Figura di primo piano della scena della sound art di Singapore, con artisti del calibro di Yuen Chee Wai, Zai Kuning e George Chua, Zul Mahmod si distingue nell’utilizzare le sue tecniche sonore per esplorare le relazioni fra i media, compresi il disegno, la scultura e l’architettura.

La sua opera si occupa spesso di ridefinire e riconfigurare l’esperienza visivo uditiva, lavorando con le convenzioni di genere degli ambienti di gallerie o musei al fine di creare nuove possibilità di ricezione critica.

Scelto per rappresentare Singapore al padiglione nazionale della Biennale di Venezia per una mostra collettiva nel 2007, Zul ha presentato un’installazione intitolata Sonic dome: Empire of thoughts che invitava i visitatori a entrare in uno spazio emisferico ed ascoltare una costruzione sonora-spaziale composta da registrazioni di Singapore e Venezia, accompagnate da suoni prodotti da macchine sonore fai da te a circuiti piegati, costruite dall’artista stesso.

Dal momento che ho avuto modo di ammirare i suoi lavori parecchie volte, compresa la serie di mostre Migration addicts di Biljana Ciric a Shangai, Accelerated photon al museo Guan Shanyue di Shenzen, e più di recente presso l’Hong Kong Arts Centre durante un suo periodo di residenza, ho deciso di intervistare Zul per scoprire come interpreta, nella sua opera, la relazione fra suono e spazio, in particolar modo nel contesto singaporiano.

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Robin Peckham: Puoi dirmi, per prima cosa, come vedi la scena della sound art e della new media art di Singapore rispetto agli altri posti in cui ha viaggiato e lavorato?

Zul Mahmod: Credo che l’aspetto performativo della scena della sound art sia cresciuto parecchio negli ultimi cinque anni, però la crescita delle componenti installative e interattive è ancora lenta rispetto agli altri posti in cui ho viaggiato. A Singapore ci sono diverse comunità che esplorano la sound art, comprese il teatro e la danza, la musica, i new media e il design, anche se ognuna di queste comunità è rappresentata solo da pochi.

Robin Peckham: C’è quindi una comunità della sound art? E tu dove ti collochi?

Zul Mahmod: Penso che rispetto al 2005, anno in cui ho organizzato per la prima volta un festival di sound art, questa comunità si stia espandendo se siamo solo pochi artisti. Personalmente, mi colloco da entrambe le parti della sound art, la performance e l’installazione. Dal momento che ho un background da scultore, ho iniziato a inserire elementi scultorei e spaziali nelle mie opere sonore.

Robin Peckham: Interessante. Nelle tue opere come vedi la relazione fra performance e installazione, specialmente riguardo alle diverse infrastrutture, ad esempio, le tournéé nelle music venues vs. le mostre nelle gallerie e nelle istituzioni? Che tipo di tematiche e questioni si combinano tra questi due mondi nella tua opera?

Zul Mahmod: Nella mia opera, la performance e l’installazione sono legate e basate su concetti condivisi. Solitamente è solo una questione di presentazione. Nelle mie performance, creo quasi sempre nuovi strumenti sonori e i suoni prodotti da questi possono essere poi usati in un format di installazione, o viceversa. L’installazione è sempre più site-specific, quindi il pubblico può sperimentarla solo in quel particolare spazio. Usando gli stessi concetti, cerco di estendere queste possibilità alle performance.

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Robin Peckham: Sono particolarmente curioso di sapere come i tuoi primi disegni, che spesso integrano tecniche miste su carta, trovino posto in una certa interpretazione del concetto di appropriazione e in un determinato tipo di sensibilità grafica. Vedi una sorta di evoluzione, o una corrispondenza diretta fra il disegno, la produzione di linee, e il suono?

Zul Mahmod: I disegni sono stati una grande parte del mio lavoro, dagli inizi fino ad ora. Io inizio sempre un nuovo lavoro con i disegni, ai quali faccio seguire la ricerca e lo sviluppo. E solo allora passo alla presentazione finale.

Robin Peckham: Questa relazione col disegno è molto interessante per il tuo interesse nel rendere attiva l’architettura, come hai fatto un paio di anni fa con la mostra Arena al centro The Substation, o con l’esposizione intitolata W.O.M.B. che si è tenuta sempre presso la stessa location. Entrambe affrontavano la distinzione fra lo spazio nel suono e lo spazio per il suono, usando l’edificio una volta come strumento e una volta come pubblico. Ma laddove agli architetti interesserebbe costruire quello spazio, tu lo leggi, lo interpreti e ci giochi. È questa la tua idea di approccio site-specific o si tratta di un altro livello di design architettonico?

Zul Mahmod: Questa è la mia idea nel lavorare con un sito specifico, ma con Arena si tratta soprattutto di dare allo spazio una nuova architettura uditiva. Uso approcci differenti a seconda degli spazi: alcune volte mi soffermo sullo spazio fisico, mentre altre sono più interessato al contesto storico dello spazio, all’acustica e alla funzionalità sociale del luogo.

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Robin Peckham: E parlando del centro di arte contemporanea, The Substation: cosa significa esserne affiliati?

Zul Mahmod: Essere un artista associato al centro The Substation significa ricevere degli spazi, una certa assistenza amministrativa e supporto al marketing delle mie opere.

Robin Peckham: Mi parli anche degli strumenti “fai da te” che hai usato nella tua performance all’Hong Kong Arts Centre lo scorso anno, quando ho visto il tuo lavoro dal vivo per la prima volta. Usavi un laptop, dei pedali e poi degli oggetti che avevi assemblato. Puoi descrivere l’allestimento, la strumentazione e il suo utilizzo?

Zul Mahmod: Gli strumenti che ho costruito consistevano in un MIDI controller e due sculture sonore in cui erano sistemati due oscillatori variabili. Li ho costruiti da zero mentre ero ad Hong Kong. Ho usato il MIDI controller per controllare Ableton Live, mentre ho usato le due sculture sonore per dare una stratificazione e una struttura alla mia composizione. Per la performance di Hong Kong in particolare, mi interessava esplorare le idee di una città della fantasia e della realtà.

Ho registrato i suoni della città e li ho riprodotti durante la performance, aggiungendo un altro strato sonoro. C’erano anche suoni dal vivo provenienti dallo spazio performance dell’Hong Kong Art Centre, che ho raccolto usando un microfono, e persino suoni già esistenti registrati senza microfoni. Ho voluto usare tutte queste risorse per creare diversi strati in una composizione quasi spaziale.

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Robin Peckham: Ho visto l’opera Dancing with Frequencies quando è stata installata a Shenzen un paio di anni fa, in cui il pubblico era invitato a entrare in una matrice di sensori interattivi che controllavano l’ambiente sonoro. Ti vorrei chiedere quindi se hai mai avuto collaborazioni teatrali, con la danza ad esempio? In Cina le produzioni teatrali non hanno una buona reputazione nella scena della Sound art, ma ad Hong Kong ci sono alcuni artisti, come Dickson Dee, che fanno invece cose interessanti a questo proposito, quindi non è un territorio del tutto abbandonato…

Zul Mahmod: Sì, ho avuto parecchie collaborazioni con produzioni sia teatrali che coreografiche. Per me si tratta di esplorare ed espandere ulteriormente l’utilizzo della sound art in molteplici forme diverse. Per esempio, la scorsa settimana ho fatto una sessione di improvvisazione con due ballerini usando l’idea base di Dancing with frequencies. Ha funzionato molto bene.In pratica, i ballerini hanno composto il suono attraverso i loro movimenti. Ho sicuramente intenzione di espandere ulteriormente questo progetto, arrivando a far sì che i ballerini possano riuscire a controllare non solo i suoni ma anche le luci e i servo motori.

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