durante un concerto partecipativo nell’ambito della mostra, siamo andati a trovarli al Laboratorio.

Barbara Sansone: Parlatemi di voi e di quello di cui vi occupate qui al Laboratorio…

Martí Ruids: Il progetto del Laboratorio è partito da Josep Cerdà, scultore e cattedratico estremamente attivo che ha una visione molto chiara di quale dovrebbe essere lo scopo della Facoltà di Belle Arti e che cerca continuamente di generare progetti e opportunità per i suoi allievi. Qui ha aperto una fonderia, un laboratorio di lavorazione della pietra, ha creato un ambiente attivo e vitale di quelli che non sempre si trovano in un’università. Cerdà si è sempre interessato al suono e alle strutture risonanti e come scultore si preoccupa della relazione delle opere con l’ambiente che le circonda, collaborando con sua moglie, architetto e paesaggista.

Alla Facoltà di Belle Arti ha inventato una nuovo corso dal nome Laboratorio del Caos, dove è possibile parlare di qualsiasi cosa, soprattutto di ciò che non è chiaramente categorizzato in una disciplina (caos, frattali, aleatorietà, polipoesia, arte sonora, installazioni, ascolto, etc.), dove propone di registrare paesaggi sonori, di “guardare” l’ambiente più con le orecchie che con gli occhi, e parla di personaggi particolari, tra i quali i fratelli Baschet.

Io, che sono un musicista autodidatta, mi sono offerto di insegnare a editare le registrazioni e da lì, attraverso varie sinergie, abbiamo montato il Laboratorio di Arte Sonora, che è un’estensione del Laboratorio del Caos. All’inizio abbiamo organizzato al Centro di Cultura Contemporanea alcune giornate sui “Paesaggi Sonori della Catalognia”, che sono serviti per mettere in contatto varie persone che si occupavano di questo tema e a mettere in comune mezzi e capacità. Da allora il Laboratorio ha continuato a crescere e proporre nuovi corsi e attività presso la Facoltà, registrando la partecipazione e l’interesse di molti alunni.

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Barbara Sansone: In effetti la musica, a seconda di come la si fa, si può considerare un’arte plastica…

Martí Ruids: Sì, per esempio a Tokyo il Conservatorio e la Facoltà di Belle Arti si sono fusi in un’unica università transdisciplinare, che dà molto spazio anche ai nuovi media e ai temi più contemporanei. E, di fatto le idee di John Cage sono state assimilate più rapidamente dalla gente delle arti “diverse” che non da chi si occupava di musica in senso più accademico. Qui, molti entrano con un’idea di arte e poi scoprono uno spazio per il suono digitale (registrato, riprodotto, manipolato) e per quello acustico (il lavoro sugli strumenti dei Baschet completa l’aspetto intangibile del suono). Ogni anno, tra coloro che partecipano ai corsi che organizziamo, c’è sempre qualcuno che rimane a far parte del Laboratorio.

Barbara Sansone: E come siete entrati in contatto con François Baschet?

Marti Ruidis: Stiamo lavorando a una radio collaborativa insieme a Radio Evolució, un canale non mainstream interessato a fare divulgazione scientifica nell’ambito della musica. L’idea è creare un programma che permetta di introdurre alla ricerca gli studenti interessati. Gli argomenti sono tutti quelli che possono avere a che fare con il suono e l’ascolto, con l’intenzione di conoscere personaggi di qualsiasi provenienza e disciplina e di intervistarli per sapere a cosa si dedicano e come lo fanno, per far crescere il Laboratorio in modo rizomatico.

La relazione con François Baschet è nata così, cercando contenuti per il programma. Egli da qualche anno vive a Barcellona e ha accolto con grande entusiasmo la nostra proposta. L’esperienza che è cominciata con lui ci ha permesso di arricchire il Laboratorio con una componente legata alla fisicità del suono, fattore che attira molto gli studenti inclini a una relazione tattile con l’arte.

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Barbara Sansone: In questa occasione hai conosciuto invece Andreu Ubach?

Martí Ruids: Andreu è percussionista e da anni collabora di François. Grazie al suo aiuto, è sorto il progetto di raccogliere in un database tutta la documentazione degli strumenti Baschet (foto, disegni, schemi, misure, registrazioni, dettagli tecnici, brevetti) e di renderla liberamente consultabile da chiunque sia interessato. François è entusiasta delle licenze Creative Commons e vuole mettere queste informazioni a disposizione di tutti.

Barbara Sansone: Bene, perché attualmente le informazioni online sono un po’ disperse in vari siti non sempre comodi da navigare…

Martí Ruids: È vero. Per questo per ora abbiamo creato un blog dove stiamo pubblicando video e altri materiali. Quando abbiamo conosciuto François, l’idea che ci è venuta subito è stata appunto quella di raccogliere e ordinare questa documentazione in un corpus digitale da far confluire su un sito web e ci siamo avvalsi della collaborazione di Uli Zinke e Ana Sanchez Bonet, impegnate in Francia nella redazione di un catalogo dettagliato sul lavoro dei Baschet.

Pertanto, stiamo cercando di coordinare tutti i protagonisti della storia, compresi Michel Deneuve, il “cristallista” per eccellenza, e Frédéric Bousquet, l’attuale costruttore degli strumenti pedagogici utilizzati con bambini e disabili. Riprendendo lo spirito dei Baschet, che non è sempre stato rispettato dalle generazioni successive, la nostra intenzione è creare uno spazio di diffusione e condivisione di queste conoscenze e di collaborazione e scambio tra tutti coloro che decidono di utilizzarle.

Barbara Sansone: La mostra al Museo della Musica è un’idea di questo Laboratorio?

Martí Ruids: In parte è un’idea di Miquel Calvet, professore di fisica al liceo che anni fa ha condotto un lavoro interdisciplinare di ricerca sulla costruzione di questi strumenti, insieme ai docenti di arti plastiche e di musica; uno studio empirico di analisi del suono e dei materiali con la partecipazione dello stesso François. Da anni Miquel voleva fare una mostra al Museu de la Mùsica e quindi sono confluite le volontà dei collaboratori catalani dei Baschet e dell’attuale Direttore del Museu, Oriol Rossinyol, che negli anni ’80 aveva lavorato con l’Instrumentarium pedagogico dei Baschet.

La maggior parte delle opere esposte sono della Fondazione Baschet, con la quale stiamo stringendo un accordo di collaborazione, come con il Museo della Musica. Altre opere sono di François o di Bernard e l’Instrumentarium pedagogico è stato fornito da Frédéric Bousquet. Nella mostra sono esposti anche un prototipo del Kit Multitimbrico realizzato qui nel Laboratorio e un Cristal costruito da Miquel Calvet e dai suoi studenti dell’IES a Castellar del Vallès.

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Barbara Sansone: Bernard è stato coinvolto in tutto questo?

Martí Ruids: Sì, certamente. Solo che a un certo punto della sua vita ha cominciato a dedicarsi sopratutto alle applicazioni pedagogiche e alla musicoterapia. Le strade dei due fratelli si sono separate. Bernard si è sposato, ha messo su famiglia ed è rimasto a Parigi; François invece ha voluto una vita più avventurosa, ha girato tutto il mondo, ha diretto laboratori dappertutto, ha conosciuto artisti e pensatori, è andato all’Esposizione Universale di Osaka del 1970, ha combattuto nella II Guerra Mondiale e poi è corso dietro ai nazisti in Argentina. E comunque, per quanto si dica che François si è dedicato più alla scultura sonora, il suo lavoro non è stato meno pedagogico di quello di Bernard.

Quando siamo andati a trovare Bernard a Parigi e gli abbiamo spiegato cosa stavamo facendo, ci è sembrato contento. E per l’occasione i due fratelli si sono rivisti dopo tanto tempo (adesso Bernard ha 93 anni e François 91). Bernard ci ha aperto il suo archivio, che fortunatamente, sarà perché è ingegnere, è molto più ordinato di quello di François.

Barbara Sansone: Al Museo della Musica si può vedere il documentario Baschet: The Transfiguration of Daily Life. Avete partecipato alla sua realizzazione?

Martí Ruids: No. Mi sembra che esistano quattro documentari sui fratelli Baschet e l’unico che non ci ha chiesto di pagare i diritti d’autore, che per il museo erano troppo alti, è stato il regista di quello che hai visto, Eric Marin, professore presso la UCLA. Dei sottotitoli ci siamo occupati noi e ovviamente li abbiamo messi a sua disposizione.

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Barbara Sansone: La mostra è bella, però secondo me soffre di alcune pecche tipiche degli spazi espositivi tradizionali. Tra le varie cose, non è annunciato in modo chiaro che i concerti in realtà sono eventi altamente partecipativi: quando siamo venuti abbiamo potuto suonare in orchestre improvvisate formate da voi, tra una spiegazione e l’altra, e dal pubblico. Peccato che il museo non sottolinei l’importanza di un formato così innovativo, di quelli di cui oggi c’è moltissimo bisogno…

Martí Ruids: … che tra l’altro è il formato usato da François da sempre; alla fine degli anni ’50 faceva queste cose al MOMA e da allora le mostre hanno cominciato a passare dal “don’t touch” al “please play”. François vuole che il pubblico in qualsiasi momento possa toccare e suonare i suoi strumenti, non solo guardarli, ma nei musei non permettono di farlo se non c’è qualcuno che controlla.

Per me, se si rompe qualcosa poi la si aggiusta, è una filosofia che prediligo rispetto a quella di porre grande distanza tra pubblico e opera. Per farti un esempio, in questo periodo c’è una mostra al museo d’arte contemporanea di Chicago, con opere di Tinguely e dei fratelli Baschet e le si può toccare solo in determinati giorni, quando sono vigilate. Le si sta trattando già come opere storiche, che vanno conservate.

Noi ragioniamo in modo diverso perché questi strumenti li stiamo costruendo e quindi preferiamo che li possa suonare chi vuole. Comunque il museo è stato molto soddisfatto dei laboratori che abbiamo condotto nell’ambito della mostra, con bambini o disabili, perché ovviamente gli interessa diventare più interattivo, avvicinarsi maggiormente al pubblico, offrire attività e non solo mettere le opere in vetrina.

Barbara Sansone: Perché questi strumenti funzionano così bene con i disabili?

Martí Ruids: Alcuni di essi sono progettati esplicitamente per questo scopo, come ad esempio quelli più piccoli che hai visto al museo nella sala didattica. In ogni caso, tutti sono costruiti in modo da essere accessibili e da non suscitare visualmente il timore che ispirano gli strumenti tradizionali. D’altra parte le percussioni melodiche in generale funzionano sempre bene con i disabili, per il gesto che richiedono per farli suonare, ma anche per la ricchezza del suono che producono, che cattura l’ attenzione e stimola la curiosità.

Con i Cristal, volevano anche offrire un suono ricco, di qualità, con il minimo sforzo. Con il violino, per esempio, devi suonare parecchio prima di riuscire a ottenere un suono che non sia fastidioso, mentre con questi strumenti chiunque, anche un principiante, riesce a produrre un suono bello, pulito. La risposta è anche fisica, tattile: quando li suoni senti come vibrano, il feedback tra la tua azione e la risposta dello strumento lo percepisci sulle dita. Avverti se la nota è forte, se è lunga, se va in crescendo.

Questo aspetto è interessante sia per i musicisti veri e propri che per chi non ha mai suonato. Gli autistici che non interagiscono con il mondo esterno, con questi strumenti cominciano a notare che quello che fanno ha conseguenze sull’ambiente e dopo qualche giorno cominciano a divertirsi.

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Barbara Sansone: A parte gli strumenti, François ha creato anche sculture sonore e i cosiddetti “mulini”…

Martí Ruids: Si, anche gli animaletti sonori, che rivelano una gran senso dell’umorismo. Pensa che nel laboratorio di François ho trovato cagnolini, elefanti, conigli fatti con resti di lattine. Nel suo libro Les sculptures sonores, che spiega i principi dell’acustica in un modo molto comprensibile, puoi vedere anche opere realizzate da suoi allievi, che formalmente sono molto diverse, ma che funzionano con gli stessi principi. Ce n’è una dove il suono si attiva con la pompa dell’acqua, per esempio.

E poi ci sono gli strumenti gonfiabili: i primi Cristal erano tutti gonfiabili, si suonavano in verticale ed erano pieni di questi baffi che generano armonici per simpatia. E poi con il tempo sono passati ai coni e alle lamiere, ma secondo me le parti gonfiabili hanno un potenziale scultoreo molto interessante e voglio studiarli.

Poco tempo fa Jordi Casadevall è andato in Giappone a conoscere i Geinoh Yamashirogumi, che sono esperti di tutte le musiche tradizionali del mondo e hanno scoperto che i gamelan producono l’effetto cosiddetto ipersonico, suoni intorno ai 10.000Hz, che non si possono udire ma che probabilmente hanno qualche effetto su di noi, dato che sembra che abbiano la stessa frequenza del nostro sistema nervoso. E adesso sono interessati a studiare se questi strumenti lo producono.

Come vedi, il potenziale degli strumenti dei Baschet è infinito e queste sono proprio le cose che vogliamo attivare nel nostro Laboratorio. Tra l’altro, qui stiamo fondando una cooperativa “metaludica” di musicisti e liutai che dispongano di uno spazio comune dove lavorare e dove poter accogliere tutti quelli che vogliono venire a suonare o ad ascoltare. L’idea per esempio è aprire le porte un giorno alla settimana e fare un’orchestra aperta tipo gamelan.

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Barbara Sansone: Mi sembra che ci stiano invitando ad andare via….

Martí Ruids: Sì, sono sempre l’ultimo a uscire di qui. Mentre prendo le mie cose, perché non approfitti per suonare un po’?


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