Parigi si sta dimostrando sempre più attiva sulla scena delle innovazioni artistiche digitali. Nel 2001 è nato Le Cube a Issy (http://www.lecube.com), nel 2008 il CentQuatre 104 (http://www.104.fr), nel 2011 la Gaîté Lyrique (http://gaite-lyrique.net). Tutti centri di creazione digitale che ospitano residenze e progetti artistici. Piattaforme di creatività e di sonorità avant-gardiste, aperte a installazioni, esposizioni, teatro, danza, ritmo e noise.

Pierrick Sorin, artista multimediale che esprime se stesso tramite vari mezzi quali il suono e le installazioni video, ha presentato al CentQuatre il progetto intitolato: 22:13 (questo titolo è suscettibile di essere modificato da un minuto all’altro). L’artista si concentra sui corto metraggi, sull’arte del bricolage, sull’arte del raccontare attraverso immagini e proiezioni.

Un pubblico molto vario ha riempito la sala, occupando persino i posti delle scalinate, un pubblico che apprezza il lavoro alla frontiera tra installazioni, video, umore e poesia. Lo spettacolo è un concentrato di immagini, riprese, creatività, monologhi e messe in scena derisorie di personaggi inventati che invita lo spettatore a entrare all’interno di un atelier ingombro di schermi, telecamere, tavoli da lavoro, colori e maschere…

Pierrick Sorin debutta negli anni Ottanta con piccoli autofilmati girati in super-8. In molti dei suoi progetti è attore, regista e critico, ma in 22:13 trova nell’attore Nicolas Sansier un alter ego in sintonia con la sua creatività e il suo umore.

Il protagonista si muove freneticamente da un angolo all’altro dell suo atelier alla ricerca di un idea nuova, usa un linguaggio molto ricercato, riordina i suoi materiali, spazza per “pulire lo spazio dagli errori”. Si muove solo nel suo spazio creativo, autoriprendendosi, ponendosi delle questioni alle quali risponde lui stesso, proponendosi dei progetti, rifiutandoli, posticipandoli.

Nicolas Sansier, una sorta di Gregor Samsa in versione digitale, si sveglia, si addormenta, si assenta, riflette, si invita a pranzo, rifiuta, trova nuove idee per i suoi progetti artistici, le appunta, le straccia, le riprende, le riordina, le abbandona in fine. Ci sentiamo in trans, presi da questo vortice di eventi autoripresi e proiettati su più schermi contemporaneamente.

In questo modo l’immagine diventa il mezzo tramite il quale l’artista trasforma i suoi ritmi quotidiani in capitoli tragicomici. Lo spettacolo inizia con Nicolas Sansier intento a pulire i 3 colori primari RGB da una lastra di vetro. Non ci è ancora chiaro se il protagonista è il vero protagonista dello show, se è il solo protagonista, così come non ci è chiaro se siamo sullo stage o nel backstage.

Siamo presi dal ritmo incalzante delle sue azioni, dalla sola voce in campo, e ci sentiamo pubblico. In tutto questo, ciò che è interessante è lo stile usato da Pierrick Sorin: l’artista miscela i vari media, mette in scena la creazione artistica, condivide l’immagine con il pubblico che è al tempo stesso spettatore del visivo e del sonoro, del processo creativo e del suo risultato.

Definire il lavoro di Pierrick Sorin non è quindi semplice, soprattuto se si conoscono le sue passioni passate: da adolescente desiderava diventare scrittore, prima di scoprire che tutto era già stato scritto e abbandonarsi all’arte, lasciandosi affascinare dal video per arrivare a condensare e a diffondere le sue passioni. Pierrick Sorin preferisce rappresentare l’immagine di un ardente lavoratore indipendente, piuttosto che quella di un artista.

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Dopo lo spettacolo, Pierrick Sorin ha risposto alle mie domande circa la sua performance e il suo lavoro.

Alexandra Purcaru: Che cosa ha ispirato questo one-man-show? Mi dica qualche cosa di più sul suo progetto 22h13 (questo titolo è suscettibile di essere modificato da un minuto all’altro)

Pierrick Sorin: 22h13 (questo titolo è suscettibile di essere modificato da un minuto all’altro) è un ritratto dell’artista all’interno dell’atelier e un aggiornamento del processo creativo. Si vede una persona che crea delle cose, che dubita … che rivela allo spettatore come emergono le sue idee….che rivela anche i suoi “trucchi” tecnici, i suoi “bricolages”. Quello che precede l’esistenza materiale, visibile di un oggetto artistico è spesso più interessante del prodotto finito.

L’ oggetto d’arte finito (intendo con questo un oggetto appartenente alle arti plastiche così come allo spettacolo e al cinema) è un po’ statico. Si allontana dalla vita reale in cui il vagabondaggio, il conflitto e il fallimento sono importanti. L’oggetto finito nega spesso per sua stessa perfezione, il processo che lo ha prodotto. In questo spettacolo ho voluto esprimere il retroscena mentale e materiale della creazione e mostrare le interazioni tra vita reale e creazione. Un artista francese di nome Robert Filiou una volta disse: “L’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte”. Questa frase il cui significato non è necessariamente facile da afferrare, ha ispirato il mio lavoro.

Alexandra Purcaru: Come mai la scelta di un titolo “instabile”?

Pierrick Sorin: Negli ultimi anni la comunicazione ha imposto la sua tirannia. Arriviamo persino a creare degli oggetti d’arte arte non per il loro valore estetico, ma perchè siano “un pretesto per comunicare”. Nel contesto di questa “tirannia della comunicazione” sono stato tormentato, ancora prima di aver scritto una sola linea dello spettacolo, al fine di dare loro un titolo di modo che i “comunicatori “ possano fare il loro lavoro.

Mi sono chinato sulla richiesta e mi sono dato l’illusione di rimanere un po’ libero, scegliendo un titolo instabile, un titolo che è anche l’immagine del tempo che scorre e rende tutto un po’ volatile e fragile.

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Alexandra Purcaru: Perché i teatrini ottici, presentati nel contesto della mostra, sul suo lavoro di scultore al CentQuatre, sono presentati anche nello spettacolo?

Pierrick Sorin:Volevo che il pubblico fosse in grado di vedere allo stesso tempo il processo di creazione (gli oggetti artistici in procinto di essere realizzati nello spettacolo) e gli oggetti finiti (le opere esposte). Desideravo che l’esposizione e lo spettacolo dialogassero un po’, o almeno che dessero l’impressione del dialogo.

Alexandra Purcaru: Nello sua performance, lei esplora la relazione esistente tra suono (lo squillo continuo del telefono e della segreteria) e le immagini (proiezioni sui tre schermi). Cosa la interessa e cosa la affascina in questo tipo di comunicazione visiva e sonora?

Pierrick Sorin: In questo spettacolo, gli elementi sonori, quelli che sono ricorrenti e che ritmano più o meno la messa in scena, sono piuttosto quotidiani di un realtà alquanto banale ( in particolare lo squillo del telefono). Funzionano proprio come contrappunto delle costruzioni visive entro l’immaginario e la poesia. I suoni ricorrenti portano l’artista in una realtà che lo annoia, alla quale sembra inadatto.

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Alexandra Purcaru: In 22:13 assistiamo a una moltiplicazione dei punti di vista: una performance live che è al tempo stesso proiettata su vari schermi. Penso ad esempio alla scena dove il protagonista mischio i tre colori primari; come mai la scelta di amplificare le azioni che altrimenti sono così semplici?

Pierrick Sorin:Sono videasta. Sebbene il video non sia la forma d’espressione artistica che considero come la più ricca, essa ha alcune qualità interessanti che mi hanno sempre guidato, come quella di permettere in maniera assai immediata delle “variazioni di punti di vista”. Il cambiamento d’angolo, cambiamento di scala, la frammentazione della realtà, tutte queste cose si combinano per arricchire la mente, per aprire degli spazi poetici nei quali scivolano spesso le questioni più metafisiche. Le azioni semplici hanno sempre una risonanza metafisica. Cambiare il punto di vista è a volte un modo per sentire questo tipo di risonanza.

Alexandra Purcaru: Lei è artista, videoasta, inventore di storie delle quali è spesso il solo attore. In 22:13 ci troviamo difronte all’affresco di un artista contemporaneo. Come mai non vediamo mai dei personaggi esterni? Qual è il rapporto tra l’artista e il mondo esterno?

Pierrick Sorin: Ho un carattere abbastanza chiuso. Amo la gente in generale, ma penso che in fondo il genere umano sia condannato alla solitudine. Sono anche tentato dalla teoria del “solipsismo”, da un punto di vista teorico, almeno. Pierre Levret, personaggio di 22:13 vive una relazione con l’altro in un modo immaginario in cui domina il simulacro (si traveste, mette una parrucca per “fare l’altro”). Anche il suo psicoanalista è un avatar di se stesso.

Detto questo, se non fossi stato figlio unico avrei forse avuto una visione molto diversa delle cose. Non sono competente per parlare in maniera generale del rapporto dell’artista con il mondo. Ho solo l’impressione che l’artista sia spesso un ritardato mentale. O, più sobriamente, qualcuno che trova difficoltà nell’adattarsi a un mondo esterno fatto di varie difficoltà e di conflitti permanenti.

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Alexandra Purcaru:La sua maniera di raccontare le giornate dell’artista mi ricordano le giornate di Mrs. Dalloway: lei moltiplica gli eventi come in un diario intimo sonoro e visivo che è al tempo stesso raccontato e messo in scena. Come è riuscito a gestire il ritmo del diario intimo e il ritmo della vita frenetica dell’artista?

Pierrick Sorin: Nella vita reale oscillo come tante persone – ma più degli altri, senza dubbio – tra pensieri interiori un po’ “molli” e dei momenti di iperattività. Ho costruito la mostra su questa dualità, semplicemente seguendo la mia inclinazione spontanea.

Facendo attenzione comunque a fare alcune pause nel ritmo, al fine di tenere alta l’attenzione degli spettatori. 22:13 è un opera sincera e assai spontanea, ma resta comunque uno spettacolo: ci sono delle costruzioni e alcuni effetti stilistici, destinati a rendere le cose accettabili, persino “gradevoli”. Malgrado quanto possiamo essere chiusi, amiamo tutti farci amare dagli altri.


http://www.pierricksorin.com/

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