A prima vista le premesse, e le promesse, della mostra mostra “All That Fits: The Aesthetics of Journalism”, al Quad Center di Derby (Uk) dal 28 Maggio al 31 Luglio prossimi, possono sembrare contraddittorie ed improbabili, addirittura non fattibili: che cosa mai si intenderà con estetica del giornalismo? Siamo sicuri che Il giornalismo sia qualcosa a cui si pensa e di cui si discute in termini di etica e non di estetica?

Se guardate più in profondità, infatti, scoprirete qualcos’altro: il giornalismo è caratterizzato da una certa organizzazione del materiale, forse da una certa struttura del reale che gli consente di essere percepito ed accettato come tale. In questo modo, una specifica modalità e mediazione diventano visibili, o sugli schermi delle TV, o sulla superficie, composta da pixel, dei vostri computer, o, ancora, sui quotidiani che lasciano giù l’inchiostro e sulle riviste dalle pagine patinate.

Questi formati e i relativi stili di scrittura e di formazione delle immagini, sono il risultato di scelte estetiche ben precise e perfettamente regolate, anche se non facciamo molto caso a queste ultime nel nostro contatto quotidiano con essi. Alcune cose come i processi editoriali, lunghi perché stabiliti in dati formati per quanto riguarda la lunghezza, le dimensioni delle immagini, le durate dei segmenti e via di seguito, non sono solo elementi etici ma anche estetici.

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La mostra“All That Fits: The Aesthetics of Journalism”intende esplorare l’estetica del medium, il giornalismo, per quanto riguarda ciò che può inserirsi nei formati esistenti. La prima metà del titolo della mostra è infatti All that fits e fa riferimento al celebre slogan del “New York Times” All the News That’s fit to Print!.

Certamente, questo motto aveva un impulso etico, se non un tono morale, che indicava che non avrebbero mai pubblicato notizie inopportune o improprie, e sicuramente nemmeno cose non vere. Tuttavia lo slogan può essere inteso anche in una maniera più formale, vale a dire in termini di ciò che rientra nel formato del quotidiano come oggetto e diffusore di discorsi, così come nei formati al suo interno, dalla prima pagina, passando per il reportage, le rubriche e i necrologi, fino ad arrivare ai trafiletti.

Che cosa accade a quello che non rientra nei formati, tanto per fare un esempio, dell’articolo, del segmento di notizie, o del documentario? Sembra che ci siano solo due possibili risposte: o viene rimaneggiato fino a che non riesce a rientrare in questi formati, il che significa che viene fatto rientrare a prescindere dalla sua materialità e individualità, o viene semplicemente scartato del tutto, poiché il formato non si può alterare (l’eccezione a questa regola sarebbe rara, ad esempio gli orrori fotografici di calamità naturali, importanti disordini politici o guerre improvvise).

Eppure, sono convinto che ci possa essere anche una terza risposta. Ciò che non rientra nei formati dei mass-media, diventa il potenziale materiale e argomento per le opere d’arte. Qui non pensiamo alle strategie degli scavi, all’archiviazione e all’ interesse per ciò che è enigmatico, che è stato per molto tempo uno dei marchi di fabbrica dell’arte contemporanea. Pensiamo ai documentari e alle pratiche attivistiche che provano a fare luce su quello che è rimasto all’oscuro.

Possiamo considerare l’artista come un giornalista, che fa ricerche e ci racconta, direttamente dalle prime linee, di casi e storie che restano al di fuori della luce accecante dei mainstream media. Questo, dunque, sarebbe il significato della frase The Aesthetics of Journalism, che copre invece l’uso – dal punto di vista della produzione artistic a- dei tradizionali artifici giornalistici per un progetto estetico e politico.

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“All That Fits: The Aesthetics of Journalism” è una mostra che presenta componenti apparentemente incompatibili, come le esperienze estetiche e l’attivismo politico, gli eventi comunitari e indagini private. La mostra cerca così di far passare, in modo provocatorio , l’idea che l’arte e il giornalismo non sono forme di comunicazione separate, come pensano i più, ma piuttosto le due facce di un’attività unica, che è la produzione e distribuzione di immagini ed informazioni.

Ciò che il progetto porta in superficie sono i modi di comunicare prodotti da questo nesso, tra la formazione delle immagini e l’informazione, così come i principi estetici usati in tale disposizione, in tali atti di trasmissione. Essendo regimi visivi, sia quello artistico che quello giornalistico, rivendicano la verità, anche se di un diverso tipo. Il primo è un sistema codificato che si esprime a favore della verità (o almeno così afferma), il secondo è invece un insieme di attività che si mette in questione ad ogni passo (o almeno così afferma), creando così la verità.

In tempi moderni, è di vitale importanza per i giornalisti che i loro servizi vengano reputati veridici: immagini vere, dati corretti e testi imparziali. Per quanto concerne l’artista, è stato più importante che fosse sincero e autentico. Poiché è sempre più difficile guardare qualcosa e identificarlo in tutta sicurezza come arte, la figura dell’artista deve apparire il più possibilmente reale e veritiera. Mentre il giornalismo di solito ci fa vedere il mondo “là fuori” , come è “realmente”, l’arte sovente presenta un punto di vista su una prospettiva, postulando la verità mediante gli atti critici della (auto) riflessione e dell’auto critica di come vengono prodotte e cosa dicono le immagini.

All That Fits: The Aesthetics of Journalism esamina entrambi come tipologie di produzione della verità, come sistemi di informazione che definiscono la verità per quanto riguarda il visibile: produrre non solo quello che si può vedere, ma anche ciò che si può immaginare, e quindi rappresentare. Come tale, questa mostra ruota intorno all’estetica del giornalismo: come vengono prodotte le immagini e come vengono prodotte affinché sembrino veritiere.

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Qui, iniziamo ad avvicinarci al cuore della realtà stessa quando facciamo della nostra realtà non un fatto dato ed irreversibile, bensì una possibilità tra tante altre. Ci sono sempre storie da raccontare e molti modi per raccontarle. Ma la cosa importante è come noi partecipiamo a questa narrazione del reale, e non la lasciamo ad altri. Non ci limitiamo a consumare idee e immagini , ma le critichiamo anche, e forse ne creiamo a nostra volta. La produzione di verità è un compito condiviso, con vaste ramificazioni politiche e sociali.

Nelle sue ultime opere, il filosofo francese Michel Foucault scrisse della politica della verità, in particolar modo di quale potrebbe essere il significato del termine in greco antico parrhésia, che significa “dire la verità” (Michel Foucault: Il coraggio della verità- lezioni al Collége de France 1983-1984, Houndsville,Basingstoke: Palgrave Macmillan, 2011. Ciò che Foucault metteva in questione era la figura di colui che diceva la verità. Chi può dire la verità? Fare ciò richiede certi tipi di discorso così come prendere certe posizioni rischiose?

Nell’antichità, fare questa scelta metteva a rischio la vita, e quindi richiedeva molto coraggio e auto-sacrificio. Tutto ciò, ha portato molti commentatori contemporanei a concentrarsi sugli aspetti eroici della parrhésia, facendo presenti le ingiustizie e parlando per conto della gente contro il potere, senza badare alle conseguenze per sé stessi.

Come figure singole, sia il reporter che l’artista sono stati visti, nel corso della modernità, come voci autentiche e figure eroiche. Contemporaneamente, però, vengono costantemente diffamati perché sono complici e corrotti, sono accusati di venir meno alla loro potenziale posizione di persone che dicono la verità. Tuttavia, per Foucault la situazione è ancor più complessa, anzi doppia: nell’antichità, per poter riuscire a dire la verità ai potenti, non si poteva essere una persona qualunque, bisognava avere una posizione che fosse in qualche modo collegata al tiranno, e parlare da una posizione di autorità.

In secondo luogo, parrhésia non significa soltanto dire la verità a qualcuno, ad esempio ai potenti, ma indica anche la capacità e l’intuizione di dire la verità su sé stessi. Questo significherebbe che dire la verità implica anche l’auto-riflessione, e la disponibilità a svelare la posizione da cui si sta parlando, e per mezzo di quali mezzi e metodi si costruisce il discorso (con cui si dice la verità). Dire la verità è anche dire la verità su sé stessi e sui propri atti del parlare, esponendo così in ugual modo il soggetto e l’oggetto del discorso. In questa luce, troviamo estremamente pertinente, ed opportuno, riflettere il giornalismo nell’estetica e viceversa.

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Per fare ciò, le opere nella mostra sono divise in tre sottogruppi o temi:

  • la posizione dell’Oratore

  • la politica dell’Immagine

  • esposizione e ricerca Militante.

La mostra è un’esibizione a rotazione di opere, che appaiono in diverse composizioni che girano attorno alle domande chiave della verità, delle immagini e delle informazioni. Allo stesso tempo tutto questo riflette la rotazione del ciclo delle notizie, anche se a una velocità diversa, rallentata. Questo rende il lavoro curatoriale più visibile e più user-friendly, con le opere che non sono una dopo l’altra in una fila infinita di immagini e informazioni, ma con una giustapposizione di approcci differenti che dialogano a vicenda, con i media e il tema generale in vari modi e in varie combinazioni.

The Speaker (l’Oratore) si occupa di una specifica figura; il soggetto parlante o autore. Come emerge questa figura attraverso il discorso, e quali sono le sue funzioni? Cosa si può dire o non dire affinché un soggetto parlante appaia reale, autentico, autorevole e/o veritiero? Come si posizionano i soggetti, e come è prodotta la verità, e successivamente messa in atto? Cosa è implicato in certi atti del discorso e in alcune posizioni del soggetto, come la figura del “reporter” e dell’ “artista”, così come “ il testimone” e “ la fonte”?

The Image (l’Immagine) esamina come le immagini vengono ideologicamente prodotte, attraverso l’elaborazione e il posizionamento dei meccanismi dei moderni mass media, le sue figure di autorità e le figure del discorso, ma prende in esame anche come possono essere create contro immagini. Qui, le diverse maniere di produrre immagini verranno pensate, discusse e decostruite. Un’estetica del giornalismo e del documentario verrà proposta come ciò che può giungere alla verità dell’ideologia delle immagini dei mass-media, in netta opposizione con la pretesa di neutralità e pragmatismo.

The Militant (il Militante) continua a seguire il leitmotiv delle contro-immagini e della contro-informazione, però attraverso l’utilizzo artistico di elementi caratteristici del giornalismo come le ricerche e le rivelazioni. Tuttavia, le pratiche qui sottolineate spesso lavorano contro i media, e svelano ciò che non vogliono che sia svelato, andando dove non vogliono che si vada. Questo ci fa ritornare ad alcune delle pretese iniziali dei media che sono state lasciate in disparte in un industria dei media sempre più commerciale e aziendale.

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Le posizioni artistiche nella mostra danno origine a una questione importante: è possibile lavorare con l’estetica e l’informatica, è possibile essere sia riflessivi che precisi? È possibile utilizzare sia le tecniche del documentario sia i metodi giornalistici pur restando critici su questi mezzi?

Insomma, qui il lavoro dell’artista non riguarda il dare informazioni bensì il metterle in questione, per sottolineare sia il lavoro estetico dei reportage e la svolta informativa nella produzione artistica attuale.


http://www.derbyquad.co.uk/

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