Partiamo da un assunto: non sono un critico cinematografico e più in generale non mi occupo esclusivamente di cinema sperimentale. Questa analisi del lavoro del regista d’avanguardia Peter Tscherkassky, nato a Vienna nel 1958 e ultimo vincitore della sezione Nuovi Orizzonti alla 67ima Mostra del Cinema di Venezia nel 2010 con il lavoro Coming Attractions, peccherà forse di quegli elementi lessicali e di analisi maggiormente familiari alla critica cinematografica più ortodossa, e presterà inesorabilmente il fianco ad una lettura radicale del testo che segue.

Ciò nonostante la mia intenzione è di porre l’accento sull’opera del cineasta austriaco nei termini dell’importanza che a mio avviso ricopre non solo nei confronti dela settima arte, ma anche e soprattutto verso la produzione e la ricerca audiovisiva intesa come possibilità estetico-espressiva del rapporto suono-immagine.

Tra gli ospiti più attesi della prossima IX MAGIS Film Studies Spring School di Gorizia, che si svolgerà nella “città giardino” bagnata dal fiume Isonzo dall’8 al 14 Aprile prossimi, Peter Tscherkassky presenterà proprio la sua ultima fatica Coming Attractions, realizzata in un periodo di quasi due anni in collaborazione con la moglie, la filmaker statunitense Eve Heller; e su questo lavoro verte, chiaramente, l’intervista che arricchisce e completa questo articolo.

E’ sicuramente limitante considerare Peter Tscherkassky solo come un regista. E’ infatti molto di più: è cinesta, sì, ma è anche sperimentatore ossessivo di linguaggi, tecniche, strumenti e possibilità espressive legate all’uso e abuso del materiale filmico. Al contempo, è autore di testi critici, organizzatore di eventi legati al cinema sperimentale e al foundfootage, nonchè direttore del festival Diagonale di Graz (http://www.diagonale.at/) e stimatissimo fondatore e direttore della Sixpackfilm (http://www.sixpackfilm.com/), dal 1991 al lavoro per la produzione e promozione di lavori di cinema sperimentale e di video arte austriaci.

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Il suo ultimo lavoro, Coming Attractions, è una riflessione sui possibili punti di contatto tra il cinema delle origini e le avanguardie, nella loro comunue capacità di creare una forma di attrazione, da cui il titolo dell’opera, tra cineasta, attore e pubblico. Spostando l’idea e l’attenzione sul contemporaneo, Peter Tscherkassky mette in evidenza in Coming Attractions le possibilità intrinseche nascoste nei commercials, nei messaggi pubblicitari, come modalità del tutto peculiari di innescare una forma di attrazione emotiva tra regista, prodotto (attore) e spettatore (pubblico).

La materia audiovisiva di Coming Attractions è ottenuta elaborando materiale di footage proveniente da varie campagne pubblicitarie. Da sempre cara al regista austriaco, la pratica del found-footage è accompagnata dall’uso del formato CinemaScope già nella trilogia omonima composta da alcuni suoi ultimi lavori, come il pluripremiato Outer Space (1999), Dream Work (2001) e Instructions for a Light and Sound Machine (2005). Il metraggio trovato, cercato, estrapolato sia dalla storia del cinema che dalle pellicole contemporanne, diventa per Tscherkassky punto di inizio di un lavoro ossessivo sui dettagli del fotogramma, una decostruzione iconografica, un gioco di sovrimpressioni, un attacco frontale ai sensi dello spettatore, immerso nell’alternarsi martellante del ritmo del flicker.

L’occhio cerca un residuo di forme nella proiezione che si fa materia di sola luce e ombra, cerca tracce dell’immagine originaria che il film porta ancora con sè, pur nella più radicale manipolazione.

Tramite una modalità di lavoro anarchicamente e fieramente analogica, in grado di operare con i fotogrammi delle pellicole 16mm e 35mm “trattandoli” come singoli scatti fotografici su cui lavorare in camera oscura e da cui ricavare la massima potenzialità immersiva in fase di editing e montaggio, lavori come Shot-Countershot (1987), Manufraktur (1985) e gli stessi Outer Space (1999) e Instructions for a Light and Sound Machine (2005) rappresentano un chiarissimo esempio di come le tecniche moderne di composizione audiovisiva digitale paghino ancora dazio di fronte alla potenza espressiva, alla capacità sinestesica e alla complessità multistratificata di campi, controcampi, illuminazioni e tecniche di montaggio che solo il lavoro su Super8 e pellicola è in grado di garantire.

Senza in questo dimenticare il bellissimo lavoro sul suono che caratterizza tutti i film di Tscherkassky, realizzato spesso dal musicista Dirk Schaefer, ma altrettanto spesso dallo stesso autore creando traccie sonore “ottiche” direttamente in camera oscura, come nel caso de L’Arrivée (1997-1998), Outer Space (1999) o Nachtstück (Nocturne), la cui partitura sorregge e arricchisce (o forse è il contrario) il montaggio ritmico delle immagini e l’uso costante del flicker.

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Di tutto questo e di molto altro ancora ho parlato con Peter Tscherkassky nell’intervista che segue:

Marco Mancuso: Peter, vorrei iniziare parlando del tuo ultimo lavoro Coming Attractions, vincitore alla 67ima edizione della Mostra dei Cinema di Venezia, nella sezione Nuovi Orizzonti. Puoi dirmi qualcosa sull’idea del progetto e la sua possibile relazione con i tuoi film precedenti? In special modo riguardo ai riferimenti al cinema delle origini, a quella sua dimenzione “attrattiva” che è chiara sin dal titolo di questo lavoro e che è presente in tutta la tua produzione…

Peter Tscherkassky: Beh, relativamente alla relazione possibile tra Coming Attractions e i miei film precedenti, posso dire che ho cercato, in quest’ultima opera, di lavorare su qualcosa di profondamente diverso rispetto alla trilogia CinemaScope, così come a Instructions for a Light and Sound Machine, in cui si può percepire molta violenza, un impatto sicuramente pesante. Dopo questi lavori, volevo creare una sorta di commedia, un film più leggero, in grado di colpire il cuore. Quando ho visto per la prima volta queste bellissime pubblicità che erano capitate tra le mie mani per caso, ho subito capito che potevano fornire il materiale di partenza per la realizzazione di un film con questo nuovo tipo di approccio.

Per quanto riguarda invece la relazione tra il cinema delle origini e le avanguardie all’interno di Coming Attractions, guarda sulla homepage del mio sito e vai alla pagina relativa al film: lì, puoi trovare un breve testo che descrivere esattamente questo punto.

Marco Mancuso: Coming Attractions è stato prodotto insieme a tua moglie, la regista Eve Heller. Insieme, presenterete il lavoro a Gorizia, alla prossima IX Magis Spring School / Film Forum organizzata dal DAMS dell’Università di Udine, dall’8 al 14 Aprile prossimi. Puoi parlarmi di questa collaborazione?

Peter Tscherkassky: Fino ad oggi, avevo prodotto i miei lavori in camera oscura, dal primo all’ultimo frame, seguendo una trama ben precisa e conoscendo le sequenze e la forma complessiva del film. Dopo aver generato tutto il materiale in camera oscura, mi era necessario un piccolo lavoro in fase di editing. Letteralmente poche ore. Con Coming Attractions ho adottato un approccio diverso. Ho prodotto tantissimo materiale in camera oscura, sulla base del materiale commerciale estremamente ripetitivo con il quale mi sono trovato a lavorare, e solo dopo ho iniziato a editare, montare e dare forma a tutto questo materiale grazie all’assistenza di una regista come Eve Heller, abituata a lavorare con materiali di footage.

Lei è stata in grado di guardare il materiale con gli occhi vergini di qualcuno che non è completamente immerso in un lavoro da oltre due anni, e questa prospettiva è stata di grande aiuto per me. Inoltre, essendo lei stessa una regista d’avanguardia, ha un grande senso del ritmo visivo e dell’importanza e del significato di ogni singolo frame. Siamo stati in grado di lavorare sul taglio finale del film con una profonda, veloce e mutua conpartecipazione. Eve ha inoltre contribuito ad alcune idee che abbiamo portato a termine sfruttando la soundtrack composta da Dirk Schafer.

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Marco Mancuso: Parlando ancora di Coming Attractions, se guardi indietro ai tuoi lavori precedenti, riesci a individuare una sorta di percorso, uno sviluppo possibile tra i tuoi primi film e gli ultimi, in termini soprattutto dell’uso del found-footage come strumento? Intendo dire, hai la percezione che lo sviluppo dei linguaggi, delle contaminazioni, delle nuove tecnologie se vogliamo, dei nuovi formati, abbia infulenzato in qualche modo l’uso che fai di questo strumento?

Peter Tscherkassky: Di base, con ciascuno dei miei film in camera oscura, ho sviluppato piano piano una serie di competenze per quanto riguarda il trattamento del found-footage, la stampa a contatto, utilizzando diverse fonti luminose, la selezione delle immagini e la combinazione di differenti fonti e materiali. Se prendi in considerazione Manufracture, il mio primo film in puro found-footage, realizzato in camera oscura (che si può trovare sul DVD Films from a Dark Room, prodotto per la label Index), dopo aver realizzato questo lavoro, ho iniziato ad avere un interesse sempre maggiore per le “storie”, per le trame da raccontare e mi sono quindi adoperato per sviluppare delle strategie maggiormente narrative.

In questo senso, sono sicuramente stato influenzato dalle nuove tecnologie, dai nuovi formati: però queste forme non sono mai state “nuove” e “innocenti”, ma sono state progettate per sostituire i film analogici. Un film analogico è però un medium artistico, che non può essere sostituito dalle tecnologie digitali, poichè le materialità dei due media sono completamente differenti e non hanno nulla a che fare l’una con l’altra. Io ho deciso di realizzare dei lavori che illustrino e celebrino la qualità dei film analogici, che non può essere sostituita da alcun media non-analogico.

