Agli ibridi e alle contaminazioni siamo abituati da tempo. Alle figure di confine che si pongono là dove le discipline confondono i loro contorni ,sempre meno netti, abbiamo dedicato studi e ricerche. Ma è indubbio che la scelta di attraversare i binari sicuri della categoria e lo spingersi oltre il confine siano forieri di fascino estremo.

Roberto Pugliese è un esimio rappresentante della condizione sopra descritta. Impersona il prodotto di una cultura accademica musicale che ha ben presto percepito i limiti di una visione univoca e ha cercato stimolo nelle arti visive. Questo per prima cosa dovrebbe essere motivo di orgoglio per il settore visivo, così tanto e così spesso denigrato e maltrattato, e in seconda istanza sottolinea ancora una volta la necessità di incrociare strade diverse.

Pugliese ha messo le sue competenze a disposizione degli artisti e si è talmente aperto all’esperienza da sviluppare egli stesso una poetica individuale. Il suono è protagonista delle sue installazioni, ma la costruzione di un universo visivo partecipa attivamente alla realizzazioni di veri e propri ambienti. La Natura è un modello sia per il comparto sonoro, che per la produzione visiva. I dispositivi per la riproduzione acustica vengono disposti nello spazio secondo linee fitomorfiche, i cavi abitano le pareti come piante rampicanti e gli speaker fioriscono come boccioli al sole.

La composizione musicale si innesta poi nei circuiti sintetici, appoggiandosi a logiche computazionali che gestiscono le frequenze, gli ingressi e le tracce. A volte la presenza della natura è ostentata attraverso ready-made, altre volte è suggerita o evocata dalla diffusione del suono.

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Nel suo background ci sono il Conservatorio e la composizione sperimentale, nel suo presente ci sono diversi progetti personali in gallerie e le collaborazioni con altri artisti. Dai titoli delle sue opere che coniugano naturale, artificiale e una metrica di stampo poetico, alle opere in via di realizzazione. Dalle consonanze con movimenti come l’arte cinetica alle corrispondenze con il filone Sound Art, le parole di Roberto Pugliese dettagliano una intenzionalità critica, un pensiero ostinato e un ritmo avvincente.

Claudio Musso: Vorrei approcciarmi al tuo lavoro da un punto di vista insolito, leggendo i titoli delle tue opere. Andando a ritroso: Unità minime di sensibilità, Critici ostinati ritmici, Linfa sintetica… Senza voler approfondire, almeno per ora, le indubbie ambiguità semantiche, si riscontra in tutti una certa musicalità, come una cadenza ritmica. Come nascono tali titolazioni? Che importanza hanno?

Roberto Pugliese: Credo che il titolo sia parte fondamentale di un lavoro, attraverso l’utilizzo di quest’ultimo l’artista può creare nel fruitore una ambiguità percettiva che spinge alla curiosità e dunque alla necessità di approfondimento. All’inizio della mia attività di compositore ero terrorizzato dall’idea di dover trovare dei titoli ai miei brani, ricordo che li catalogavo o con dei numeri o con delle lettere dell’alfabeto; in seguito alla scoperta dei titoli che Luigi Nono dava alle sue composizioni capì l’importanza e la necessità di creare un buon titolo ed in seguito ad una dura ricerca di uno stile personale nei miei ultimi lavori c’è un filo conduttore che accomuna anche i titoli delle mie opere.

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Claudio Musso: Spulciando nella tua biografia – la laurea al Conservatorio e poi la docenza – sarebbe scontato chiederti come ti sei avvicinato all’arte visiva? La necessità di “svelare” i dispositivi che trasmettono il suono è parte di una ricerca estetica o è lo strumento di una sperimentazione sonora?

Roberto Pugliese: Parallelamente al corso di Musica Elettronica in Conservatorio ho sempre sentito l’esigenza di frequentare l’Accademia di Belle Arti per confrontarmi con artisti che utilizzassero tecniche espressive diverse dalle mie. Ero particolarmente attratto dalla possibilità di poter fondere diversi mezzi espressi e quindi in quel periodo fui coinvolto in collaborazioni con allievi dell’Accademia tra cui quella con l’artista Daniela Di Maro con la quale in seguito ho realizzato le mie prime installazioni sonore.

Successivamente ho portato avanti la mia ricerca da solo non disegnando però collaborazioni occasionali con altri artisti come Agostino Di Scipio, Pasquale Napolitano o Tamara Repetto. Credo che un lavoro ben strutturato concettualmente per essere completo abbia bisogno di una parte visiva e/o sonora altrettanto stimolante. I miei lavori nascono da un’idea concettuale di fondo che sin da subito è supportata da un’idea sonora e visiva; per me concetto, tecnologia e risultato visivo/sonoro sono imprescindibili.

La sperimentazione sonora si unisce a quella visiva come nel caso di Unità minime di sensibilità, l’utilizzo di più di 100 speaker non ha una valenza soltanto estetica ma mi consente di ottenere un processo sonoro e percettivo che altrimenti non avrei potuto ottenere. Da ogni speaker viene riprodotta una sinusoide (unità minima audio) e il risultato sonoro ottenuto dalla fusione nell’ambiente e non tramite software di questi suoni è percettivamente ed evocativamente diverso. In questo modo il fruitore si immerge nell’opera totalmente e si lascia guidare dai numerosi stimoli sia sonori che visivi.

Probabilmente la mia necessità di realizzare delle opere così alienanti e coinvolgenti è dettata dalla volontà di portare lo spettatore anche solo per qualche minuto in una realtà parallela, in una intimità mentale personale ed introspettiva nella quale porsi delle domande. Credo sia questo il ruolo principale dell’arte contemporanea, far porre delle domande ai fruitori e dunque consentire una riflessione.

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Claudio Musso: C’è una notazione ecologica nelle tue opere? Capita di scorgere nei tuoi lavori elementi naturali sia portati ready-made dalla realtà, sia attraverso forme che mimano quelle vegetali. Anche i suoni spesso riproducono ambienti che evocano un’immersione biomorfica.

Roberto Pugliese: Da sempre sono appassionato di etologia e sin da piccolo preferivo testi scientifici sugli animali piuttosto che romanzi e o simili. Sono sempre stato molto affascinato dalla natura e dalle sue variegate, fantasiose ed ingegnose soluzioni. L’essere umano dimentica di essere anch’esso una creazione della natura e spesso crede di poterla gestire e sopraffare come vuole ma non è così, basti pensare agli svariati cicloni, agli incendi, agli tsunami, ai terremoti e a tutte le forme imprevedibili nelle quali la natura mette in mostra la sua enorme energia.

Alcuni di questi fenomeni sono totalmente al di fuori della attività antropica ma altri sono direttamente collegati all’operato umano. Nel disegno così perfetto e minuzioso di questa intelligenza superiore, la natura per autodifesa ha fatto in modo che l’uomo evolvendosi sviluppasse anche un senso critico, una coscienza ed una sensibilità; in alcuni casi questa sensibilità si tramuta in arte.

Nei miei lavori c’è sempre un riferimento alla natura anche nei software che produco per costruire i suoni delle mie opere. Spesso realizzo software mediante algoritmi genetici o funzioni matematiche che si ispirano ad aventi naturali; questi software una volta realizzati vivono di vita propria, sono a tutti gli effetti degli organismi bio-elettronici autonomi.

Claudio Musso: Le tue ricerche incrociano spesso le tecnologie digitali, anzi credo che nel tuo caso di dovrebbe parlare di un compositore/programmatore. Per spiegare questa tua doppia natura, potresti raccontare della recente esperienza con Bianco e Valente, del lavoro svolto per Frequenza fondamentale?

Roberto Pugliese: Credo che un’opera possa definirsi tale quando è completa da diversi punti di vista. Di solito nei progetti parto da un concetto di fondo proveniente da studi che rendo tramite la tecnologia sia visivamente che sonoramente. La tecnologia nel mio lavoro diventa mezzo espressivo e non solo un tramite per ottenere dei risultati che mi ero prefissato. La mia ricerca non parte sempre da una sperimentazione sonora ma si serve sempre anche del suono per vivere.Credo che ormai definirmi un compositore sia riduttivo, ho intrapreso la strada delle arti sonore perché stanco ed annoiato dalla sperimentazione elettroacustica che trovo spesso stagnante e ridondante.

Credo che che ci sia molto più fermento nelle realtà underground e nell’ambito artistico dove si fondono diversi media piuttosto che nel panorama sonoro accademico. Non mi definisco un programmatore puro anche se ho studiato come perito informatico ed ho approfondito l’utilizzo della programmazione in ambito sonoro e artistico durante il corso di Musica elettronica in Conservatorio. Ho delle discrete conoscenze informatiche ed ogni volta che affronto un nuovo progetto mi doto delle conoscenze informatiche adeguate per portarlo avanti.

Nell’esperienza con Bianco e Valente mi è stato assegnato il compito di trovare un punto di incontro tra i dati in tempo reale sull’attività sismica del Vesuvio provenienti dall’Osservatorio Vesuviano e l’estro compositivo di Mario Masullo. Sul computer dedicato all’opera ci sono diverse cartelle divise per il loro contenuto audio (ad esempio registrazioni di pianoforte, sintetizzatore, riprese audio, etc.).

All’interno di ciascuna di queste cartelle ci sono diversi file; il software riproduce un numero di tracce audio (selezionate in maniera casuale all’interno delle cartelle) contemporaneamente in base ai valori provenienti dall’Osservatorio Vesuviano, più è forte l’attività sismica più tracce saranno riprodotte insieme. In questo modo ho realizzato una sorta di mixer/riproduttore digitale che viene attivato dai dati provenienti dall’attività del Vesuvio.

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Claudio Musso: Descrivendo la tua ricerca fai riferimento alle correnti dell’arte cinetica e programmata. Da poco mi è capitato di leggere un articolo firmato da Carsten Nicolai che ricostruiva una delle più famose mostre dedicate al fenomeno (The Responsive Eye, MoMA, 1969, N.d.R.). Esistono criteri generali che legano il suono alla geometria, nuove e vecchie teorie che apparentano sperimentazioni sonore e indagini sulla percezione visiva. Nel tuo caso specifico qual è il legame con tali esperienze?

Roberto Pugliese: Credo che nell’arte ci sia ancora molto su cui indagare riguardo il connubio tra visivo e sonoro come anche sull’interazione tra i nostri sensi. Quando è più di un senso alla volta ad essere stimolato entrano in gioco variabili diverse con un incremento esponenziale delle possibilità evocative. Nei miei progetti i punti di ascolto sono dinamici, molteplici e comunicano in maniera attiva con la parte visiva dell’opera stessa.

L’idea di dare molteplici punti di ascolto fa parte della volontà di immergere il più possibile il fruitore nell’opera, come ad esempio in lavori come Ivy Noise o Unità Minime di Sensibilità nelle quali le sorgenti audio sono numerose e sparse nell’ambiente, e di renderla percettivamente più interessante ed accattivante oltre che più realistica.

Per quanto riguarda il rapporto tra visivo e sonoro la mia ricerca si basa su diversi filoni. In Ivy Noise ad esempio erano presenti suoni derivanti da studi su come la psiche umana elabora suoni provenienti da ambientazioni naturali; in studio produssi in maniera sintetica una serie di suoni che percettivamente venivano decodificati come naturali, i fruitori erano convinti che si trattasse di registrazioni boschive, una sorta di illusione acustica che era riprodotta invece da una struttura visiva realizzata con cavi e coni audio che era riconoscibile come sintetica ma che seguiva realisticamente la crescita di un particolare tipo di edera.

Quindi i suoni che percettivamente venivano assimilati come naturali erano sintetici e la struttura visiva pur se realizzata con materiali sintetici riproduceva fedelmente una struttura naturale. L’ambiguità acustico/visiva è stato un ottimo sistema per alimentare la curiosità e l’interesse dei fruitori che infatti erano spinti ad indagare sulle dinamiche che costituivano visivamente e sonoramente il lavoro.

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In Unità Minime di Sensibilità invece il numero di altoparlanti è direttamente collegato alla qualità percettiva del risultato sonoro prefissato. Da ogni speaker viene riprodotta una sinusoide che è il suono più semplice possibile in campo audio, questi suoni si sommano nello spazio dando vita ad un risultato molto articolato.

Il suono viene modificato da una piccola stazione meteo posta al di fuori della galleria la quale invia al software di mia realizzazione parametri provenienti da sensori di luce, temperatura, pressione atmosferica ed umidità. Nonostante i suoni riprodotti siano elaborati sinteticamente grazie ai valori provenienti dai sensori che prelevano informazioni relative a variazioni di fenomeni naturali si percepisce nel suono un sapore organico, richiamato ancora una volta dall’aspetto visivo dell’opera la quale rimanda anch’essa a strutture di origine organiche.

Il mio rapporto con l’arte cinetica è maggiormente visibile in lavori come Critici Ostinati Ritmici nel quale sono una serie di elettromagneti a mantello che producono fisicamente il suono dell’opera. Nella mostra personale che sarà inaugurata il 28 maggio presso la Galerie Mario Mazzoli presenterò quattro nuovi progetti dove c’è un forte connubio tra robotica, cinetica e suono.

Claudio Musso: La fruizione sonora è immersiva per antonomasia. Il suono agisce sulla dimensione spaziale modificandola. Come ti relazioni a questa condizione nella realizzazione degli allestimenti?

Roberto Pugliese: Si, la fruizione sonora è immersiva, ma percettivamente interessante e realistica se i punti di ascolto a prescindere dalla potenza sono molteplici. Per intenderci quando si ascolta un suono da un impianto stereo è diverso che ascoltarlo su un impianto dolby o al cinema. Le sei fonti audio diverse del dolby rendono più gratificante la fruizione sonora perché il suono è meglio distribuito nell’ambiente.Nella mia ultima installazione Unità Minime di Sensibilità i canali audio effettivi sono quarantadue, questo permette di avere un suono proveniente praticamente da quarantadue posizioni fisiche differenti ridisegnando i confini architettonici presenti nell’ambiente e rendendoli estremamente malleabili rispetto al risultato percettivo che desidero ottenere.

Il suono dei miei lavori è di solito ad un livello medio-basso perché voglio che il fruitore possa girare per l’installazione facendo caso alle differenze acustiche delle diverse prospettive audio; quando il livello sonoro è alto invece è come chiedere prepotentemente al fruitore di essere ascoltato, come nel caso di Critici Ostinati Ritmici.

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In altre mie installazioni come D’impulso, realizzata in collaborazione con Agostino di Scipio al MLAC di Roma, il lavoro è pensato sull’acustica degli spazi; una serie di suoni fuoriescono da normali casse da pc e poi vengono riassorbiti dal sistema in tempo reale tramite dei microfoni posti negli angoli della sala, in questo caso è il suono che viene modificato dall’ambiente architettonico. La stessa installazione ha risultati sonori diversi in base alle dimensioni dello spazio, al materiale di cui è costituito lo spazio e alla forma architettonica relativa allo spazio dove viene allestita.

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