Fenomeni tipo il consumo etico, il fair-trade, gli investimenti a responsabilità sociale e la responsabilità sociale d’impresa, sono tutti ambiti in forte ascesa. Ad essi si affiancano valute virtuali e locali e sistemi di rating tra pari che rendono ancora più concreta e fattiva la creazione e ridistribuzione di valore in comunità sociali globalizzate che condividono un set di valori comuni.

Visto superficialmente sembrerebbe una propagazione più etica dell’economia classica, ma è in uscita un libro che coglie in essi un cambiamento più strutturale e l’emergere di un nuovo paradigma.

Ethical Economy, presto in stampa con Columbia University Press, scritto da Adam Arvidsson in collaborazione con Nicolai Peitersen, ci introduce al concetto che dà titolo al libro e attraverso cui interpreta la nascita di un sistema economico radicalmente differente in cui la produzione è principalmente collaborativa e sociale, e dove il valore si basa sulla qualità delle relazioni sociali piuttosto che sulla quantità del tempo produttivo.

I due autori non si limitano peròad enunciare solo teorie. L’approccio che rende il tutto ancora più interessante è l’esigenza di mettere al lavoro tale paradigma con progetti concreti attraverso, per esempio, lo sviluppo di un software che permette l’enunciazione e il rating trasparente dei propri valori e la loro messa in opera all’interno di una comunità di riferimento. In questa intervista ho cercato di far emergere tali aspetti.

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Zoe Romano: In che senso interpretate alcuni fenomeni come il segnale della nascita di una nuova modalità di produzione, quella che voi chiamate Economia Etica e non solo di una nicchia di mercato etico, termine spesso usato e abusato per ripulire l’immagine di un’azienda? Siamo di fronte ad un reale cambiamento?

Adam Arvidsson: La ragione per cui questi fenomeni non rappresentano solo una nicchia di mercato è il fatto che essi rappresentano la risposta razionale delle aziende e dei brand ad una trasformazione strutturale più profonda. Questo mutamento consiste di due componenti principali. Da una parte la nascita di ciò che chiamiamo pubblici produttivi e dall’altra la crescita dell’economia della reputazione.

Nel libro mostriamo come i pubblici produttivi stiano diventando la modalità sempre più preponderante di organizzazione dell’immateriale, e sempre più anche di quella materiale. Con il termine pubblici produttivi ci riferiamo alle reti collaborative di sconosciuti che interagiscono in modalità altamente mediatizzata, spesso, anche se non necessariamente, attraverso le reti informatiche e i social media, e che coordinano le loro interazioni aderendo a una serie di valori condivisi. Coordinando la produzione in questo modo, i pubblici produttivi si distinguono dai mercati e dalle burocrazie non solo perchè permettono di considerare come motivazioni valide una più ampia serie di questioni, ma anche perchè tendono ad essere molto autonomi nel conferire un valore ai contributi produttivi dei loro membri.

Nel libro suggeriamo che i pubblici produttivi stiano effettivamente aumentando la loro influenza nell’economia informazionale, non solo nei circuiti alternativi, come quello del Software Libero, ma sempre più anche all’interno dell’economia delle aziende stesse, in particolare intorno agli asset immateriali che in alcuni settori raggiungono i due terzi del valore di mercato. Le conseguenze di ciò mostrano la crescita dell’enfasi che si dà all’etica e alla responsabilità sociale, nelle aziende e va interpretata come un tentativo di andare incontro agli ordini di grandezza promossi dagli stessi pubblici produttivi.

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L’altra trasformazione è conseguenza diretta della prima. Le aziende, i brand, e anche i lavoratori della conoscenza sono valutati dagli altri membri dei pubblici di cui loro fanno parte, sulla base di valori particolari a cui quel pubblico si è votato. Questa valutazione produce un valore reputazionale che si quantifica attraverso votazione diretta, per esempio il numero di retweet, di Mi piace e molte altre deleghe di sentimento.

La reputazione di un’azienda e di un brand nei pubblici determina la sua capacità di attrarre talento e motivarlo ad andare oltre il loro dovere; coinvolgere persone non salariate, ossia i pubblici produttivi, nel co-sviluppo di prodotti e servizi; e stabilire una convenzione di valore tra i consumatori che distingue l’azienda e i suoi prodotti dai concorrenti. E’questo il driver principale che fa crescere l’importanza della reputazione, che sposta gli investimenti delle aziende verso il consumo etico e la responsabilità sociale d’impresa.

Quindi è la responsabilità sociale d’impresa, i valori aziendali etc sono una chimera ma questa chimera è stata messa là per gestire un trend molto più importante, la socializzazione non solo della produzione di ricchezza, come accade nei pubblici produttivi, ma anche nell’abilità di determinare il valore di quella ricchezza, attraverso l’economia della reputazione. Ed è proprio su questa doppia tendenza che vogliamo cogliere che abbiamo basato il libro.

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Zoe Romano: Se ci troviamo di fronte ad una nuova modalità di produzione e creazione di valore, quali sono invece i nuovi strumenti dello sfruttamento? Potremmo dire che lo sfruttamento etico è una sorta di auto-sfruttamento?

Adam Arvidsson: Lo sfruttamento è un fenomeno universale, bisogna individuare in quali forme si configura e quanto è diffuso. Crediamo che l’economia etica abbia in sè la possibilità di un nuovo modo per riconnettere l’economia alla società e quindi democratizzare l’economia, in particolare rispetto alle questioni di attribuzione di valore e distribuzione. Tutto ciò potrebbe potenzialmente abbassare i livelli di sfruttamento del sistema in confronto all’attuale modello neoliberista, sebbene non possa eliminare lo sfruttamento in quanto tale.

Le nuove forme di sfruttamento, infatti, hanno meno a che vedere con il concetto marxiano di furto del tempo di lavoro e più con l’abilità di appropriazione della ricchezza di risorse comuni che derivano da reti produttive fortemente socializzate. Un’economia etica basata sulla reputazione potrebbe diventare un modo per determinare, in modo più democratico, chi può legittimamente appropriarsi di tali risorse e in quale quantità…

Zoe Romano: Nell’introduzione del tuo libro si legge: In un sistema etico universalista il valore della virtù di ciascuno dipende dalla sua abilità a contribuire alla realizzazione di principi universali di una condotta morale. In un sistema di etica a rete, il valore della virtù di ciascuno dipende dalla differenza positiva apportata alle persone che vivono in prossimità del network di ciascuno. In questo modo la reputazione diventa una misura utile della potenza produttiva che si traduce in gratificazione non monetaria ma funziona anche come capitale per mobilitare risorse e dar vita a progetti.

Ci troviamo di fronte ad un’abbondanza di produzione sociale e allo stesso tempo ad un nuovo tipo di scarsità: l’abilità di rendere sostenibili relazioni sociali che danno vita a una produzione cooperativa. Ciò che è veramente scarsa è la capacità di creare qualcosa in comune, una koinonia, in una situazione di diversità e complessità. Puoi darci qualche esempio pratico di questo tipo di situazioni e spiegare quali giochi di potere ci sono in gioco?

Adam Arvidsson: Esiste un dibattito che si trascina da tempo all’interno del pensiero sul management. A livello generale si riconosce che la vera chiave del valore stia nell’abilità di creare scarsità come in una cultura che tende all’innovazione o un brand che offre un’esperienza unica e via così. Il fatto che il valore si sposti dalle cose all’abilità di mettere le persone in grado di creare coesione intorno alle cose, non è una novità. All’interno dell’alternativa dei pubblici produttivi come le community del software libero, si applica lo stesso principio. Ciò che realmente fa funzionare questi momenti di produzione non sono tanto le capacità tecniche in sè ma piuttosto l’abilità di creare un’esperienza di prossimità affettiva che motiva le persone a contribuire e che è in grado di recepire e attrarre individui talentuosi.

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Quali sono le dinamiche di potere in gioco? Ci troviamo ad un punto in cui sicuramente il sistema mediatico è dominato da attori che hanno un sacco di soldi, e la capacità di creare tale capitale etico deriva dal loro potere di mercato. In ogni caso pensiamo che stia arrivando un nuovo sistema dei media più diffuso in cui il potere è o potrebbe essere distribuito più equamente e dove la valutazione di tale capitale etico avviene in modi che permettono processi di delibera molto più ampi. Si tratta ancora di una possibilità, non di una necessità, molto dipende molto da come i media sono regolati.

Per esempio, sarà permesso a Facebook di fare data mining sui suoi 500 milioni di utenti? Dovrebbe essere permesso escludere altri attori dall’accesso di tali dati? Per esempio, i dati di Facebook sarebbero una risorsa eccellente per creare un sistema in grado di ottenere una valutazione peer-based dell’impatto sociale delle aziende. E’ importante iniziare ad affrontare tali questioni politiche che riguardano per esempio il ripensare l’accesso ai dati.

Zoe Romano: Qual’è la differenza tra Reputazione e Self Branding?

Adam Arvidsson: Il Self Branding è una forma di gestione della propria reputazione. E di solito non si tratta di una cosa complicata. I problemi si incontrano piuttosto in come è strutturata la sfera pubblica all’interno della quale questi processi vengono messe in pratica. In situazioni in cui il valore è determinato sulla base di processi peer-based, costruendolo da ciù che viene chiamato general sentiment, il self branding presuppone una condotta realmente virtuosa. In situazioni invece in cui questo meccanismo è limitato, il self branding può diventare molto più facilmente manipolativo.

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Zoe Romano: In che modo state sperimentando queste teorie nel progetto europeo Openwear ?

Adam Arvidsson: Nell’intento di creare un brand realmente aperto e collaborativo costruito su pubblici produttivi, abbiamo bisogno di stabilire un’economia della reputazione. Openwear (http://www.openwear.org/) sta cercando di costruire una community globale di fashion designers e lavoratori tessili dove il design avviene in modo collaborativo e la produzione si sviluppa localmente. L’unico modo per assicurare la fiducia e la qualità di questi sistemi aperti avviene misurando la reputazione di ciascun attore, sulla base del valore convenzionale stabilito dalla community stessa.

Funziona così anche eBay. Senza un sistema di valutazione tra venditori e compratori, un mercato aperto come eBay non sarebbe possibile. Openwear fa un passo in più perchè il capitale etico che accumuli può essere impiegato nella produzione e non solo nella vendita. Per esempio un’ingente scorta di capitale etico ti permetterebbe di attrarre i migliori desginer, fornitori e produttori nel creare la tua collezione. Inoltre, la misurazione della reputazione peer-based rende possibile a Openwear di redistribuire i profitti alla propria community sulla base del valore che ogni individuo ha contribuito a costruire.


http://www.ethicaleconomy.com/info/book

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