Nettitudes. Let’s talk Net Art di Josephine Bosma è l’ultimo volume pubblicato nella serie Studies in Network Cultures, diretta da Geert Lovink per Nai Publishers di Rotterdam.

Un ennesimo volume sulla Net Art sembrerebbe del tutto innecessario, soprattutto considerando l’enorme numero di lavori pubblicati sull’argomento a partire dalla metà degli anni novanta, come Florian Cramer efficacemente nota nella sua prefazione al volume, Net Art Back to Square One. Eppure questo libro di Josephine Bosma è un lavoro intenso, concluso, approfondito, frutto di due decadi di militanza e partecipazione attiva e nello stesso tempo di studio accurato di fonti, testi critici, materiali prodotti sull’argomento online e offline.

Non è un caso forse che Nettitudes sia il più recente libro pubblicato sull’argomento dopo una lunga serie. Come se arrivasse a conclusione di un percorso di analisi già in atto da qualche lustro. Nettitudes è lo specchio di una osservazione attiva dell’autrice, della partecipazione a dibattiti e iniziative, di scrittura critica diffusa attraverso gli stessi canali in cui la net art si è nutrita: mailinglist, soprattutto, a partire da Nettime e Rhizome. Ma anche testi per riviste online, cataloghi di mostre ecc.

Un’osservazione partecipata del contesto, una specie di thompsoniano Gonzo Journalism, in cui la Bosma si è immersa per due decadi, la ha portata non a diventare un Hell’s Angel e a scriverne un quasi romanzo, ma a pubblicare il suo lavoro come punto di arrivo di una riflessione attivamente vissuta.

La cosa forse più notevole del libro è questa visione lucida, chiara, totalmente documentata, che riesce a descrivere un movimento culturale che ha caratterizzato la produzione artistica dell’ultimo ventennio, contemporaneamente, dall’interno e dall’esterno.

In una conversazione via email, l’autrice mi raccontava come il suo lavoro fosse stato accolto positivamente, il lancio è stato organizzato il 14 aprile 2011 al De Balie di Amsterdam, dove Josephine ha presentato il volume a una larga audience, ma nello stesso tempo sia stato stato criticato per per la difficoltà di lettura causata dalla visione fortemente da insider, e nello stesso tempo critica.

L’osservazione è in effetti pertinente: lungi dal concentrarsi solo sui riferimenti culturali dei quali la Net Art ha fatto parte ed a cui ha attinto nel suo sviluppo, per dirla più chiaramente, dal contesto delle culture digitali nel quale la Net Art si è sviluppata dagli anni Novanta, Bosma opera su diversi livelli, concentrandosi anche su tutta la critica e letteratura artistiche che negli ultimi decenni hanno osservato e criticato l’arte contemporanea, cercando anche di dare definizioni esaustive, e spesso miopi, delle arti sviluppate attraverso l’uso creativo dei media digitali.

Josephine Bosma si riferisce ad autori e curatori come Rosalind Krauss e Nicolas Bourriaud, che rispettivamente hanno coniato termini come Postmedia e Estetica relazionale, nonché al Britannico Julian Stallabrass. Il discorso spesso miope, spesso superficiale e spesso ostile della critica d’arte ha infatti costruito verità inesatte e posizioni illogiche e problematiche sull’argomento, che Bosma qui evidenzia e discute. “I have become convinced of the necessity of art criticism that specifically focuses on art and technlogy as a direct reaction to Bourriaud’s work and his open ostility towards media art at public appearances. This is essentially why, despote a strong desire just to use the term ‘art’, I keep using the term ‘net art” (p.27).

Il libro si apre proprio con un capitolo teorico e complesso che dà conto di tutte le posizioni critiche sull’argomento: Let’s talk Net Art. Una dichiarazione di intenti, come esplicitato nella citazione più sopra riportata, che parla a un pubblico di addetti ai lavori ma soprattutto di non addetti ai lavori, come l’autrice stessa sottolinea, e delinea i confini d un territorio scivoloso, complesso da chiudere, la cui definizione stessa è oggetto di dichiarazioni di intenti e discussioni.

La Net Art cui Bosma fa riferimento è tutt’altro che medium specific, cioè centrata sulla rinegoziazione dell’estetica specifica di opere costruite per Internet. È piuttosto una pratica sviluppata nell’ambito delle culture di Internet, che non rimanda quindi obbligatoriamente alla creazione di una pagina web o di un archivio online, ma prevede processi produttivi fondamentali sull’esistenza di Internet.

Il Net che compone il termine è al contempo sociologico e tecnologico: il network è quello di Internet senza dubbio, ma si riferisce anche a reti (network) sociali. Per questo secondo Bosma bisogna sfuggire dal determinismo estetico radicato nell’enfasi mediatica, o tecnica, o tecnologica. L’accezione tecnologica avvicina infatti la Net Art alle produzioni artistiche che operano sulla sperimentazione dei media digitali, la così detta Media Art, ma la evince da un contesto sociologico ben preciso nella quale si è sviluppata. Internet è al contempo un fattore tecnologico e culturale, uno strumento produttivo e connettivo. La Net Art qui delineata sembra quindi essere una forma di produzione artistica basata sulle possibilità connettive, collettive e condivisibili date da Internet.

Poiché Internet è per l’appunto solo uno strumento, che in un futuro sviluppo dei sistemi di telecomunicazione globali potrebbe essere sostituito da altre possibili forme di Networking, Bosma insiste anche su un altro punto: la Net Art no può essere definita Internet Art.

Se Internet in un futuro potrebbe essere superato e sostituito, l’attitudine della Net Art rimarrà invece invariata.

La scelta di usare il termine “attitudine” è, a mio avviso, niente affatto casuale: hacking as attitude è stata la parola chiave di ben 12 edizioni dell’Hackmeeting in Italia. Non si tratta di giocare con la tecnologia, non si tratta di feticismo tecnico, si tratta invece di avere un’attitudine critica nei confronti di ogni contesto e modello sociale.

Mi sembra interessante ricordare che quest’accezione è i qualche modo molto familiare nel contesto culturale italiano, mentre è quasi estraneo alla cultura anglosassone in cui buona parte della letteratura critica sulla Net Art si è sviluppata.

La cultura della rete italiana, purtroppo svantaggiata nella sua esportazione dall’uso quasi esclusivo di una lingua non globale come l’italiano, è fortemente radicata nel DNA politico, comunitario e fortemente critico dell’Avanguardia culturale del Secondo dopoguerra, e faccio riferimento qui alla storia dei movimenti sociali e controculturali dagli anni Sessanta in poi, quelli descritti da Primo Moroni e Nanni Balestrini nel fondamentale L’Orda d’oro. In vari contesti globali in cui la Net Art si è sviluppata quest’accezione militante e politica invece non è affatto un dato scontato.

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Dalle prime Bbs a progetti come ECN-Isole nella rete, Kyuzz, Inventati/Autistici, Radio Gap, Indymedia Italia, NGV-New Global Vision, solo per ricordare alcune delle realtà che tra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila hanno caratterizzato la controcultura del Paese, l’avanguardia culturale italiana sviluppatasi di pari passo alla cultura della Rete è assimilabile in qualche modo a ciò che Bosma descrive come Net Art.

Modalità di produzione culturale che si serve di Internet come strumento di raccolta, archiviazione e distribuzione di senso. Modalità operative che per sua stessa natura implicano la collaborazione, la compartecipazione, la condivisione, la collettivizzazione di contenuti e processi. In altre parole è lo stesso argomento di cui Deseriis-Marano discutono nel loro libro Net Art – L’arte della connessione, 2003.

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