Maurice Benayoun è uno degli artisti attivi da più lungo tempo tra coloro che utilizzano i media digitali, sia in Francia che in ambito internazionale. Conosciuto principalmente come artista interattivo, il suo percorso di ricerca sull’arte visiva e sul video parte in realtà da esperienze di tipo documentaristico, come testimoniato dai suoi documentari e video installazioni sui più importanti artisti contemporanei degli anni ottanta. Nel 1987 è stato tra i fondatori dello Studio Z-A, uno dei primi esempi di studio professionale atto alla sperimentazione di nuovi approcci all’immagine computer-made.

La storia dell’uso del computer dagli anni ottanta ad oggi è una storia intessuta di infinite ipotesi operative, di fantasie e immaginazioni collegate alle nuove e straordinarie possibilità offerte da questo strumento che da subito si impone come nuova realtà tecnologica, sociale e produttiva ma anche come inedita possibilità di operare nel campo estetico e comunicativo.

Questa presenza nuova è stata in grado di dar vita a una serie di esperimenti a scala globale in cui tutto, cultura e comunicazione, è stato ripensato all’interno delle possibilità applicative dei nuovi media. New Media è al giorno d’oggi un termine sicuramente datato, d’epoca, dal momento che i media digitali sono ormai così diffusi da superare, almeno parzialmente, la loro novità. Ma è anche un termine epocale, e quindi volentieri lo uso per indicare una linea di cultura nascente che caratterizza una fase storica oggi estremamente significativa.

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Il percorso di Maurice Benayoun ha seguito negli ultimi quindici anni gli sviluppi dei new media, come indagine sull’immagine virtuale e sul 3D, sulle forme comunicative della rete e sui dispositivi interattivi. Dalla serie televisiva agli inizi degli anni Novanta intitolata Les Quarks, animazioni 3D narrative e di sapore SF, fino a toccare le problematiche dell’arte immateriale con Art after Museum, Benayoun si è sempre interrogato sulle tematiche dell’arte digitale vissuta come scomparsa dell’opera tangibile. Opera che diventa infinitamente riproducibile, non copia ma replica esatta di un originale perfettamente replicabile.

Fra i suoi lavori più significativi spicca World Skin, A Photo Saphari in the land of War, una delle più importanti realizzazioni di sempre in un ambiente tridimensionale in cui si sono sperimentate molte ipotesi di realtà virtuale. Prodotta nel 1997 per un luogo chiamato CAVE, un vano di tre metri di larghezza dove ogni muro era uno schermo e in cui si usavano occhiali stereoscopici che permettevano di vedere in rilievo, è stata successivamente realizzata come installazione interattiva dal V2 di Rotterdam nel 2010.

Uno spazio 3D dove Benayoun ambienta un viaggio alla scoperta della guerra, nel paesaggio cupo e indeterminato tipico dei videogames rinnovato però da una soluzione originale: sottraendosi alla logica restrittiva della totale ricostruzione 3D inserisce figure fotografiche, graficamente definite, a costruire un percorso infinito e navigabile tra le tipiche immagini della guerra di oggi come di ieri, una navigazione tra le macerie, tra le armi, tra le immagini della violenza. Violenza più ricordata che rappresentata, in un lavoro insieme semplice e complesso tra i più interessanti nella linea della realtà immersiva.

I viaggiatori del 3D, oltre agli appositi occhiali, hanno a disposizione macchine fotografiche con cui riprendere il paesaggio virtuale che, fotografato, scompare e istantaneamente viene stampato. La realtà dei media scompare attraverso la sua stessa moltiplicazione e invasività. Il digital saphari ripropone così la teoria dell’eccesso mediatico e dei suoi effetti di sottrazione o scomparsa dell’informazione. La realtà eccessivamente riprodotta finisce per scomparire.

Altro lavoro di grande interesse è The Tunnel under the Atlantic. Costruito con networks, video e audio comunicazione e musica, è una sorta di “porta digitale” collocata nel Beaubourg che consente una forma di dialogo tra Parigi e Montrèal. Il passaggio nel tunnel ripercorre l’iconografia della lunga storia di cultura e società che ha creato un forte e duraturo legame tra le due città. Spazio e Tempo sono, naturalmente, i problemi in questione. Lo spazio creato nel Tunnel è sicuramente uno spazio simbolico e nel collegamento tra le due estremità del tunnel vi sono momenti di attesa e momenti di comunicazione collettiva.

La connessione diventa elemento di linguaggio e parte fondante di nuove forme di comunicazione virtuale, coinvolgendo sia la struttura che la gente in questo meccanismo comunicativo.

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Quello di Maurice Benayounci sembra un lavoro di ricerca ad alto tasso di comunicazione che utilizza i media digitali perchè i più adatti incontrati nella sua esperienza. Oggi che è in stampa una pubblicazione che ne ripercorre vent’anni di esperienze lo intervistiamo convinti dell’inerenza di questi lavori con l’arte italiana e il suo rapporto con i media digitali.

Lorenzo Taiuti: Che differenze ci sono nel lavorare sui new media, dagli anni novanta a oggi?

Maurice Benayoun: Molte. Negli anni novanta avevamo bisogno di grossi computer specializzati, di Silicon Graphics, utilizzabili solo da tecnici esperti anche per fare le più piccole cose, le cose di base per costruire un lavoro digitale. E poi era diverso l’ambiente di lavoro, che era molto ristretto, poche persone lavoravano sulle ipotesi di un’arte tecnologica. Ci s’incontrava, sempre le stesse persone, in un piccolo ghetto. Oggi possiamo usare dei computer portatili anche per lavori complessi, in più sono nate sezioni multimediali in tutte le situazioni didattiche, accademie come università.

I computer non fanno più paura, oggi sono quasi banalizzati dall’uso quotidiano. Anche se il mondo culturale non è ancora completamente pronto ad accettare l’arte tecnologica, si sente che assistiamo a un processo di assorbimento nel sistema culturale e dell’arte.

Ecco perché il mio lavoro evolve in una direzione che io definisco “fusione critica”. Con questo intendo una fusione fra realtà e finzione tipica dei media, come per esempio i notiziari della Cnn che dimostrano come possiamo creare fiction in versione life-size e in tempo reale. Il pericolo nella comunicazione di oggi ( estetica o spettacolare) è quello di creare illusione e fiction nascondendo la realtà, come nella nota critica di Guy Debord nel suo Società dello spettacolo.

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Lorenzo Taiuti: Per capire meglio: un lavoro verso la didattica ma non verso la metafora? O forse un lavoro per fornire delle chiavi che aprano delle porte?

Maurice Benayoun: La “fusione critica” deve essere elemento di conoscenza, ma la fusione fra realtà e fiction può “distrarre” dalla realtà. E’ cioè l’opposto della concentrazione, intesa come fusione dei processi cognitivi e come funzione non d’intrattenimento, non di astrazione, ma di supporto alla realtà, per aiutarla a diventare visibile.

Lorenzo Taiuti: Un’altra cosa: mi sembra che i new media siano percepiti ancor oggi da molti come “effetti speciali”. Tu cosa pensi a riguardo?

Maurice Benayoun: Si tratta piuttosto di un art/critic effect:: si può fare senso, creare significato con gli effetti speciali. Il punto non è un effetto ma l’atto del guardare e cioè la “memoria retinale” di cui si è parlato più volte.La memoria retinale non è la “seduzione retinale” (contro cui invece il modernismo si è sempre scagliato), ma una vera e propria forma di rappresentazione.

Lorenzo Taiuti: E tornando al concetto di “critical fusion”?

Maurice Benayoun: E’ molto importante, per esempio nel mio lavoro degli street boxes, NeOrizon. Vedo comunque un cambiamento nelle persone e nella visione delle cose, come per esempio gli Yes Men che lavorano vicini al concetto di fusione critica, così come Art Mark, 01010101org, che penso lavorino sulla fusione critica, non solo composta di facili elementi tecnologici ma di nuovi elementi nell’arte.

Open art, arte aperta a tutti i media, aperta al mondo, aperta alla libertà di diffusione e all’ uso della tecnologia. Il “sogno della creazione” diventa non solo il sogno di superare frontiere, ma anche di uscire dalla propria identità. Agire nel mondo diventa più reale del possibile.

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Lorenzo Taiuti: Cerchiamo di precisare la contraddizione apparente fra il “falso tecnologico” e il concetto di “crescita della conoscenza”.

Maurice Benayoun: Si vive sempre più l’idea di una documentazione simbolica del reale. Come il World Trade Center che era insieme luogo concreto di lavoro ma anche simbolo dell’economia e del potere americano. Oggi bisogna inserire il mondo dell’informazione all’interno della “carne del reale”. Nello stesso tempo, questo processo d’inserimento deve creare una presa di coscienza. Anzi, una crisi di coscienza. Io penso che bisogna tornare all’idea dei Situazionisti, per cui l’immagine serve a nascondere la realtà, non a rivelarla.Con questo concetto di “fusione critica” penso si possa parlare di un “decrittaggio” della realtà e delle sue funzioni simboliche.

Lorenzo Taiuti:Mi sembra che finora tu non abbia utilizzato nessuno dei termini classici della tecno-arte, come se volessi prendere le distanze dalla definizione tecnologica dell’arte digitale. Da una parte sono d’accordo con te. Negli anni novanta, contro l’eccesso di “assoluto tecnologico” dei discorsi di allora, sostenevo che l’arte tecnologica fosse nella struttura genetica dell’arte moderna, quindi una delle sue componenti fondamentali. Però vorrei conoscere il tuo punto di vista a riguardo.

Maurice Benayoun: La tecnologia neutralizza la specificità dello strumento, e si ritorna ai “fondamentali” perché la si fa, perché ne si parla. Io non ho mai cercato di dimostrare le possibilità delle tecnologie. Per me fino a quando le tecnologie servono a migliorare e rendere più chiari i rapporti fra me e gli altri, fino a quando servono a comprendere e ad agire meglio sul mondo, fino ad allora sono il mio strumento.

Lorenzo Taiuti: D’accordo con te. Dimmi allora quali sono i tuoi lavori che esprimono meglio questo pensiero, quelli che consideri i tuoi migliori…

Maurice Benayoun: E’ molto difficile perché mi sembra che ogni lavoro esprima e mi faccia avanzare di un passo lungo il mio percorso. Per esempio World Skin è quello che riesce creare la maggiore tensione emozionale e la maggiore coerenza del discorso. E a precisare l’interesse dei contenuti. Mi piace Neorizon nella versione realizzata in Cina, così come Watch out e Cosmopolis. E anche il mio lavoro sulla meccanica delle emozioni, sulle rilevazioni degli umori del pianeta poi solidificati in schemi visivi, in oggetti.

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Lorenzo Taiuti: Sta per uscire, a giorni, una monografia sul tuo lavoro, Open Art. Quanto sei intervenuto nella concezione del libro?

Maurice Benayoun: Il libro Open Art è pensato da altri, una monografia che tratta di tutti i miei lavori. Mi interessa che si siano raccolte le sensazioni e le emozioni di una serie di testimoni che hanno sperimentato i miei lavori; li rende più veri e maggiormente legati all’esperienza umana. Il mio blog The Dump è invece la mia biografia, il racconto dei lavori non realizzati e delle idee che nutrivano questi lavori. Tutto ciò forma un racconto composto da idee e progetti, un data bank a libero accesso. Un critico ha scritto che il mio blog è forse il mio lavoro più interessante.

Questo è curioso ma lo trovo interessante. Il mio blog dura da diversi anni e mi rendo conto che è diventato un’opera a tutti gli effetti. Un’opera composita. Le persone che hanno partecipato al Blog hanno preso elementi dal blog e li hanno utilizzati. Il Blog è così diventato un lavoro che ispira idee così come io stesso mi sono ispirato ad una serie di altri artisti. Chiunque può venire e “servirsi” delle idee .Questo mi sembra un esempio di “arte di transazione”, come mi piace chiamarla, che passa di persona in persona.

Il Blog è diventato infine un testo sulle “intenzionalità” dell’arte, sulle sue idee e sul perché molte di queste non si realizzano. Inoltre ha reso chiaro un’idea del fare artistico come processo di “ri-digestione” del fare artistico che l’ha preceduto.Una critica polacca ha poi utilizzato il blog come tema di stimolo per altri artisti, producendo così nuovi lavori di cui ha organizzato una mostra, che ha il nome stesso del blog, e il sottotitolo Recycling of thougths. Riprendendo il tema del riciclaggio ho quindi io stesso utilizzato le foto dei lavori nella mostra per un altro lavoro costruito sui lavori stessi. Riciclaggio ma anche circolazione e “transazione” delle idee creative.

Lorenzo Taiuti:Quali sono i tuoi prossimi progetti di lavoro? E dove?

Maurice Benayoun: Si farà una mostra a Enghien les Bains con dei miei lavori nuovi, ci saranno delle fotografie e ci sarà un profumo. Il profumo White Cube, l’odore cioè della vernice con cui si ri-imbiancano i muri della galleria per ogni nuova mostra ( il “White Cube” appunto, lo spazio espositivo deputato all’arte moderna ). E’ il profumo che esprime l’arte contemporaneab.La mostra dunque conterrà opere interattive ma anche opere/oggetti insoliti, operazioni concettuali, provocazioni, progetti web.

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Lorenzo Taiuti: A proposito di progetti web, tu dici spesso di sentirti vicino ad artisti come Chatonsky, che però mi sembra lavori soprattutto sul web. Tu hai lavorato molto sulla rete?

Maurice Benayoun: Sì ho lavorato anche sulla rete, due di questi lavori web sono stati esposti anche in Australia inoltre, alcuni dei miei primi lavori digitali erano lavori sulla rete. D’altra parte ho sempre rifiutato di essere catalogato come “un artista web”, un artista della realtà virtuale o altro.

Lorenzo Taiuti:Quindi non credi alle divisioni fra linguaggi?

Maurice Benayoun: Sì, c’è una serie di linguaggi che mi interessano e possono non essere strettamente tecnologici. Il mio periodo più strettamente legato alla tecnologia è stato negli anni novanta, ma mi interessa in generale agire sul mondo e non su una tecnologia.


http://www.benayoun.com/

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