And we shall play a game of chess… – Eliot, The Waste Land

Thunder. Second Apparition: A bloody Child – Shakespeare, Macbeth, Act IV, Scene 1

Other echoes/Inhabit the garden. Shall we follow?/Quick, said the bird, find them, find them/Round the corner – Eliot, Four Quartets

La Furtherfield Gallery a Londra è attualmente infestata da tre fantasmi. Ed è infestata nel modo elegante che ci si aspettava, con stile, ben disposta e gradevole.

Il primo è il fantasma di Marcel Duchamp, “chiamato in causa” dall’artista Scott Kildall nell’opera Playing Duchamp: è una presenza allegra ma glaciale, non è contrario a giocare a scacchi. Salite un gradino procedendo verso un piccolo podio bianco, vi sedete davanti a un computer portatile, cliccate su un’icona a forma di orinatoio e cinque o dieci minuti dopo vi ritirate, del tutto sconfitti.

Scott Kildall dichiara di aver analizzato gli archivi delle partite di Duchamp e di aver poi registrato il suo stile di gioco all’interno del motore del game degli scacchi al centro di quest’opera. Non ho modo di scoprire se queste dichiarazioni siano vere o frutto della mente di Duchamp. Dato che ormai a scacchi si gioca solo via computer, Kildall potrebbe anche solo aver inserito qualunque potente programma di scacchi di alto livello nella sua rappresentazione. Non importa. Ci crediamo. Il fantasma cammina, o quantomeno gioca a scacchi. Il nostro orgoglio è ferito. Eravamo lì, lo sappiamo.

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Oltre al Duchamp artista, quindi, noi rispecchiamo anche l’ex giocatore gentiluomo di scacchi; e c’è qualcosa nei giochi di Scott Kildall che sottolinea e rispetta un’influenza che almeno a me non è sembrata sempre del tutto positiva, di certo una volta che si considerando gli epigoni numerosissimi e per lo più non troppo brillanti (tra l’altro, in tutta onestà, l’unica opera che continuerei a guardare per un periodo di tempo inestimabile è Nudo che scende le scale. Il Grande specchio a mio avviso – forse a ragion veduta – è insignificante. Ecco, l’ho detto). L’opera di Kildall non è esattamente un epigono. E’ vero, riprende indirettamente i temi di Duchamp ma l’opera è la sua, è frutto del suo impegno e potrebbe anche essere l’ultima nel suo genere ad avere il potere di trattare questo tema.

Il secondo fantasma è il ‘figlio insanguinato’ dell’epigrafe e ora celebre Wikipedia Art di Scott Kildall e Nathaniel Stern. L’opera originale, un tentativo di usare Wikipedia non semplicemente come una piattaforma d’arte (finora incompresa da molti, ma ora: “perché non creare il proprio Wiki e inserirci la propria arte?”) ma per radicare un’opera generativa o almeno multi-autoriale in Wikipedia, seguendo le sue regole e la sua logica, era già nata, o piuttosto ha visto le sue menti, fin da neonata, in crisi.

Cosa ne rimane? Un sacco di discussioni stampate, da quelle offensive, mute e illetterate ai commenti su cui si potrebbe spendere del tempo di qualità. Un breve video introduttivo, frizzante e allegro, nei toni dell’amabile cucciolo di Stern l’ über-enthusiast, con delle intromissioni più sobrie da parte di Kildall, e uno show-reel di remix da parte di altri con cui Stern e Kildall, con la loro caratteristica audacia e generosità, hanno aperto il progetto.

È tutto avvincente, in senso museologico, ma non ci sono dubbi che quello con cui veniamo lasciati è fatto di tracce, ombre e frammenti. Fantasmi. Si tratta della perenne difficoltà di rappresentare qualcosa essenzialmente performativo e, come dimostrato, effimero – difficile evitare semplicemente di documentare. Ma se ne può dire qualche cosa (e ovviamente una delle cose interessanti del progetto è il grande volume dei commenti che ha sfornato, rendendoli eminentemente in grado di venire discussi e annotati su Wikipedia senza che, chiaramente, vi potessero prosperare).

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Si può dire che, in un periodo in cui nel contesto dell’arte si abusa decisamente del termine ‘esaminare’, in un modo solitamente abbastanza stupido, a Wikipedia Art è andata bene. Ha scoperto la sua stoffa e l’ha spinta in superficie, alla luce. Come un irritante che genera una perla, ha forzato l’organismo Wikipedia a mostrare alcune verità sulla sua struttura: la forza lavoro cyber-schiava, il clero profondamente conservatore composto da iniziati con un apparato di regole burocratiche e arcane più che mai prolifere e con una nozione penosamente rudimentale e apparentemente incontestata di ciò che costituisce il sapere. E anche – bisogna dirlo – idealismo, generosità e vere ferite di fronte alle derisioni, alle offese e al vandalismo percepiti.

Possiamo inoltre dire che nel tentativo di Kildall e Stern di realizzare qualcosa che, francamente, sin dall’inizio sembrava destinato al fallimento, c’era un utopismo meraviglioso ed esaltante. Un atto desideroso di vita nel trovarsi di fronte alla monotonia. Defiance. Qualcosa di convulsivo . E quell’atto di pura volontà (qualcosa che riguarda il suo eroismo e il suo essere impossibilista mi ha portato a citare lo slogan della rivoluzione del 1968, “Sous Les Pavés, La Plage!”) che a turno punta un inesorabile riflettore su ciò che è tedioso, privo di fantasia ed ordinario.

Sospetto che a lungo andare Wikipedia Art si rivelerà un affare migliore rispetto a Wikipedia (o quantomeno proclamerà di esserlo). Gli artisti sono spesso i precursori delle imminenti convulsioni sociali e lo si può vedere perché Wikipedia, familiare a ed usata da milioni di persone, mettendo Giano di fronte alla cuspide del idealismo e alla cinica routine, potrebbe essere un primo interessante test case di tanti altri a venire.

Infine, lo spirito tutelare del Given Time di Nathaniel Stern è il fantasma di Félix González-Torres. Nel 1991 González-Torres creò – assemblò – un opera, Untitled (Perfect Lovers) in cui due orologi a batteria, impostati inizialmente alla stessa ora ed appesi l’uno accanto all’altro, allo scaricarsi delle batterie perdono la loro sincronizzazione, si indeboliscono ed infine muoiono lentamente a ritmo diverso. Stern riconosce esplicitamente questa opera come fonte (dico “fonte” piuttosto che “influenza”: “influenza” è troppo debole) di Given Time. Se fosse un’opera musicale si potrebbe chiamarla variazione sul tema. Stern conserva la delicatezza, la sensibilità, la grazia e sicuramente la “profonda struttura” dell’opera originale sebbene inserendole in un nuovo contesto (e questa trasposizione avrà delle conseguenze).

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Given Time è facile da descrivere. Due avatar di Second Life, proiettati da macchine che sono permanentemente in azione, “sospesi” a “mezz’aria”, “l’uno di fronte all’altro” su schermi opposti, in modo che ogni figura venga vista attraverso gli occhi dell’altro (ora mi fermo – ho reso l’idea). Le figure sospese, di tanto in tanto si dissolvono e si muovono verticalmente un po’ su e giù come se soggetti ad una forte brezza, nonostante un’ancorata invisibilità.

In lontananza, alle spalle di ogni figura, si innalzano le montagne. Più vicino ci sono canneti e acqua. L’acqua non si muove, sebbene rifletta la terra sopra di sè. Le montagne dietro ciascun avatar sono più scure e più alte delle altre e c’è un forte senso di direzionalità della luce (e questo era uguale nei due lassi di tempo, di circa un’ora, che ho trascorso sul pezzo. Deduco che a volte sia notte.)

Personalmente associo in modo travolgente il pezzo, o almeno il suo aspetto, alle illustrazioni dei libri dei bambini. Non lo faccio in maniera offensiva. Alcune delle emozioni più forti della mia vita sono legate all’impatto esplosivo di illustrazioni relativamente banali e schematiche, che non ho poi imparato a considerare come tipo. Il pezzo di Stern mi riporta a quella coscienza infantile. Mi ritrovo a meditare nello stesso modo in cui mi interrogavo da bambino, il che sarebbe come vivere dentro a un libro o una struttura mentale, ciò che i due avatar sentono.

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Stern onora solo il concetto di González-Torres. L’artista si interessava di oggetti trovati e rubati (spesso banali, prodotti in serie, multipli indistinguibili) che impregnava di una straordinaria e potente poesia dando loro una svolta (non il colpo di scena di un thriller o di una soap opera ma una svolta Möbius, intorno a un angolo nascosto) e Stern apporta la stessa intensa e poetica parsimonia a Given Time. Gli uccelli che ronzano e volano attorno alle figure erano gli acquisti di massa (un magnifico momento si presenta durante il passaggio di un uccello sullo schermo più scuro, quando scende dietro una montagna lontana e noi ci accorgiamo che la sua apertura alare sarebbe stata ‘in realtà’ di dieci iarde o più perchè fosse coerente con ciò che vediamo).

Naturalmente Second Life stesso è creato in serie in Web 2.0. I canneti che ondeggiano davanti ai piedi di ogni figura hanno una goffaggine stranamente coerente. Tuttavia le due figure sono tutt’altro che parsimoniose in esecuzione – attentamente e sfarzosamente disegnate a pastello, grafite e carboncino possiedono un forte senso di interdipendenza visuale e di carattere individuale (sarà interessante vedere la “patina” che il tempo apporterà loro. Fra trent’anni probabilmente li vedremo come archetipi di uomini dell’età di Stern alla fine degli anni Duemila… più ancorati al tempo e più vestiti, così come i personaggi dei vecchi film lo sono oggi).

E’ questa la qualità d’assemblaggio: ciò che è sottile, ciò che viene trovato, ciò che è rattoppato, ciò che viene prestato e ciò che è decorato, che presta all’opera gran parte del suo potere e declama a gran voce che si tratta di un’opera: un intreccio complesso di simboli tra loro collegati, delizia per gli occhi, suggestione e riferimento. Una parte di essi la comprendiamo grazie all’intelletto, una parte di essi la sentiamo, una parte di essi passa accanto a noi ma non accanto agli altri.

Stern sostiene che l’opera tratta (continua a trattare) il tema dell’amore ed è chiaramente così. Tuttavia mi sembra che l’opera riguardi anche molto la morte. Le forme rimangono sospese lì all’infinito (e gli strumenti con cui carichiamo-i-nostri cervelli-al-computer rivelano decisamente d’avere una certa importanza in questo caso) in un’ambientazione che è bella ma alla fin fine ciclica e prevedibile. Giriamo in tondo. I movimenti un po’ a scatti, a mano a mano che le forme deviano dai loro invisibili guinzagli, suggeriscono, se non la crocifissione, almeno una sorta di reclusione (forse il buon vecchio e fantascientifico campo di forza traslato).

Ancora: Che cosa si proverebbe? A che cosa pensano? All’amore, per sempre e per un giorno, ma la loro immortale stasi li porta sempre più lontano da ciò che è un essere umano, che è vivere e morire in tempo (e che Amanti perfetti esprime così chiaramente, quell’opera composta poco dopo la diagnosi dell’HIV dell’amante, Ross Laycock, cinque anni dopo González-Torres stesso se n’era andato).

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Nel parlare potentemente nella maniera in cui lo fa alla nostra temporalità, l’opera permette allo spettatore – un essere umano, che respira e che ha un cuore pulsante, che è nato e morirà, a cui è stato Dato (un po’ di, e specifico) Tempo di sperimentare una bellezza dura e dolorosa che gli immortali mai potrebbero sperimentare.
Infine, giusto per essere chiari, dovrebbe essere evidente che ovviamente non credo nel soprannaturale. I fantasmi qui sono metafore e, come tutte le metafore, hanno i loro limiti – possono aiutare a dipingere ciò che è concreto, ma mai a comprendere la sua mancanza di concretezza (vedi infestologia per la cosa sopra citata).

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