In Estonia, precisamente a Tallinn, Capitale della Cultura Europea 2011, è stata allestita la più grande mostra di quest’anno dal titolo Gateways: Art and Networked Culture, ospitata al KUMU Art Museum. Per l’occasione la curatrice tedesca Sabine Himmelsbach ha riunito alcuni dei più interessanti artisti Europei di New Media Art: Eva e Franco Mattes, Aram Bartholl, Thomson & Craighead, Sašo Sedlaček, Julius Popp, Christina Kubisch, Les Liens Invisibles, per citare solo alcuni tra i ventisette partecipanti.

Non deve sorprendere il fatto che una grande mostra sulla Networked Culture si tenga proprio a Tallinn, visto che l’Estonia è uno dei pochi paesi al mondo dove l’accesso a Internet è tutelato come diritto umano. Per capire quanto qui l’utilizzo della rete sia diffuso e abbia radicalmente cambiato anche le abitudini quotidiane, basta pensare che lo scorso anno ben il 90% della popolazione Estone ha utilizzato il metodo on-line per effettuare il pagamento delle tasse.

Tallinn inoltre si è classificata come una delle città più vivibili al mondo, dotata di molte zone WiFi gratuite. Non a caso, il flusso di informazioni invisibili che abita il paesaggio della città è stato la suggestione che ha ispirato molti degli artisti presenti alla mostra.

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All’entrata del KUMU Art Museum, è stato allestito il Tallinn Wall, creato da Thomson & Craighead. Un muro con una serie di poster tratti dagli status di Twitter e Facebook. Nell’Electrical Walk Tallinn di Christina Kubisch invece, dei suoni invisibili provenienti da dispositivi elettro-magnetici come bancomat, centraline elettriche, autobus, guidano i visitatori in una passeggiata virtuale della città.

La visualizzazione di informazioni nascoste è uno dei temi principali dell’esposizione, come dimostra l’opera di Julius Popps, Bit.Fall, in cui una stampante ad acqua fissata al soffitto, restituisce parole sotto forma di gocce d’acqua, come fossero vecchi caratteri bitmap. Queste parole sono il risultato delle titolazioni più frequenti provenienti da una serie di news raccolte da differenti portali di informazione.

Per alcuni secondi, prima che si disperdano sul pavimento è possibile leggere le parole che “piovono” dal tetto. L’acqua viene riciclata e riutilizzata per creare nuove parole in un ciclo infinito, mentre contemporaneamente i portali a cui esse sono collegate ci forniscono costantemente nuove informazioni. Impossibile non lasciarsi sedurre dalle cascate di parole, un’esperienza incantevole ed estatica.

Un altro tema portante della mostra è il riutilizzo delle informazioni e il mash-up. Nella socieà odierna, non c’è perdita di informazioni. Se vuoi creare il tuo quotidiano o il tuo canale televisivo in rete non hai bisogno di scrivere o produrre materiale, puoi semplicemente selezionare, assemblare e mescolare le informazioni provenienti da più fonti. Il TV-BOT 2.0 World News As Soon As It Happens! di Marc Lee è un esempio di canale televisivo basato sulla rete che raccoglie notizie da fonti diverse e le mischia in un nuovo canale.

In Real-Time Family, Hanna Haaslahti usa una tecnica simile per creare l’album fotografico di una famiglia virtuale, utilizzando foto caricate dagli utenti su Flickr. Le immagini sono un documento in tempo reale di ciò che la gente comune è impegnata a fare in un determinato momento.

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Una delle opere più d’impatto della mostra è sicuramente Real Snail Mail di Boredomeresearch. Entrando nella pagina web http://www.realsnailmail.net, si possono mandare mail agli amici, senza però avere la certezza di quando arriveranno. Innanzitutto la mail giace in un giardino artificiale di 1 metro x 5 metri, costruito nella hall della mostra, dove vivono i “messaggeri”: lumache dotate di un chip. Quando una lumaca attraversa un disco con la scritta” collect”, la mail viene caricata sul chip posizionato sulla loro conchiglia, e quando dopo, molto dopo, passa sul disco con lascritta “send”, la mail viene finalmente inviata al destinatario.

Real Snail Mail ci riporta al tempo in cui i messaggi venivano consegnati da messaggeri reali, e anche se oggi siamo abituati ad essere in contatto in pochi minuti con qualsiasi parte del mondo, l’opportunità di recapitare un messaggio tramite un messaggero fisico (anche se è una lumaca) renderà l’esperienza esclusiva e personale.

Uno degli artisti Estoni presente alla mostra Gateways è il non ancora trentenne Ivar Veermäe, che vive e lavora tra Tallinn e Berlino. Le sue opere, spesso realizzate con l’ausilio di nuove tecnologie, indagano le relazioni tra gruppi diversi in spazi pubblici. Abbiamo chiesto a Veermäe di parlarci delle sua opera Don’t be evil e della collaborazione che intrattiene con un altro artista estone, Karel Koplimets.

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Mathias Jansson: Parlami di I Don’ t be evil, in cui hai utilizzato il servizio My Maps di Google per eliminare tutta la pubblicità e le insegne nel paesaggio cittadino di Tallinn…

Ivar Veermäe: I Don’t be evil è uno slogan non ufficiale di Google Inc., proposto da uno dei suoi ingegneri Paul Buchheit. Fa parte della politica aziendale di Google, il cui leitmotiv è che è possibile fare (tanti) soldi senza fare (molto) male. Stiamo usando i loro slogan ed anche la loro tecnologia My Maps per scoprire se le regole sulla “libertà di informazione” delle politiche di Google possano essere minate. L’idea di fondo è quella di riconquistare lo spazio urbano come piattaforma pubblica di scambio e partecipazione. Penso che in un era di ubiquità informatica, in cui i confini tra privato e pubblico sono sempre più labili, lo spazio pubblico potrebbe essere ridefinito come spazio accessibile.

Ma la discussione tra pubblico e privato distoglie l’attenzione dalle problematiche, spesso sottovalutate, relative alla proprietà e all’uso delle informazioni. Anche il paesaggio di Tallinn (e di altre città) è molto controllato ed organizzato, di default gli spazi urbani sono qualcosa a cui non potresti mai aggiungere niente di tuo. Nel nostro esperimento cerchiamo di mostrare le possibilità per creare delle proprie regole all’interno di un sistema. In quest’opera un altro aspetto è molto importante: tutta la pubblicità viene cancellata, con questo facciamo riferimento ai meccanismi pubblicitari nascosti in Internet (cioè quelli utilizzati da Google).

Mathias Jansson: L’Estonia per tradizione è caratterizzata da uno scenario artistico piuttosto tradizionale: qual’è secondo te la situazione della New Media Art?

Ivar Veermäe: L’Estonia, essendo un piccolo paese, ha uno scenario artistico limitato e non sono tantissimi gli artisti che lavorano nell’ambito dei New Media. Ma penso che presto potremmo essere testimoni di una seconda ondata di (New) Media Art. In una certa misura, negli anni ’90 anche da noi si è registrato un boom della video art e dell’arte in rete. Ormai l’uso di Internet è diffusissimo anche in campo artistico e quasi tutti ormai hanno recepito le potenzialità della rete, come anche i suoi rischi.

Un’ulteriore tendenza che vedo in Estonia è l’inizio di un processo di centralizzazione della rete gestito dallo Stato e da società private. Diverse attività statali sono condotte da programmi e-state che da un lato semplificano le cose (e-finance, e-elections, ecc…), ma dall’altro forniscono allo stato un’immensa banca dati. Nel settore privato una grande azienda di media sta cercando di spingere il modello Apple (in Internet devi pagare per tutto) affinchè diventi lo standard web-media in Estonia.

Mathias Jansson: Oggi, quali sono i contesti in cui è possibile vedere la New Media Art in Estonia?

Ivar Veermäe: In Estonia i progetti di New Media sono spesso connessi ad altre discipline, come la danza, il teatro, la musica, le performance. Per le mostre, non ci sono gallerie esclusive dedicate alla New Media Art. I luoghi che ospitano abitualmente l’arte contemporanea a Tallinn sono: EKKM Museum, City Gallery of Tallinn, Hobusepea Gallery, Art Hall of Tallinn e KUMU, dove occasionalmente vengono allestite anche mostre dedicate alla New Media Art. Anche al Culture Factory Polymer a volte ci sono progetti basati sui New Media. E teatri come il Von Krahl, no99 e il Kanuti Gildi Saal, dedicato alla danza contemporanea; le loro opere sono spesso il risultato di soluzioni tecniche piuttosto interessanti.

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Un’altro personaggio con un ottima visuale all’interno della scena Estone dell’arte contemporanea è Anders Härm: classe 1977, curatore al Tallinn Art Hall e uno dei fondatori del EKKM (Contemporary Museum of Art, Estonia). Abbiamo chiesto ad Härm di parlarci della storia dell’EKKM e di cosa ha bisogno la scena estone per prosperare in futuro.

Mathias Jansson: Puoi dirmi perchè è stato fondato l’EKKM e con quali obiettivi?

Anders Härm: EKKM è stato fondato nel 2007 come risposta alla necessità di colmare l’assenza di un museo d’arte contemporanea e più in generale di spazi espositivi. Volevamo innanzitutto creare un luogo, un’istituzione. Probabilmente è nato come un gioco ma ben presto è diventato qualcosa di molto serio. Gli obiettivi del progetto sono molto ambiziosi. EKKM può essere considerato come un’istituzione che si contrappone al settore pubblico e che include molti tratti inerenti alle normative tipiche delle istituzioni pubbliche, ma il suo obiettivo è promuovere un altro tipo di istituzionalismo.

L’EKKM è una sorta di metodo auto-istituzionalizzato, il cui compito dovrebbe essere, nel contesto pubblico normale, quello di fungere da concetto di pubblico “perverso” e non convenzionale. Un compito separato è la creazione inoltre di uno strano concetto di museo. Da un lato, occupare quella posizione mancante del museo di arte contamporanea, dall’altro chiedere costantemente a quale tipo di museo di arte contemporanea dovrebbe o potrebbe assomigliare. Cosa rende un museo un vero museo e che tipo di museo è al momento possibile?

Mathias Jansson: Per quanto riguarda la scena artistica alternativa a Tallinn?

Anders Härm: Penso sia una scena molto interessante, vivace ed attiva. Si trovano artisti interessanti ed alcune iniziative molto buone in aggiunta al progetto dell’EKKM, come ad esempio lo spazio MFRZ. La mancanza di denaro non riflette adeguatamente il potenziale della scena artistica; le cattive condizioni dei finanziamenti pubblici e la completa assenza del sistema delle gallerie commerciali sono gli elementi che caratterizzano il panorama artistico, questo è certo.

Per porre correttamente la domanda relativa all’essere alternativo, dovresti chiedere “alternativo a cosa”? Deve esserci qualcosa che sei in grado di chiamare “la regola”. Ma in Estonia nulla è molto soggetto alle regole, anche Kumu opera su basi molto strane per essere una galleria nazionale rappresentativa e di grandi dimensioni; non ci sono fondi garantiti per le mostre, ad esempio. Kuhnsthanlle Tallinn, dove ho lavorato per dieci anni, soffre degli stessi problemi. La visione di una scena artistica pubblica basata sui compensi è una novità, le vecchie strutture sovietiche residue provano a controllare il sistema e a gestirlo secondo le loro condizioni, la mancanza di denaro e di conoscenza si vede dappertutto.

Quello che vogliamo è la normalità, pagare al nostro staff un salario equo ed ai nostri artisti un compenso; questo è davvero alternativo in Estonia.Per due anni siamo stati supportati dal progetto della Capitale della Cultura che ci ha veramente aiutati a raggiungere molti obiettivi. Se da qui in avanti riuscissimo a mantenere il livello di professionalità e la nostra anarchica vitalità, ne saremmo molto felici, ma se non otterremo ulteriore supporto dal ministero della cultura o dalla città per le nostre attività e ci troveremo solo con l’anarchica vitalità, allora non funzionerà.

E’ di vitale importanza per noi diventare entro la fine di quest’anno parte della scena artistica, solo così potremo continuare con ulteriori progetti di auto-istituzionalizzazione.

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Mathias Jansson: E riguardo alla situazione della New Media Art?

Anders Härm: L’EKKM ha nella nostra collezione un’opera new media molto interessante, Polyphonic Passport Photo di Reimo Võsa Tangsoo, Shawn  Pinchbeck e Sulo Kallas, che trasforma la foto del passaporto in suoni e colori. L’ EKKM quest’anno ha nominato per il Köler Prize, il premio artistico dell’EKKM, Timo Toots, il cui Memopol vol 2 è stato un gran successo alla mostra Gateways. Ovunque la New Media Art è piuttosto periferica, e l’Estonia non fa eccezione. Ovunque il problema principale dei New Media artist è che si preoccupano troppo dei media e decisamente poco di come utilizzarli. Ma la buona arte emerge sempre.

Mathias Jansson: In conclusione, cosa serve all’Estonia per costruire una scena artistica di successo in Europa?

Anders Härm: Superare il provincialismo che è radicato profondamente in ogni individuo. Aprirsi al mondo e fermare queste politiche culturali iperprotettive verso l’interno e questo protezionismo nazionalista, attitudini conservatrici nei confronti della cultura. E, naturalmente, dato non trascurabile, ci vorrebbero maggiori fondi.


http://www.goethe.de/ins/ee/prj/gtw/enindex.htm

http://www.ivarveermae.com/

http://ekkm-came.blogspot.com/

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