Questo articolo vuole essere l’introduzione ad una serie di interventi intorno ad alcune delle principali questioni filosofiche che la diffusione capillare della rete e la digital society impongono di ripensare. L’obiettivo non è tanto quello di affrontare le tematiche in questione da un punto di vista sistematico, quanto piuttosto quello di re-interpretarle in relazione alle pratiche diffuse in rete e in rapporto alle modalità e agli strumenti digitali attraverso cui esse si manifestano.

La ricerca vuole così essere impostata attorno ad una fenomenologia della rete nella quale l’accezione classica delle più comuni categorie di interpretazione filosofica – tempo, spazio, soggetto, oggetto, percezione, immagine – sembra definitivamente scricchiolare. Si è scelto di partire dal rompicapo del tempo, da un lato per il valore che nella storia del pensiero occidentale ha assunto questa categoria, dall’altro per l’evidenza della morfogenesi in atto nel rapporto tra esso e l’esperienza che di esso l’uomo compie nelle società digitali e informatizzate contemporanee. La questione intorno alla quale vorremmo allora orbitare è la seguente: qual è l’esperienza del tempo che la rete ci propone?

Per farlo cercheremo allora di applicare alla pragmatica della nuova era digitale alcune delle più diffuse ipotesi filosofiche intorno alla questione del tempo, non certo per volerle smentire (almeno non in questa sede) ma semplicemente per cercare di capire quali tra esse possa essere una buona base da cui ripartire per ripensare il problema del tempo.

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Nell’ipotesi kantiana (Critica della ragion pura) il tempo (e lo spazio) si presentano come categorie a-priori dell’esperienza, condizioni di possibilità di qualsiasi percezione sensibile. In Emmanuel Kant la concezione aristotelica del tempo (Fisica) come ordine misurabile del movimento si formalizza in un ordine causale di stampo newtoniano fondato sull’irreversibilità della freccia temporale.

È a partire dai principi di relatività einsteiniana che la dimensione causale del tempo comincia a mostrare i propri limiti, nonostante con le sue teorie Albert Einstein non metta in dubbio l’ordine causale ma si limiti a mostrare come l’ordine causale non sia necessariamente unico e assoluto (cfr.Über die spezielle und die allgemeine Relativitätstheorie). In seguito allo sviluppo della fisica quantistica, inoltre, concepire spazio e tempo come a-priori pensabili indipendentemente da un osservatore – cioè come se fossero categorie decifrabili punto per punto, istante per istante,da una relazione biunivoca – diventa praticamente impossibile (cfr. Il principio di indeterminazione di Heisemberg).

Ora, fedeli al metodo ermeneutico che ci siamo dati, ci chiediamo se effettivamente abbia senso cercare di applicare una concezione categorica e aprioristica del tempo per spiegare il concetto di temporalità in rete. Certo potrebbe apparire bizzarro pensare il tempo in questa modalità ascetico-astratta, considerando il fatto che nel mondo virtuale della rete il tempo chiede praticamente sempre di essere agito da parte di un osservatore – o meglio, di un operatore – piuttosto che di agire, di pre-esistere. E nemmeno il meccanicismo causale sembrerebbe in grado di descrivere questa relazione pragmatica temporale tra l’utente e la rete, perché si potrebbe facilmente sostenere che l’attitudine alla fruizione contemporanea di più pagine – che nasce all’alba della rete attraverso l’idea di iper-testo – sia sintomatico di quanto la sequenzialità causale del tempo stia ormai velocemente abdicando a favore di una simultaneità casuale.

Allo stesso modo l’irremovibile irreversibilità della freccia temporale è messa in dubbio dal fatto che online, attraverso procedure più o meno complesse, è spesso possibile tornare sui propri passi – indietreggiare nella ricerca alle pagine iniziali da cui si è partiti, cancellare posts su Facebook, recuperare i dati eliminati da un sito o da un blog. Certo non sempre, ma sicuramente più facilmente che nella vita reale, dove peraltro la mappatura del genoma e la sperimentazione genica aprono mitologemi d’immortalità che solo per il fatto di prendere la forma di una sperimentazione direzionata ci dovrebbero far riflettere su quanto anche il caposaldo dell’irreversibiltà del tempo meriti di essere ripensato.

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Senza dubbio queste considerazioni ci muovono verso una concezione del tempo nella quale la presenza di un osservatore/ partecipatore assuma una maggior rilevanza. La filosofia di Henri Bergson è la prima che si è spinta in modo sistematico in questa direzione, rompendo con la temporalità meccanica, spazializzata e immobile della scienza einsteiniana e concentrandosi sul concetto di durata come tempo intuito, come l’insieme degli istanti (presenti, passati e futuri) che si danno simultaneamente alla coscienza (cfr. Le pensée et le mouvant).

Già in S. Agostino “non ci sono, propriamente parlando, tre tempi, il passato, il presente e il futuro, ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro” (Confessioni). Queste affermazioni sembrano meravigliosamente riferirsi alla fruizione del tempo in rete, nella quale l’assottigliarsi sempre crescente dell’intervallo di tempo tra l’azione dell’operatore, la reazione del sistema (apertura di una pagina/immagine/video/canzone) e la successiva e ulteriore reazione dell’operatore, crea un cortocircuito nel quale i tempi si accavallano e la simultaneità percepita rimpiazza la cronologia della sequenza.

L’utente sembra interiorizzazione il tempo simultaneo e multi-tasking che la rete impone, in un circolo paradossale nel quale la rete pare esteriorizzare certi meccanismi di funzionamento dell’inconscio (ad esempio la simultaneità), ed esteriorizzandoli li espone alla ri-percezione conscia dell’operatore di fronte allo schermo.

In questo senso internet potrebbe essere pensabile come ad uno specchio deformante e in divenire dell’inconscio: ecco perché probabilmente ha senso dire che l’inconscio è fuori, anzi, è liminale, tra la macchina e l’uomo, nell’inconscio ottico (cfr. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità) come anche nell’atto compulsivo di uploadare in rete le milioni di immagini filmate e fotografate nelle quali la nostra memoria crede di esteriorizzarsi. L’upload, allora, da atto di possesso e dominio nei confronti della realtà (Begriff), diventa un riflesso involontario che sfugge all’analisi cosciente del soggetto e mostra la doppia natura delle immagini registrate e poi uploadate – strumento di controllo e sacche di memoria involontaria. Ecco perché pensare alla rete come all’esteriorizzazione del sistema nervoso umano (cfr. Derrick De Kerckhove, La pelle della cultura) è una buona metafora anche per parlare del rovesciamento tra il visibile e l’invisibile di una serie di meccanismi/ automatismi considerati inaccessibili consciamente.

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Il tempo della rete sembra dunque assomigliare al tempo inconscio del sogno, nel quale la metamorfosi degli stati percettivi è in perenne deiscenza – perennemente in atto e infinitamente potenziale -, nel quale il missing moment (cfr. Robert Pollack, The missing moment, How The Unconscious Shapes Modern Science) inteso come l’intervallo tra la percezione in tempo reale e i quaranta millesimi di secondo necessari al suo divenire cosciente si annulla. Proprio la rincorsa di un tempo reale sempre presente, di un hic et nunc immortale e di una fruizione pluricentrata e simultanea nella quale il cervello diventa in grado di elaborare consciamente pensieri di natura diversa – fare un calcolo matematico e ascoltare simultaneamente, empaticamente e consciamente un proprio amico – è la forma della metafisica implicita sulla quale si fonda la concezione del tempo informatizzato.

In essa, forse, si manifesta il desiderio più profondo della biopolitica contemporanea, quello di colonizzare economicamente l’istante, il momento più puro e più facilmente afferrabile della nuda vita (zoe), di quella vita singola precedente alla comunità che invece proprio attraverso le tecnologie dell’istante potrebbe riuscire a ridefinirsi continuamente come nodo attivo (bios) di micro-comunità aracnoidi, rizomatiche, n-1 (cfr. Gilles Deleuze, Pierre-Félix Guattari, Mille plateaux).

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