Come ormai d’abitudine da oltre dieci anni, la lunga estate dei Festival inizia a Barcellona con quello che è stato uno degli eventi più attesi della stagione. A conferma del successo della scorsa edizione, gli organizzatori per il 2011 rilanciano e puntano in alto: più concerti, nuovi luoghi della città da coinvolgere, più stage e, se possibile, più spettatori, o meglio pubblici – visto che quest’anno le porte del più indie dei festival europei si aprono ampiamente alle derivazioni della scena elettronica UK e americana.

Se sulla carta sembrava impossibile conciliare un numero tanto vasto di gruppi storicamente così diversi in un unico evento, l’operazione “back to the present” del Primavera Sound 2011 (http://www.primaverasound.com/) riesce a centrare in pieno il bersaglio. Tre giorni – 26, 27 e 28 Maggio – più un’anteprima e un finissage in cui si sono alternati figure storiche del pop, rock e post-punk degli anni Ottanta e Novanta assieme ai nuovi nomi, decisamente più elettronici e contaminati, dell’onda post-dance, dubstep e hip hop.

Si comincia e si conclude al Poble Espanyol, un ritorno alle origini nel luogo che ha ospitato e visto crescere le prime quattro edizioni del festival, con la performance onirica dei canadesi Caribou (una delle più attese, tanto che la fila per riuscire ad entrare supera di gran lunga le aspettative, e solo in pochi riescono a vederli in anteprima ­– per chi se li è persi, in replica la sera successiva all’ATP stage) e, a chiudere il tutto, il live di Deserter’s Songsdei Mercury Rev.

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Il programma vero e proprio inizia il 26 al Parc del Fòrum: enorme spazio di fronte al mare in una delle nuove zone emblema della costante crescita della città, dove convivono 7 stages, per un totale di più di 70.000 mq. Sembra che quest’anno tutto sia stato all’insegna dei grandi numeri, l’undicesima edizione del festival ha visto infatti oltre 140.000 spettatori per una line up di 221 artisti, manifestazioni parallele dilatate per due settimane di eventi, workshops e screenings.

Le novità rispetto al 2010 sono due: Primavera alla Ciudad con Sound als Bars e Primavera al Carrer, iniziative che uniscono la location principale con il sottosuolo dei diversi luoghi del centro; ed il rinnovato PrimaveraPro, meeting dedicato agli addetti ai lavori che punta alla creazione di un network tra agenzie, etichette, festival e stampa specializzata.

Affine allo spirito culturale del Primavera, anche le proposte del Pro, al suo secondo anno di vita, si rivelano molto piacevoli, a partire dalle locations scelte. La programmazione del Day si svolge negli spazi del ME Hotel per proseguire durante la sera al PrimaveraPro Adidas Originals, ed è principalmente focalizzata sull’interazione tra i tre grandi mercati musicali (Nordamericano, Europeo e Sudamericano). Quest’anno oltre a showcases e dibattiti, il DayPro ha ospitato la prima edizione dell’Osservatorio Internazionale sulla Musica (IMO) – organizzazione che si occupa di ricerca e analisi del settore musicale in diversi contesti locali, e mira ad individuare, analizzare e stimolare nuove dinamiche marginali al mercato mainstream.

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Si aggiunge alla già fittissima line up di concerti, la collaborazione con Cine Beefeater In-Edit.

Il cinema del Parc de Fòrum ha ospitato le proiezioni di High on hope (Piers Sanderson, UK, 2009), Don’t look back (D.A. Pennebaker, USA, 1967), Soul train: the hippest trip in America (J. Kevin Swain & Amy Goldberg, USA, 2009), Nina Simone, love sorceress…forever (René Letzgus, FR, 2008), An Island (Vincent Moon, DK, 2010), Upside Down: the story of Creation Records (Danny O’Connor, UK, 2010) – in una sorta di viaggio nella storia del documentario musicale, passato purtroppo sottotono e forse troppo defilato rispetto al nucleo del festival.

Nella prima giornata – nottata – mentre al Llevant, Ray Ban e San Miguel si consuma un “back in the days” nostalgico, e in qualche caso non proprio felicissimo, Pitchfork e ATP guardano al presente e propongono Emeralds, Blank Dogs e Gold Panda.

Sicuramente i live più belli del primo giorno sono quella giusta via di mezzo tra l’hype più spinto e non molto sostanzioso (Salem, Of Montreal) e l’aderenza ad una matrice culturale ben consolidata. Seefeel, mancati per l’edizione 2010, dopo l’acclamato successo parigino del live per Warp20, tornano a distanza di quindici anni con il loro ultimo e omonimo album, fatto di un suono che tiene magistralmente insieme il sostrato shoegaze che li ha consacrati durante gli anni Novanta misto a contaminazioni più ruvide e post-dub.

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La serata continua con un’alternanza di nostalgia e conferme: prima tappa di un tour da molti atteso, dopo la clamorosa reunion del 2009, il concerto dei P.I.L. scansa ogni equivoco per chi temeva una rievocazione sterile. Dal loro debutto nel 1978 il post-punk si è affermato, cresciuto, ahimé dissolto in mille forme, ma la band di John Lydon e del prodigioso LuEdmonds tiene in piedi, proprio grazie a quest’ultimo, un live dalle sonorità completamente rinnovate, con punte emotive imprescindibili – This is not a love song.

Quasi in contemporana alle esibizioni di Grinderman e Walkmen, altro pezzo di storia da non perdere è il Glenn Branca Ensamble, progetto per sei musicisti (riduzione degli sperimentalissimi e intensi live per 40 e 100 chitarre) del maestro dell’avanguardia newyorkese, nonché padre della no-wave, che tiene in piedi nell’Auditorium, una composizione contemporanea di noise armonioso, lontano dall’uso del drone come rumore antitetico al classicismo sinfonico.

Sulla scia dei sentimentalismi si prosegue con il live dei Suicide, sicuramente una delle influenze più manifeste in tanta musica che amiamo ed abbiamo amato, ma che a onor di cronaca nel contesto del Primavera, forse caricati da troppa aspettativa, non ci ha propriamente appagato.

Al Pitchfork stage è il momento di Gold Panda, uno stacco netto dal clima granitico e rassicurante di chitarre e synth, ma ricco di suggestioni melodiose e beat trascinanti. Il misterioso musicista di Essex di scuderia Ghostly International, riesce a creare un universo IDM rarefatto,un’alienazione sognante e liberatoria che fa da apripista all’abstract hip hop di Baths (Anticon).

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Sul main stage del San Miguel i Flaming Lips animano quello che a posteriori resta lo show più psichedelico del festival: ballerine-cheerleaders, una moltitudine di coriandoli colorati, laser show e Wayne Coyne che entra in scena camminando sul pubblico dentro un pallone aerostatico, in un’atmosfera lontana dal loro ultimo album-rivistazione Dark Side of the Moon, però indubbiamente spettacolare.

Il secondo giorno è una dicotomia ancora più estrema: a trentasei anni dall’uscita della pietra miliare new wave Modern Dance, i Pere Ubu performanoThe Annotated Modern Dance, mettendo finalmente da parte la lunga parabola discendente che ha portato il genio dada di David Thomas ai tristi episodi degli anni Novanta.

I Pere Ubu ritornano con una nuova formazione per ri-suonare letteralmente il loro capolavoro del 1978: irrobustita la parte ritmica, gli aggiornamenti maggiori si riversano sugli arrangiamenti (meno minimali e storditi) e sugli ormai perduti stridori vocali di Thomas, che emoziona ricomponendo canzone dopo canzone un disco e una manciata di singoli che hanno segnato la fine dei Settanta. Illuminando con straordinari aforismi il percorso di scrittura del periodo più felice della band, Thomas riesce nel miracolo di trasformare un gioco grottesco e post-punk in una litania del suo corpo.

Mentre Low, Shellac e Arto Lindsay esibiscono i rispettivi classici, Twin Shadow e Ford & Lopatin preparano il terreno a Kode9 che si prende il merito di portare in giro per l’Europa il set di Burial, non privo di qualche intoppo tecnico, prontamente ignorato da un pubblico coeso e soddisfatto: in mancanza del misterioso “king of dubstep”, ci accontentiamo anche di un dj set.

A raccogliere il testimone dei Flaming Lips, il concerto che per numero spicca sugli altri è quello dei Pulp: oltre 40.000 spettatori per la band di Sheffield guidata dal fascinoso Jarvis Cooker. A dieci anni dallo scioglimento del gruppo, sembra che anthem come Common People – impossibile non cantare e saltare in onore alla passata adolescenza, Babies e Disco2000, siano ancora veri e propri evergreen per i numerosi fan del brit pop.

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L’attesa per il live dei Battles, è colmata da Jamie XX con la sua antologia di remix, che va dal più commerciale Rolling in the Deep (per Adele), You got the Love (Florence and the Machine) la collaborazione con Nosaj Thing (Fog), fino alle produzioni post-dubstep e al bellissimo We are new here; album in cui rielabora il già capolavoro I’m new here di Gil Scott-Heron (The Revolution Will Not Be Televised), ultimo lavoro del musicista e poeta, figura chiave della cultura letteraria e musicale afroamericana dalla fine degli anni Sessanta ai nostri giorni.

In molti si aspettavano un’anticipazione di Gloss Drop, ultimo lavoro dei Battles uscito il 6 Giugno, e l’all star band di Ian Williams, John Stanier e Tyondai Braxton non delude. Complice un dispositivo doppio schermo a dimensione d’uomo su cui appaiono Matias Aguayo, Gary Numan, Yamantaka Eye e Kazu Makino quasi a creare un’interazione virtuale, che a quell’ora ­– sono le 4 di notte –, inganna abbastanza anche la più lucida delle percezioni. Ma vale la pena superare la stanchezza fisica per un’esplosione sonora che riconferma il livello del precedente Mirrored.

Il giusto mood per concludere una giornata di ascolti così intensa è l’odissea spaziale in chiave nordica di Lindstrom, che chiude la serata del venerdì al Pitchfork stage con le hit di Where You go I go.

Il sabato, serata conclusiva, rimbalza tra Einstürzende Neubauten, Swans, Pissed Jeans, Kurt Vile & The Violators e la versione più eterea di PJ Harvey, Animal Collective, Gang Gang Dance, Darkstar. Se con i Battles si parlava di esplosione sonora, il concerto davvero immancabile di quest’edizione del Primavera, è quello degli Swans. Un uragano di suono, potente e abrasivo. A quattordici anni da SoundtrackFor TheBlind,Micheal Gira, non vuole sentir parlare di un ritorno. “Questo non è un ritorno. Non è un atto stupido di nostalgia. Non è una ripetizione del passato”, dichiara. E non ci potrebbe essere niente di più contemporaneo ed immersivo del noise industriale degli Swans, a cui non c’è bisogno di aggiungere molte parole.

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Cambia completamente atmosfera la world music distorta dei Gang Gang Dance, che scenografici e divertiti preparano il Pitchfork a quello che sarà il live più pazzesco del festival. Dopo un intermezzo tutt’altro che indimenticabile di James Blake e Mattew Dear, arrivano gli Odd Future (OFWGKTA) con il loro horrorcore, beat lo-fi per pezzi come Sandwitches, Splatter e Turnt Down su cui Tyler the Creator, Frank Ocean e soci scatenano l’inferno, fino a provocare una memorabile stage invasion collettiva, degna conclusione della tre giorni catalana.

Mentre Pitchfork è tenuto in ostaggio dalla folla, nelle altre location si alternano Dj Shadow con il suo ultimo e atteso live pensato per un dispositivo sferico, e il dubstep oscuro di Darkstar, mentre la chiusura del festival viene lasciata all’Hyperdub con Kode9 and the Space Ape.

A conti fatti, l’edizione 2011 si conferma come uno dei migliori Festival europei assieme ad ATP, e ad un mese di distanza, resta emblema del giusto senso di nostalgia ed emozione, il live di Jamie Smith, produttore enfant prodige – già mente dei The XX – che nel set di venerdì notte ha suonato il suo remix di I’ll take care of you di Gil Scott-Heron proprio mentre a New York the Godfather si spegneva all’età di 62 anni.


http://www.primaverasound.com/

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