Il rettangolo che contiene l’immagine del profilo Facebook è quasi vuoto: dall’angolo in alto a sinistra parte uno strappo che dimezza la foto di gruppo (tre signore di mezz’età sorridono stringendosi ad una quarta che non c’è, di cui intravediamo solo un pezzo di corpo, la veste rosa salmone e il braccio destro, il resto strappato via in un’altra lacuna sul lato destro della foto). Il rettangolo vuoto, indice di un’assenza, chiede di essere riempito.

“Pictures and Documents found after the april 27 2011 tornadoes” è una pagina aperta da Patty Bullion, 37 anni di Lester, Alabama, all’indomani della catastrofica serie di tornado abbattutisi nel sud degli Stati Uniti il mese scorso – http://www.facebook.com/PicturesandDocumentsfoundafterAprilTornadoes

Nel suo giardino, ed in quello di suo zio, la tempesta ha lasciato messaggi nelle bottiglie: una serie di fotografie, alcune incrostate di fango, ondulate d’acqua, mutile, altre invece miracolosamente uscite intonse dal viaggio nel vento e nella pioggia. Molte appartengono ad album di famiglia volati via (gli anni ’60, gli anni ’70, gli anni ’80, gli anni ’90…) ma c’è dell’altro: documenti, scontrini, libretti degli assegni, addirittura un’ecografia, certificati di nascita e morte che la Bullion ha deciso di rifotografare e pubblicare in rete alla ricerca di “claimers”, cioè di qualcuno che possa reclamarle, rivendicarle, ma anche esserne risarcito.

Già dal 27 Aprile cominciano ad apparire i primi commenti, le prime persone riconoscono le prime foto e i contatti si moltiplicano di minuto in minuto: basta avere un profilo (appartenere alla comunità di Facebook) raggiungere la pagina, cliccare su “mi piace”, ed essere inclusi nella “comunità nella comunità”.

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L’amministratore della pagina, la stessa Patty che assume il nickname pbull35, invita da subito gli utenti a guardare le immagini e a considerarle nella loro pura oggettualità. Cliccando sulla voce “info”, compare infatti questa scritta: “Vi prego di lasciare fotografie oppure oggetti che avete trovato in macerie dopo i tornado del 27/4/2011. Lasciate una breve descrizione di come vi si possa trovare nel caso in cui le fotografie vengano identificate. La mia email è: “pbull35@hughes.net“, se posso aiutare qualcuno in ogni modo a far tornare indietro le proprie cose”.

Con il passare dei minuti insieme ai contatti cominciano a raddoppiare le foto, che si impilano cronologicamente sulla bacheca: altri, da diversi luoghi si dicono testimoni della medesima esperienza, sono stati colpiti dalla catastrofe oppure ne sono stati risparmiati ma hanno trovato qualcosa da condividere sulla strada di casa, nel proprio vialetto o nel proprio giardino. Le foto hanno percorso migliaia di miglia. La didascalia di molte, ripete la stessa formula: “if it’s belongs to you, se ti appartiene.

In questo modo le foto ed i documenti diventano tracce, prove di un’inchiesta che chiede per prima cosa di avviare un processo di identificazione: bisogna dare un nome alle persone, alle cose, ad una casa o una strada conosciuta, individuare il luogo da cui le foto provengono, quello in cui sono state ritrovate, quello verso cui possono tornare.

L’analisi dei documenti è talmente dettagliata da concludersi, molto spesso, a buon fine. È il caso della foto di una bambina (post del 1 maggio) che, vestita di pizzi, sorride al fuori campo mentre stringe un mazzo di fiori. Sul retro, aggiunge l’utente, la scrittaBrandy, Miss Empire 1995”: è stata recuperata a “Rossville, Georgia”. L’informazione incuriosisce qualcuno, che consulta il sito di “Miss Empire” e ne posta il link. In questo modo si risale velocemente alla Contea di Walker, dove la piccola reginetta di bellezza aveva vinto la manifestazione. Compare successivamente il messaggio di qualcuno della stessa Contea, che conosceva Brandy, informandoci purtroppo del fatto che la ragazza, fattasi ormai donna matura è morta (due anni prima) in un incidente stradale: “Conoscevo Brandy (…) la loro casa è andata dal tornado a Sipsey, Alabama”.

Da Sipsey, Alabama a Rossville, Georgia: basta avere sott’occhio una cartina – o google maps – per vedere quanto ha viaggiato quella foto, ruotando intorno al perimetro di centinaia e centinaia di chilometri.

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Durante i primi giorni di maggio, la comunità comincia dunque a “contarsi”, per fissare punti che, sconvolti fisicamente dal disastro, vengono pian piano recuperati empiricamente attraverso percorsi della memoria. Cartografie si ristabiliscono progressivamente secondo tragitti che seguono le modalità di riattribuzione delle foto e dei documenti.

In questa indagine tutto assume un valore, tutto deve tornare indietro: anche uno scontrino, o la ricevuta di una raccomandata. Perciò quando, per la prima volta (siamo sempre ai primi giorni di maggio) un utente commenta la pubblicazione di una ricevuta, definendola “spazzatura”, una valanga di messaggi concordano sullo stesso punto: “Quello che è spazzatura per te può essere un tesoro per altri!”. “Come si fa a lasciare commenti così cattivi in un momento del genere!”. Una donna, unendosi al coro di critiche, aggiunge: “Mia nonna conserva ancora la matrice di un assegno del 1977 perché è stato uno degli ultimi ad essere firmato da mio nonno, prima che morisse… ogni cosa ha un motivo per essere salvata.

Ora. Cosa stiamo osservando succedere dall’apertura della pagina il 27 Aprile? La prima ipotesi è che l’indagine muti di segno. Con il passare del tempo, infatti, la pubblicazione del materiale avviene secondo un meccanismo di accumulazione talmente veloce da costringere da una parte l’ammistratore a creare cartelle che abbandonano ogni criterio cronologico, dall’altra l’utente a scegliere percorsi “arbitrari”, dove desume esperienza dalla lettura dei commenti precedenti o dalla produzione-condivisione dei propri. La comunità cioè, nel tempo, acquisisce competenza, ed insieme anche “coscienza di sé” come se in un certo senso si esercitasse a sentirsi parte di sé stessa.

L’identificazione delle foto avviene inoltre molto raramente tramite un riconoscimento diretto, è molto difficile cioè che una persona riconosca sé stessa sul sito e scriva Questa sono io!” (anche se in qualche caso accade). Nella maggior parte dei casi esso avviene, invece, tramite uno scambio di idee, una circolazione di informazioni in cui gli utenti si esprimono circa i volti, le cose, le strade come se appartenessero loro.

In questo modo, il processo di identificazione sembra spostarsi dal piano dell’indagine tout court per scivolare gradualmente su di un piano emotivo, se vogliamo ipermediato, che permette a tutta la comunità, a patto – certo – di condividere il medesimo punto di vista, addirittura la medesima emozione, di identificarsi essa stessa nelle immagini che vede.

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È il caso dell’uomo che, di fronte alla vecchia figurina di un lanciatore di baseball afferma con sicurezza: “ Questa figurina è mio nipote, aveva più di 300 figurine la sua casa è stata completamente distrutta. Questa pagina ha trovato foto di mio figlio, foto di mio nipote ed un mio assegno, tutto proviene da Houston, Tennessee”.

Chi ci dice che l’identificazione corrisponda? Che l’utente invece si sia ricordato, tramite la visione di quella figurina, della collezione di figurine del nipote e abbia troppo impulsivamente collegato quella alla sua storia personale? Una cosa simile accade anche ad una donna che, guardando un bambino seduto, il capo fulvo chinato, le mani tra i piedi, ritratto in una foto presa in un ambiente senza dubbio risalente agli anni’70, dice che quello “potrebbe” essere suo figlio: ed è per questo che impiega, come immagine del profilo, proprio quella del figlio, bimbo di oggi, ritratto nella stessa identica posizione.

La seconda ipotesi che dunque vorrei avanzare è che ogni utente, mentre cambia il segno all’indagine “appropriandosi” del materiale con cui ha a che fare, lavori contemporaneamente alla produzione di un’immagine del sé, condivisibile con la comunità. Oltre che in sé stesse, le immagini e le cose ritrovate dopo il tornado assumono infatti un valore perchè potrebbero essere di tutti, perchè in un certo senso somigliano a tutti: ed è il riconoscimento di questa stessa somiglianza, di una quasi-identità fra chi guarda e ciò che è guardato, che allo stesso tempo (ri)produce il meccanismo, e compatta la comunità, in un processo di ricreazione infinito.

Jean-Luc Nancy, citando a sua volta Blanchot, definisce la somiglianza come il punto di partenza dell’autoritratto. Di più. Essa è proprio il suo principio costitutivo, dal momento che tutto lo sforzo autoritrattistico dipende dal tentativo (vano) di colmare lo scarto tra il piano soggettivo e quello della rappresentazione esteriore, oggettivata. In sostanza, ciò che vediamo in un (auto)ritratto è la rappresentazione di un’assenza, un volto che non c’è e “che appare solo a partire da quell’assenza che è la somiglianza”.

A mio avviso, ciò che stiamo osservando svolgersi su Pictures and Documents found after 27 April corrisponde alla dinamica autoritrattistica nella misura in cui espone, “mette in scena”, un meccanismo di individuazione personale che in realtà non si completa mai, ma che si gioca proprio nel suo scarto, scivolando in maniera variabile tra una dimensione puramente oggettiva, desunta dalle immagini ancora leggibili, registrata di ora in ora attraverso le tracce lasciate sulle macerie recuperate nel disastro, ed una dimensione estremamente soggettiva, simbolica.

I due livelli si distorcono a vicenda, creando il profilo di un autoritratto collettivo, senza volto, dove i momenti privati, scombussolati dal turbine disastroso, sparati nello spazio tra Alabama, Tennesse e Georgia si compongono con quelli di tutti. Momenti di tutti, momenti comuni (le feste, Natale, lo scarto dei regali, il primo fidanzato, la macchina nuova…) che devono trovare il proprio legittimo proprietario (il claimer) ma che “funzionano” anche come frammenti anonimi di cui servirsi per ricominciare il processo e continuare ad esorcizzare il trauma.

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Apro un piccola parentesi intorno ad un’opera che ho visto esposta recentemente alla Tate Britain di Londra, in una mostra dedicata a una delle artiste più lucide del nostro tempo, Susan Hiller.

Monument (1980-1), nasce dalla scoperta, in un piccolo parco di Londra, di un Memorial to Heroic Sacrifice. Appesi ad un muro, sopra pannelli in ceramica di forma e misura uguale, è scritta la storia di alcuni uomini e donne del popolo morti sacrificando la propria vita per il prossimo. La Hiller ne sceglie 41 (numero che corrisponde all’età che l’artista aveva nel 1980), li fotografa e li dispone in una griglia, che assume la forma di una croce commemorativa. Di fronte alla croce, è sistemata una panchina, dove sono appoggiati un registratore e delle cuffie che invitano il visitatore a sedersi ad ascoltare.

La voce registrata è quella della stessa artista: “(…) Il Monumento è dietro di te. Il Monumento è nel tuo passato. Che i morti parlino attraverso di noi? Questa è la mia voce, arrotolata nel tuo presente, il mio passato. Ti sto parlando dall’aldilà, dall’audilà [gioco di parole tra here-after e hear-after] (…). Potremmo esistere per sempre, inscritti, ritratti come iscrizioni, ritratti, rappresentazioni. Sto rappresentando me stessa per me stessa… e per te a te. Questa è la mia voce. Adesso ti parlerà dell’ideologia della memoria, della storia del tempo, della fissità della rappresentazione: fissa, come fotografata, o registrata su un nastro, o inscritta… (…). Puoi pensare alla vita dopo la morte come una seconda vita dove entri come fossi ritratto, o iscritto (…). Il “Monumento” rappresenta le assenze. Ci sono rappresentazioni di coloro che se ne sono andati (…). L’assenza è una metafora del desiderio. La rappresentazione è una presa di distanza nel tempo e nello spazio. È una “rigenerazione” di immagini e idee”. (Trad. mia).

È evidente che, in Monument, attraverso le cuffie, la propria voce sussurrata, la croce formata dai 41 pannelli Susan Hiller tenda a trasformarsi nella sua stessa installazione. L’artista, cioè, mentre “immortala” pezzi di memoria altrimenti destinati all’oblìo, si identifica a tal punto con la propria opera, da proporsi lei stessa come medium tra il presente ed il passato, tra ciò che c’era e che non c’è più, tra chi vede e chi è già trapassato. Così facendo invita lo spettatore a fare la stessa cosa: passare il confine ed accedere ad una seconda vita, dove tutti saranno eterni, perennemente ritratti nel Monumento che “rigenera immagini e idee”.

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L’utente di Facebook si trova di fronte ad una situazione analoga: ha una griglia, simile a quella di Monument, dove vuole identificare volti e vite che reclamano di tornare indietro. Mentre cerca di “immortalarli” (ri-fotografandoli o celebrandone la perdita), egli si identifica a tal punto con essi da garantirsi a propria volta la possibilità di percorrere il tempo, di attraversare alternativamente le varie fasi del processo di identificazione per poter passare il confine e diventare esso stesso parte del Monumento che rigenera immagini e idee.

Con una differenza. In Pictures and Documents found after 27 April il Monumento non è ancora stato creato, non esiste ancora nessuna “croce commemorativa”. In questo senso, tra le tante immagini, forse davvero prive di valore autonomo, che circolano, vengono postate, commentate, ridotte in cartelle, l’unica che ha davvero valore è quella che manca: è intorno ad essa che la comunità si riunisce in un coro di voci che celebrano il rito dell’eterna Rinascita.


http://www.facebook.com/PicturesandDocumentsfoundafterAprilTornadoes

http://www.susanhiller.org/

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