Teatro a Corte porta il teatro europeo a Torino nelle dimore sabaude, con l’accurata direzione artistica di Beppe Navello, e si presenta in tre diversi weekend dal 7 al 25 luglio 2011 con una selezione di 31 compagnie di 12 differenti nazionalità, che porteranno in scena le produzioni contemporanee, spaziando nei diversi ambiti delle arti sceniche e nelle ibridazioni dei linguaggi del teatro, della danza, del circo contemporaneo, esplorando anche il teatro equestre, il teatro visuale, il physical theatre fino alle installazioni e al video.

Abbiamo conosciuto Teatro a Corte (http://teatroacorte.it/) nel 2010, quando abbiamo approfondito la ricerca di uno degli ospiti della passata edizione, il coreografo e videoartista Billy Cowie, che nella sua intervista http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1864 ha testimoniato la grande attenzione che il festival dedicata alla sperimentazione e alla contaminazione tra linguaggi artistici e nuove forme di espressione.

Quest’anno Teatro a Corte apre con le Giornate del Teatro e la prima nazionale di Victoria Thierrée-Chaplin, ospita nomi celebri come Balletboyz, Lucilla Giagnoni, Catherine Marnas, Lucia Poli, propone una vetrina di giovani artisti, Nuove Sensibilità. Uno dei cuori dell’articolata programmazione è la vetrina russa, ideata per celebrare l’anno dei rapporti culturali Italia-Russia; è proprio in questa sezione che troviamo due delle proposte più interessanti per la sperimentazione e la multimedialità: Akhe Engeneering Theatre e Berlin.

numero66_ City Portraits 02

In vista della partecipazione a Teatro a Corte 2011, abbiamo intervistato in anteprima Berlin, duo belga composto da Bart Baele e Yves Degryse. Berlin è attivo dal 2003, quando il gruppo di Anversa si è costituito, insieme all’attrice Caroline Rochlitz, per sviluppare un progetto dedicato alle città o regioni che fossero particolarmente adatte per raccontare la storia di una identità e di un’umanità significative e universali.

Da allora Berlin ha lavorato su due cicli: Holocene e Horror Vacui, composti da diverse produzioni al confine tra cinema di documentazione, video, installazione, performance, teatro, attingendo a piene mani dalla realtà e dalla storia, unendo ricerca e indagini sul campo con interviste a testimoni privilegiati.

Il lavoro di Berlin è denso, stratificato, si confronta con diversi generi di linguaggio e rifiuta una categorizzazione, per questo necessita di una attenta visione e approfondimento per coglierne le diverse tematiche: la società raccontata nei suoi aspetti più veri e contraddittori, la complessità delle città e delle regioni, urbanizzate o sperdute in un desolato paesaggio.

L’opera presentata a Torino quest’anno è la quarta del ciclo Holocene: Moscow (70’) è un ritratto video di città attraverso la voce della sua gente. Intervistando i moscoviti e restituendo le parole delle persone, Berlin traccia un affresco vivido e impietoso di un luogo e del suo popolo, con un taglio oggettivo e documentaristico, a cui si aggiunge la suggestione dell’ambientazione e della colonna sonora. Abbiamo approfondito la natura di questo lavoro e della ricerca di Berlin con un’intervista a Yves Degryse.

numero66_ City Portraits 03

Silvia Scaravaggi: Siete stati invitati al Festival Teatro a Corte 2011 e presenterete il vostro 4° lavoro relativo al ciclo Holocene: Moscow. Come sarà?

Yves Degryse | Berlin: L’anno scorso abbiamo presentato a Torino la performance Bonanza e l’installazione Iqaluit. Quest’anno presentiamo il progetto Moscow, che fa parte del ciclo Holocene, una serie di ritratti di città composta da Jerusalem, Iqaluit, Bonanza e Moscow. La fine di questo ciclo non è ancora nota, ma sicuramente realizzeremo altri ritratti di città. In questo momento stiamo lavorando ad un’altra serie, Horror Vacui, la cui prima performance, Tagfish, risale al 2010, la seconda, Land’s End, è in elaborazione.

Per Moscow abbiamo lavorato a lungo, in totale due anni dal 2008 al 2009, rimanendo per due mesi e mezzo nella città, nell’inverno e nell’estate del 2007, per le riprese.

Ogni volta che andiamo in una città, ci applichiamo per molto tempo alla progettazione, prima di filmare, e realizziamo numerose ricerche. Durante l’indagine per Moscow, ci siamo concentrati sulla forma da dare al lavoro, su una sorta di nostra tenda, una nostra struttura, come riferimento specifico al luogo di origine, alla culla del circo. Mosca è una città che prende il sopravvento su di te, l’atmosfera e le persone sono molto dure se penetri nella loro vita quotidiana.

Abbiamo cercato di combinare queste caratteristiche e abbiamo pensato di trasferire questa atmosfera all’interno della tenda; così abbiamo sviluppato la struttura di un tendone con 6 schermi video in movimento all’interno che circondassero il pubblico che vi entra, e che può osservare le scene da diversi punti di vista stando in piedi. Un quartetto d’archi e un pianista suonano dal vivo la colonna sonora come omaggio all’atmosfera del circo, sebbene il lavoro non sia in alcun modo riferito al circo in sé. Moscow è una performance teatrale e un ritratto della città.

numero66_ City Portraits 04

Silvia Scaravaggi: Avete mai portato questo lavoro a Mosca?

Yves Degryse | Berlin: No, ci capita di avere moscoviti tra il pubblico e la loro reazione è molto positiva, ma realizzare l’opera a Mosca sarebbe problematico perché non possiamo proteggere le persone che sono nel film e che si espongono direttamente.

Silvia Scaravaggi: Come reagirà il pubblico di Torino a questa opera? Vi interessa esplorare la partecipazione?

Yves Degryse | Berlin: L’anno scorso l’esperienza è stata positiva. Quest’anno con Moscow mostriamo l’atmosfera di una città, ma anche dei temi universali. Da un lato, emerge l’immagine di un governo e dei suoi meccanismi nel cercare di controllare la situazione. Dall’altro lato, si sente la gente di Mosca parlare della propria vita, della corruzione del sistema. È un’opera realistica, un lavoro basato sulla documentazione.

Silvia Scaravaggi: Rappresentate il vostro lavoro all’intersezione di molte arti: video, teatro, cinema. Come descriveresti il vostro approccio?

Yves Degryse | Berlin: Il nostro approccio multidisciplinare è qualcosa di naturale e logico, perché vogliamo essere liberi di valutare ciò di cui ogni progetto ha bisogno. Raccontare una storia nel miglior modo possibile. Scegliere da differenti discipline. Usiamo molto il video, ma non è un obbligo. Dipende dalla città, il video era perfetto per Mosca. Ora stiamo pianificando un progetto su Lisbona che ad esempio non sarà né performance né video. Sarà un’opera totalmente diversa.

numero66_ City Portraits 05

Silvia Scaravaggi: Perché scegliete sempre una città o una regione per i vostri progetti?

Yves Degryse | Berlin: Per lo stesso motivo per cui un regista utilizza una buona sceneggiatura. C’è materiale forte nella vita quotidiana. Dobbiamo trovare qualcosa nella città che dica più della città stessa. La storia deve avere un riferimento universale. Ad esempio, Bonanza [ritratto della più piccola città ufficiale del Colorado negli Stati Uniti, con sette residenti in cinque case, un sindaco e un municipio, raccontata attraverso cinque schermi e un modello in scala ndr] è stato mostrato in Corea e il pubblico vi ha riconosciuto aspetti della vita quotidiana.

Silvia Scaravaggi: La città con i suoi personaggi vive anche una nuova vita nella performance?

Yves Degryse | Berlin: Domanda difficile. Quando lavoriamo sull’editing vediamo maggiori informazioni e possiamo vedere meglio quello che abbiamo ripreso. Questo aspetto è molto focalizzato sull’attimo della creazione. Un buon esempio per rispondere può essere Tagfish: l’opera racconta la storia dello sceicco Hani Yamani e delle sue idee di sviluppo futuro di Zollverein, un sito UNESCO, un’area industriale abbandonata, che può essere destinata a nuovi utilizzi. Abbiamo filmato tutta la negoziazione, riprendendo e intervistando le persone separatamente, facendo loro alcune domande.

In Tagfish, queste persone sono tutte sedute attorno ad un tavolo per un meeting di un’ora; in realtà questo incontro non è mai avvenuto, ma quello che vedi nella scena, in video, è che si stanno veramente parlando. In questo senso, quindi, l’opera fa vivere loro una nuova vita in scena. Abbiamo però una regola ferrea nel montaggio: non estrarre le persone dal proprio contesto. Siamo molto attenti a non attribuire loro significati diversi dalla realtà.

numero66_ City Portraits 06

Silvia Scaravaggi: Mi parli dell’ultimo lavoro che state preparando, Land’s End, per il ciclo Horror Vacui?

Yves Degryse | Berlin: Riguarda un caso di assassinio alla fine degli anni Novanta in Belgio. Il proprietario di un’industria di pancake, un ragazzo belga, su ordine della moglie, viene ucciso da un killer mercenario. Tre mesi dopo la sua morte, la polizia scopre i colpevoli, la donna viene imprigionata in Belgio, il killer in Francia. Durante le indagini, un confronto tra i due si rende necessario, ma la Francia non consente l’estradizione ai condannati. Per questo motivo si trova una fattoria sul confine tra Francia e Belgio, si segna una linea attraverso la sala da pranzo, due sedie vengono poste al di qua e al di là di questo limite immaginario dove avviene l’incontro…

Ci stiamo ancora lavorando, siamo nel mezzo del processo, la prima di Land’s End sarà nel mese di novembre 2011.


http://www.berlinberlin.be

http://teatroacorte.it/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn