Il medio-oriente brucia. La Siria è uno degli ultimi tasselli di questo domino infuriato innescatosi imprevedibilmente dalle ancor calde ceneri della rivoluzione tunisina ed egiziana, entrambe in grado di sovvertire i regimi esistenti e riaffermare alcuni vecchi principi: l’infinito potenziale celato nelle masse e la viscerale ingestibilità politica dei popoli, vettorialmente contraria alla violenza meccanica dell’autorità, che anzi si esaurisce quanto più si attualizza (cfr. G. Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1996).

Pur non potendo analizzare nel dettaglio ciascuno dei paesi in rivolta nell’area medio-orientale, vorrei proporre qualche rapida riflessione su come e quanto la rete stia giocando un ruolo importante nella costruzione del dissenso politico e nella formazione culturale di movimenti che stanno mettendo in discussione la sopravvivenza di regimi politici tra i più resistenti della storia recente.

Da un po’ di tempo a questa parte ho l’impressione che il concetto di necessità produca anche bellezza, e la consapevolezza che questi popoli stanno mostrando nel servirsi della rete ha qualcosa di meravigliosamente inaspettato a meno di non servirsi proprio della categoria biologica di bisogno, visto come capacità ancora zoomorfa di ottimizzare le risorse disponibili alla sopravvivenza, nel nostro caso, paradossalmente, quelle della rete.

Impossibile – almeno in questa sede – proporre una riflessione compiuta sul tipo di approccio che i popoli medio-orientali stanno mostrando nei confronti di internet.

Vale tuttavia la pena ricordare che si tratta di giovani popolazioni per le quali l’accesso alla rete non è ancora scontato come nel mondo occidentale: sia per ragioni politiche, la censura di molte delle piattaforme più comuni in rete, sia per ragioni tecno-geografiche, ampie zone desertiche, infrastrutture telematiche sporadiche e low-fi. Tuttavia, né l’uno né l’altro limite sembrano agire da deterrente, alimentano anzi una curiosità che viene soddisfatta anonimamente attraverso l’uso di proxy aggiornati giornalmente e un passa parola telefonico che dalle città e dai villaggi online raggiunge anche le zone più estreme e gli individui meno esposti al flusso delle informazioni della rete.

Non dimentichiamoci, ad esempio, che l’Iran è il terzo paese al mondo per numero di bloggers dopo gli Usa e la Cina e che il primo movimento a servirsi in modo massiccio della rete nell’area medio-orientale è nato proprio in Iran dando forma alla cosiddetta Green Revolution che ha seguito le contestate elezioni presidenziali del 2009.

Quanto la rete sia stata uno strumento di organizzazione interna, pianificazione delle manifestazioni e degli incontri tra gli attivisti e quanto sia invece servita prevalentemente ad informare il mondo sugli avvenimenti in corso squarciando le censure sia dei media tradizionali che della rete stessa sembra essere ancora un buon argomento di discussione.

Mi trovavo a Tehran nel 2009, e mi è sembrato che l’uso della rete fosse per la gran parte rivolto verso l’esterno. SMS e passaparola per l’organizzazione in loco, internet come una sorta di imbuto rovesciato nel quale riversare ogni piccola informazione e disinnescare la camera anecoica nella quale il regime stava cercando di serrare il paese. L’eco del deep linking edel blogging, prima ancora chequello dei mass media, che intanto aprivano ai pigri amanti della televisione il velo di maya sulla violenta repressione del movimento verde iraniano. Nel frattempo il gruppo di hackers anonymous appoggiava la rivolta (http://www.anonymousiran.org/)

Oggi come allora si sente dire da parte dei regimi in carica che le rivoluzioni riformiste sono in qualche modo pilotate dall’occidente. Senza voler disquisire su cablogrammi fantasma, troppo recenti e scottanti per essere noti anche al più attivo dei Julian Assange, c’è comunque qualcosa di vero in questa affermazione. Se certamente la rete è lo strumento attraverso cui una certa cultura medio orientale cerca spazi di affermazione, è pur vero che è sempre la rete ad essere il luogo attraverso cui la cultura popolare occidentale filtra viralmente anche in quei paesi che istituzionalmente cercano di rifiutarla.

In questo senso, allora, alcune delle richieste da parte delle giovani popolazioni medio-orientali hanno probabilmente a che fare con l’assorbimento della cultura occidentale attraverso la rete. Che dire, ad esempio, di fronte al video di una ragazza iraniana che balla musica tecno-pop davanti alla propria webcam imitando probabilmente quello che ha visto fare da una sua coetanea occidentale ? Probabilmente siamo portati a percepirlo, e forse lo fa lei stessa, come un più o meno conscio atto di protesta nei confronti delle costrizioni del regime in cui vive. (http://www.youtube.com/watch?v=JFZWV4teWcE&feature=related)

Che dire poi dello stile di vita dei giovani nelle metropoli iraniane, dell’uso di alcolici, del modo di vestire, delle proiezioni illegali, dei concerti nelle sale prova abusive, dei reading letterari vietati? Forse in Iran la rottura tra uno spazio pubblico dove vige la legge islamica e uno spazio privato dove la TV satellitare e la rete si impongono più facilmente è l’elemento sociopolitico che permette di poter includere la cultura occidentale nel tessuto urbano e contemporaneamente di escluderla a piacimento.

Quanto le danze delle ragazze iraniane davanti alle proprie webcam e ai propri telefoni superano i limiti del privato e diventano una primitiva necessità di appropriazione dello spazio pubblico, sia pure virtuale, assumendo un valore immediatamente politico?

C’è probabilmente lo stesso bisogno di autoaffermazione che ritroveremmo nell’analoga performance di una qualsiasi ragazza figlia della democrazia occidentale, ma l’impressione è che gli stesssi comportamenti trasferiti in una realtà come l’Iran travalichino, pur senza negarla, la sfera individuale del sè per inscriversi in un discorso collettivo dalla più forte valenza politica.

Forse i gesti di protesta dal sapore nichilista che osserviamo in occidente diventano in Iran le tracce affermative di chi agisce intuendo che quello che fa è un passo da condividere nella direzione di una trasformazione sociale e di un eventuale assetto politico alternativo.

Sicuramente la diffusione dei nuovi media e il loro essere in grado di integrarsi e ibridarsi a vicenda stanno giocando una parte importante nella formazione di nuovi scenari sociopolitici. Non voglio sostenere la tesi di chi crede nel potere liberatorio delle tecnologie, ma in queste vedo un potenziale strumento per la creazione di nuove forme di partecipazione politica e sociale diverse persino dall’ormai antiquata versione occidentale di democrazia presa inevitabilmente a modello, seppur tacito, dalle rivoluzioni medio orientali.

Forse il tema della intra/inter medialità è da questo punto di vista uno dei più interessanti, in particolare nell’indagare il rapporto tra mass media e one-to-one media e di certo la riflessione di M. McLuhan su come e quanto i vecchi media reagiscano e si adattino ai nuovi può ancora dare degli spunti interessanti (cfr. M. McLuhan, Gli strumenti del Comunicare, Il Saggiatore, Milano 1964). Se da un lato il citizen journalism crea dei problemi in termini di abuso del cognitariato, allo stesso tempo la partecipazione diretta dei cittadini alla creazione dell’informazione trasforma la percezione passiva della televisione in una fionda pronta a reagire ai commenti degli spettatori e alle informazioni in tempo reale lanciate in rete dall’interazione fra gli utenti.

In questo senso il lavoro di AlJazeera è stato magistrale, e proprio in questi giorni la diffusione mass mediatica di posts e twitters in arrivo dalla Siria sembra il modo più efficace per restare informati sulla situazione in corso a Daraa dove è sempre più violento il tentativo di repressione da parte del regime di Bashar al-Assad (http://blogs.aljazeera.net/live/middle-east/syria-live-blog-april-26).

Rimane certo da chiarire quali siano le modalità attraverso le quali i mass media inevitabilmente filtrano la valanga di informazioni reperibili in rete: come i diversi media a seconda del loro orientamento politico abbiano gestito la diffusione dei cablogrammi condivisi da Wikileaks ne è un esempio lampante.

D’altro canto la controinformazione siriana corre indipendente lungo tutti le maggiori piattaforme online, da Facebook (http://www.facebook.com/SyrianDayOfRage, http://www.facebook.com/Syrian.Revolution) a Youtube (http://www.youtube.com/user/DayOfRageTV) passando per Twitter http://twitter.com/#!/RevolutionSyria e analogamente è facile reperire informazioni sulla rivoluzione tunisina (http://twitter.com/#!/FreeTunisia), egiziana (http://twitter.com/#!/Sandmonkey), yemenita (http://twitter.com/#!/yemen_updates) e via dicendo.

Non dimentichiamoci, tra l’altro, che il “mitologema” mass mediatico fa cominciare la sommossa egiziana proprio da un post di Facebook (http://ibnlive.in.com/news/facebook-post-that-sparked-egypt-revolution/142328-2.html), alimentando in questo senso un’”ipotesi logistica” e con essa l’illusione di una diffusione già capillare della rete nel paese. Ma ancora una volta l’elemento interessante sembra essere l’ibridazione dei media e l’uso creativo e collaborativo che questi popoli ne stanno facendo.

Non bisogna però sottovalutare altri elementi, come il fattore urbanistico nel caso egiziano. La presenza di un luogo, Tahrir square, fortemente connotato simbolicamente e dal quale la protesta non si è letteralmente spostata di un centimetro ha infatti permesso una sorta di coordinazione spontanea che ha smesso in fretta di dipendere dalla rete. Da un certo momento in avanti è infatti sembrato che lo scambio di informazioni online attraverso i più comuni social network (http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/29/foto/il_manuale_della_rivolta_egiziano-11813576/1/index.html?ref=search) fosse più che altro un pericolo .

La primavera arabo-medio-orientale sembra comunque volerci ricordare il potenziale che i nuovi strumenti di comunicazione offrono al “villaggio globale” contemporaneo(cfr. M. McLhuan, Bruce R. Powers, The Global Village, Oxford University Press 1989), e porta metaforicamente in superficie il lavoro sotterraneo di migliaia di hacktivisti occidentali che lottano per una rete luogo d’espressione di un’”intelligenza collettiva” (cfr. Pierre Lèvy, L’intelligenza collettiva. Per un’antro-pologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996) capace di incidere dal punto di vista politico in modo creativo e originale, risvegliandoci dal torpore nel quale il sistema democratico sembra tumefarsi passivamente senza volersene accorgere. La democrazia rappresentativa occidentale è troppo lenta sia per le nuove dimensioni temporali che le tecnologie ci forzano a vivere sia per il desiderio di ripresa decisionale e interattiva da parte di frange sempre più consistenti di giovani cittadini occidentali.

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn