Nel contesto della LIV Esposizione internazionale d’arte di Venezia, l’artista belga Koen Vanmechelen allestisce un “laboratorio” sulla diversità biologica e culturale nella suggestiva biblioteca di Palazzo Loredan dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, un edificio tra i più celebri di Venezia. Una nuova tappa della lunga ricerca intrapresa dall’artista sulla fertilizzazione di arte e scienza, un percorso che l’artista ha perseguito con determinazione sin dall’inizio della sua carriera artistica, utilizzando i materiali e le tecniche più disparate: scultura, video, fotografia, installazioni multimodali, disegno.

The Cosmopolitan Chicken Project (CCP) è un esperimento avviato dall’artista nel 1989, l’anno in cui venne abbattuto il muro di Berlino, che punta a creare generazioni di galline ibride, coinvolgendo esemplari regionali e internazionali e incrociandoli a livello mondiale. Ad oggi, sono 14 le generazioni di ibridi create. Il filo rosso è l’interrogazione sulla (supposta) diversità culturale e biologica partendo dalla gallina, un animale presente in quasi tutte le 7.000 civiltà esistenti sotto forma di varietà regionali specifiche, spesso sponsorizzate come tali dagli stessi governi.

La gallina che verrà creata alla fine di sei mesi di incroci sarà a un esemplare di gallina a cavallo tra la razza Mechelse e la Fayoumi. Tuttavia, non tutte le varietà esistenti di galline sono coinvolte nel progetto: per esempio, gli esemplari provenienti dall’Africa, fatta eccezione dell’Egitto, sono esclusi a causa di impedimenti legali che vietano di portare le galline fuori dal continente africano. La gallina creata da Vanmechelen, detta anche Superbastard, quindi, potrebbe non essere così cosmopolita come si vorrebbe.

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Gli interventi di Koen Vanmechelen nel campo della scienza, dell’etica, della filosofia e delle ricerche sociali sono evidenti anche nella seconda parte del progetto, che invece coinvolge la Open University of Diversity, che ha base nello studio dell’artista a Hasselt. Un incubatore di idee dove Vanmechelen porta avanti ricerche che affrontano il tema della diversità biologica e culturale, grazie a una rete composta da università istituzionali, enti privati e professionisti. A Venezia, in particolare, sono altre tre le ricerche condotte in parallelo a quella sulla gallina, tutte fruibili dal pubblico in tempo reale. I risultati di queste ricerche saranno archiviati in una biblioteca virtuale.

Lo sviluppo umano è sempre condizionato da fattori biologici, culturali e sociali. Per sei mesi a Venezia, la storica dell’arte Ines Dewulf condurrà nella stessa sala dell’installazione di Vanmechelen, uno studio antropologico a partire dal CCP, il cui obiettivo è l’analisi accurata dei possibili risvolti sociali che questo progetto di ibridazione è stato in grado di generare. La seconda ricerca è condotta da Piet Stinissen, professore di medicina dell’Università di Hesselt, che supervisionerà lo studio sulla simmetria del volto e il conseguente indice di attrazione come conseguenza della diversità genetica dei genitori. La terza ricerca sarà invece supervisionata dal biologo Tom Aerts che metterà a confronto un gruppo della popolazione veneziana di vermi piatti presenti in Canal Grande con uno del National Park Hoge Kempen in Belgio, individuandone le diversità salienti.

Come sottolinea lo Studio Berengo, con il quale Koen Vanmechelen ha realizzato alcune importanti sculture in vetro per Glasstress 2011, i due soggetti centrali del lavoro dell’artista sono due: l’uovo e la gallina. Concepita come un laboratorio in continuo divenire, l’installazione Nato a Venezia crea una nuova specie sul palcoscenico dell’arte contemporanea invitando il pubblico ad un’interazione continua con il mondo della ricerca e dei suoi protagonisti, attraverso una serie di computer collocati nella biblioteca di Palazzo Loredan.

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Chi si aspettasse di meravigliarsi o viceversa inorridire di fronte a immagini scioccanti, come a volte accade nelle sperimentazioni tra arte e scienza che si rifanno alla biologia, resterebbe deluso: l’installazione di Vanmechelen è volutamente minimal, una serie di postazioni Macintosh allineate su ciascun tavolo della biblioteca di Palazzo Loredan, un incubatore con le uova di pulcino, due schermi, situati nelle sale attigue, che trasmettono in streaming i neonati pulcini e i due esemplari di gallina dai quali la nuova specie ha preso vita.

Davanti ad alcuni Macintosh troviamo posizionato un poggiatesta, reminescenza della pratica dei ritratti fotografici ottocenteschi che richiedevano ausili simili per garantire la stabilità della posa, e, al tempo stesso, strumenti presenti ancora oggi nei laboratori di radiografia. Sono questi semplici poggiatesta a trascinare il visitatore dentro all’ ambivalenza dell’installazione che è, da un lato, laboratorio scientifico in cui il soggetto sperimentale mette la sua faccia – letteralmente – per l’avanzamento della ricerca scientifica, dall’altro, gioco di posa, istantanea fotografica, autoritratto con un clic.

L’interesse di questa mostra è duplice: innanzitutto, il visitatore viene attivamente coinvolto nell’installazione, partecipando come soggetto sperimentale volontario a uno o più progetti di ricerca, e contribuendo così alla raccolta dei dati genetici sulle diverse razze. Dati che serviranno al ricercatore per svolgere una ricerca indipendente sulla diversità biologica e culturale. I visitatori, ai quali verrà consentito l’accesso ai risultati della ricerca, possono già esplorare, in tempo reale, le risposte fornite dagli altri e interagire nei forum di discussione. Curiose sono alcune delle risposte fornite alla domanda “Come descrivi la tua identità?”. “Melancholic, European, family man”, “very special”, e così via.

In secondo luogo, questa installazione rende permeabili i confini tra arte, scienza e ricerca sociale, riscattando la supposta vacuità di cui viene accusata molta arte contemporanea soprattutto in occasione di queste grandi fiere (sagre?) dell’arte. L’artista e la bellezza della sua opera quasi scompaiono nell’installazione di Vanmechelen, per lasciare spazio al visitatore, al dibattito e alla bellezza degli antichi volumi custoditi nel Palazzo Loredan.

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In un attimo di pausa tra una domanda e l’altra, il visitatore ricorda, tra il serio e il faceto, il famoso dilemma: “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”, a cui Aristotele fornì una sua risposta usando la teoria della potenza e dell’atto. A Palazzo Loredan, al momento della visita, le galline erano visibili soltanto in video, mentre le uova, protette da una gabbia e monitorate costantemente, si schiuderanno a breve. Un momento magico, quello dello schiudersi di un uovo, lentamente, faticosamente, che l’artista lo stesso Bill Viola ha reso immortale in una sequenza del suo memorabile I do not know what it is I am look like, film sull’identità personale che parte, appunto, da uno sguardo attento sulla natura.

Seduta a uno dei tavoli della biblioteca, Ines Dewulf rassicura i più sensibili tra i visitatori sul destino di tutte queste galline e, a quanti sono interessati a saperne di più, spiega che tutto il progetto va visto come metafora, perché quel che vediamo lì, alla fine, sono soltanto polli e uova, perciò è necessario aggiungerci (“put them on” è l’espressione esatta usata dalla Dewulf) una filosofia dell’identità e della razza.

Credo però che sia un’aggiunta non necessaria. Nato a Venezia è già tutto quello che deve essere: galline, uova, soggetti sperimentali, la bellezza del contesto dell’installazione e un solido progetto di ricerca. In Nato a Venezia, Koen Vanmechelen riesce a muoversi con grazia, leggerezza e un pizzico di ironia tra arte e scienza, un settore in cui, troppo spesso, gli artisti si prendono dannatamente sul serio. Al piano terra, prima di uscire da Palazzo Loredan, tra i busti di marmo del Panteon che ritraggono uomini insigni delle arti, della politica, delle scienze e della letteratura, ecco che un gallo di marmo, emblema del CCP, sembra strizzare l’occhio al visitatore.


http://www.koenvanmechelen.be/

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