design_barbarasansone04
Offf 2011. Anno Zero, Ma In Che Senso?

L‘OFFF, il festival internazionale del web design, graphic animation e della cultura post-digitale, è tornato a Barcellona. E non certo perché durante i suoi tre anni all’estero non abbia raggiunto i suoi obiettivi, come tiene a sottolineare Iván de la Nuez, direttore del Dipartimento delle Attività Culturali del CCCB, il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona. Rivendicare la paternità di un evento di grande successo è perfettamente comprensibile, ma è anche in linea con la politica di una città che sempre più tende a farsi brand dell’industria culturale, sfavorendo in molti casi le tendenze artistiche minori, per quanto significative e impegnate.

L’immagine dell’edizione di quest’anno, considerata dal festival la migliore di tutti tempi, è basata sul tema dell’ “Anno zero”, uno scenario postapocalittico concepito da Ignore (http://www.ignorethisweb.com/), che ha creato anche un falso trailer sul sito web http://www.barcelonayearzero.com/. L’estetica è ispirata alle nuove mode hollywoodiane che, non contente dei disaster movie, adesso si divertono a propinarci il dopo catastrofe. C’è da augurarsi che ogni possibile metafora e riferimento a stati d’animo reali non sia puramente casuale.

È più che noto che la produzione di un evento del calibro dell’OFFF non può aver luogo nell’arco di poche settimane, ma quest’anno, a pochi passi da Plaça Catalunya e con in mente le immagini della furia della polizia contro i manifestanti pacifici in varie città spagnole e le drammatiche previsioni che suggeriscono un mondo sempre più ostinato ad annullare i diritti fondamentali dei normali cittadini, entrando al CCCB ci si sentiva fuori dalla realtà nel momento meno opportuno. In un momento in cui è diventato particolarmente urgente riflettere, tra le varie cose, su quanto il diritto all’evasione non sia diventato un’egida dietro la quale nascondersi per fuggire dalle nostre responsabilità non solo di individui, ma soprattutto di membri di una società.

Lo spazio del Centro di Cultura Contemporanea in condizioni normali intimo e accogliente, nonostante la disponibilità di nuovi spazi aperti di recente, è letteralmente collassato sotto il peso di quest’edizione carica di celebrazioni della tecnica in molte occasioni a discapito del messaggio. Eventi in contemporanea, moltiplicazione degli schermi e streaming di ottima qualità non sono riusciti a evitare code pressanti, divieti di accesso e legittime lamentele. Meno male che tutto sommato il pubblico è stato paziente, forse perché formato per la maggior parte da giovani designer stranieri pieni di sogni, che approfittavano delle attese per conoscersi e scoprire di condividere il desiderio di lavorare in un’agenzia dove si facciano cose “più creative”.

A loro era certamente diretta questa edizione del festival, che per le conferenze e per il materiale di diffusione ha utilizzato esclusivamente la lingua inglese; una scelta che ha eliminato dal pubblico potenziale più della metà degli spagnoli, ma che stride con la grande attenzione riservata al contesto iberico. Il festival ha infatti invitato talent scout di livello internazionale e ha offerto alle agenzie locali la possibilità di presentare il loro lavoro sia nell’ambito del programma dell’Open Room sia sul libero palcoscenico dello Speaker Corner, allestito nello spazio all’aperto dedicato alla socializzazione, alla ristorazione e al vivace mercatino.

In ogni caso, questo pubblico, selezionato ma enorme, 2.500 persone in tre giorni, non è certamente rimasto deluso dal ricco programma del festival: Erik Spiekermann, Eboy, Stefan Sagmeister, Marian Bantjes, The Mill, Soon in Tokyo, solo per citarne alcuni. Spulciando nel programma, coloro che fossero alla ricerca di proposte meno commerciali potevano incontrare qua e là personaggi anomali di particolare interesse, ad esempio due icone contemporanee come l’olandese Han Hoogerbrugge (http://www.hoogerbrugge.com/), famoso per le sue animazioni ormai da più di dieci anni, e l’americano Aaron Koblin (http://www.aaronkoblin.com/), noto sperimentatore delle nuove tecnologie per la Rete più conteso dei nostri giorni.

Incontrare dal vivo Han Hoogerbrugge è come imbattersi improvvisamente nell’incarnazione del personaggio in giacca e cravatta che si è sempre seguito nel cyberspazio. Il suo autoritratto è apparso per la prima volta sul Web nel 1996, nella serie Modern Living, inizialmente realizzata in forma di gif animati e successivamente in brevi animazioni Flash. Senza pretendere di aggiungere un’interattività complessa, Han nascondeva dietro un semplice clic i risvolti più nevrotici e assurdi dei momenti apparentemente ordinari dell’esistenza umana. Nel corso degli anni, i suoi lavori sul Web hanno subito un’evoluzione che non li ha mai privati del loro marchio di fabbrica: il black humor, la linearità del tratto, i protagonisti e le loro idiosincrasie. Hotel, per esempio, propone l’esplorazione di uno spazio misterioso diretto da un diabolico medico e popolato per la prima volta da più personaggi. Pro Stress, il suo ultimo lavoro, torna alla dimensione del personaggio unico e autobiografico proponendo quotidianamente brevi strisce satiriche su fatti di cronaca.

Queste opere, nonostante siano sempre state eseguite dall’artista senza percepire un compenso, hanno attirato l’attenzione sul suo stile tagliente e personale, procurandogli incarichi come la serie di viral realizzata per MTV o i videoclip di gruppi come The Young Punx, Pet Shop Boys e Dead Man Ray, e trasformandolo in uno degli autori dedicati all’intrattenimento intelligente migliori del Web. Recentemente, Hoogerbrugge è anche uscito dal mondo virtuale, non solo producendo oggetti, cartoline, adesivi, magliette e libri, di cui ama l’odore, assente nei lavori concepiti esclusivamente per lo schermo, ma anche esponendo le sue opere in spazi dedicati all’arte, come Le Cabinet di Parigi o la Sala Parpalló di Valencia. In questa occasione, ha potuto saggiare l’effetto che le sue animazioni generano quando vengono proposte a grande dimensione, purtroppo però non ha sperimentato forme di interattività che vadano più in là del clic del mouse.

Un altro ospite d’eccezione è stato, come dicevamo, Aaron Koblin, che con Filip Visnjic, Eduard Prats Moliner e Mr Doob ha anche condotto un interessante workshop nell’ambito del festival. Aaron è, tra i mille suoi progetti sviluppati negli ultimi anni, l’autore ultimamente di tre videoclip musicali divenuti fenomeni di culto: The Johnny Cash Project, un progetto partecipativo dedicato al cantautore ormai scomparso; The Wilderness Downtown, un esperimento di film interattivo in HTML 5 su regia di Chris Milk, musica degli Arcade Fire e sviluppo tecnologico del Google Tech Team; il videoclip di House of Cards dei Radiohead, realizzato con laser e sensori e rilasciato come codice open source su Google Code.

Koblin è anche noto per le sue sperimentazioni nell’ambito del crowdsourcing, in particolare con la piattaforma Mechanical Turk di Amazon; in questo modo ha composto Bicycle Built for Two Thousand, una versione collettiva in rete della canzone Daisy Bell , l’immagine di un biglietto da 100 dollari (Ten Thousand Cents) e un irresistibile gregge di pecore “girate verso sinistra”, The Sheep Market. Qualche mese fa, ha realizzato inoltre un altro film interattivo, 3 dreams of black, sempre su regia di Chris Milk, che dimostra le potenzialità della nuova tecnologia WebGL, in grado di permettere l’uso della grafica 3D all’interno dei browser web senza la necessità di plug-in.

Nell’ambito del programma multimediale OFFFMàtica, il festival ha anche proposto la mostra Other mirrors, che è continuata durante tutta la settimana successiva in occasione del Sónar. In un’epoca che sociologi del calibro di Richard Sennett e Jean Lipovetsky definiscono gravemente narcisista, è stato interessante gettare uno sguardo sulla proliferazione di lavori che permettono di utilizzare la tecnologia per guardare, fotografare, studiare e manipolare la propria immagine. Tra gli artisti rappresentati, figuravano l’immancabile Joshua Davis, Kyle McDonald, Zach Lieberman, Theo Watson e Daito Manabe.

Ma l’opera che probabilmente si è distinta maggiormente è stata 0,16, un’installazione costruita con un proiettore di luce e un pannello di carta trasparente che trasforma l’ombra dello spettatore in una sagoma di pixel a bassa risoluzione. Il suo autore Aram Bartholl (http://datenform.de/), giovane architetto tedesco membro di Free Art & Technologies (http://fffff.at/) una rete di artisti, ingegneri, scienziati, avvocati e musicisti impegnati ad arricchire il dominio pubblico con opere tecnologiche e creative distribuite con licenze gratuite, negli ultimi anni è diventato particolarmente noto per le sue opere di carattere attivista e partecipativo, come gli Speed Show di cui abbiamo parlato nell’articolo sul festival The Influencers nel numero di maggio 2011 di “Digimag” (http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=2053), o Dead Drops (http://deaddrops.com/), una rete aperta di condivisione di file P2P nello spazio pubblico formata da memorie USB installate nei muri della città. Questo progetto ha ricevuto una menzione d’onore al Prix Ars Electronica 2011. La mostra ha proposto anche una serie di lavori online di cui si possono trovare i link nella pagina del sito web del Sónar dedicata alla mostra (http://2011.sonar.es/en/programa-multimedia-offfmatica.php).

Il programma del festival ha incluso anche alcune proiezioni, nello spazio Cinexin. Tra queste, David Marcinkowski ha presentato il suo esperimento di live cinema Sufferrosa (http://www.sufferrosa.com/), un colossale e pluripremiato film noir interattivo, ispirato ad Alphaville di Jean Luc Godard e composto da 110 scene, 3 finali alternativi, 25 attori, 25 location e una colonna sonora d’eccezione.

http://offf.ws/bcn2011/

Related Articles

Lascia un Commento

Autore

  • Barbara Sansone Barbara Sansone

    Dopo una formazione classica ed esotico-­linguistica, Barbara Sansone ha affondato le mani nella materia elettronica partecipando della crescente importanza assunta da Internet e dai media digitali nel corso degli ultimi anni. Mentre in ambito commerciale [...]

    Read! →

Dallo stesso Autore