Marco Mancuso: La filmografia d’avanguardia è sempre stata considerata piuttosto iconoclasta. Come tu stesso hai puntualizzato: “The avant-guard authors work on an investigation of the actual image, whose reality must be created within that image itself”. I registi d’avanguardia sottolineano spesso la qualità artificiale del medium nel loro lavoro, privando l’immagine cinematografica delle sua stessa identità e lavorando spesso con tecnologie che sono diventate quelle elettroniche (e poi digitali) negli ultimi decenni.

Tu cosa pensi della produzione audiovisiva contemporanea? Non trovi una sorta di parallelismo, in particolar modo in seguito alla grande influenza che la tecnica del found-footage ha esercitato sulle pratiche produttive e performative contemporanee, con i movimenti delle avanguardie nei termini di una sorta di distacco dell’immagine iconoclasta, reale, fino a considerarla quasi come un territorio di analisi e sperimentazione tecnica ed estetica?

Peter Tscherkassky: Ad essere onesti, non sono molto esperto degli sviluppi recenti sulle avanguardie elettroniche e digitali per rispondere a questa domanda. Da quello che ho potuto vedere e da ciò che conosco, hai assolutamente ragione. Sembra esserci una tendenza piuttosto forte verso l’astrazione e se decidiamo di usare il termine “iconoclasta”, abbiamo sicuramente una forma di “iconoclastismo” all’opera.

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Marco Mancuso: Hai iniziato a lavorare con tecnica Super 8, che tu stesso riconosci come “a microscope which allowed us to see beneath the skin of reality and make the internal lives of images visible in a way that was not possible with any other format”. Tutti i tuoi sforzi in termini di lavoro sulla grana dell’immagine, sulla risoluzione, sulla produzione, sull’espressionismo delle ombre e delle luci, si spingono verso una sensazione di distruzione, di rovina, di pathos.

Tutto ciò, in anni in cui i media “immateriali”, come il video o le immagini generate da computer, sono via via diventati lo strumento centrale e più importante di produzione. Se dovessi immaginare una possibile tecnologia di domani, non necessariamente digitale o virtuale, in quale direzione ti piacerebbe che potesse implementare le potenzialità di osservazione voyeristica della realtà fornite dal Super 8, dai 16mm o anche dai 35mm?

Peter Tscherkassky: Il mio lavoro è profondamente attratto dall’esplorazione della materialità di un medium. In questo senso, non posso rispondere su come potrei lavorare su un nuovo medium che si sviluppi nel prossimo futuro, le cui qualità specifiche non posso prevedere. Io ho bisogno della frizione delle limitazioni date dal materiale stesso, per poter generare e sviluppare le mie idee.

Marco Mancuso: In molti tuoi lavori fai uso di ciò che tu stesso chiami “the physics of seeing”. Sono molto interessato all’aspetto psicologica dei tuoi lavori, nell’idea che lo stimolo fisico/percettivo possa condurre lo spettatore verso alcune precise domande su ciò che ha appena percepito. La sequenza di immagini nei tuoi film, l’uso quasi solido del flicker, l’assalto da parte di luci ed ombre, sono tutti strumenti che vengono usati per approfondire questo livello di ricerca. Mi meraviglia quasi che tu non abbia mai tentato di esplorare l’ambito delle installazioni audiovisive immersive, ad esempio, allo scopo di arricchire questa dualità fisica/psicologia dei tuoi lavori. C’è una ragione particolare?

Peter Tscherkassky: No, direi di no. Mettiamola così, fino ad oggi sono stato interessato soprattutto ai film proiettati. Nel caso dei miei film in camera oscura, ho usato pellicole a 35mm e più spesso il CinemaScope. La mia opinione è che per quanto concerne l’arte delle immagini in movimento, questi sono gli strumenti sicuramente più potenti a cui posso avere accesso per produrre lavori a un livello veramente low-tech. E quando dico “low-tech”, intendo dire veramente “low”. Non puoi immaginare quanto “low” sia il mio livello tecnico quando realizzo i miei film.Di conseguenza, non ho bisogno di un produttore, di un grande budget, di tecnici, di annoiarmi a trovare uno spazio dove montare la mia installazione, di curare la presentazione dei miei lavori e così via.

Tutto ciò che devo fare è di trovare abbastanza tempo e spazio mentale per realizzare il mio lavoro. Quando ho finito, lo metto nelle mani dei miei distributori e ho finito. Considero la mia posizione in questo contesto come un meraviglioso privilegio. Questo non vuol dire che escluda del tutto la possibilità che un giorno sviluppi un’idea, un concept o che riceva un’invito veramente eccitante a realizzare un’installazione. E non dubito che l’aspetto specifico/psicologico del contesto circostante possa essere essenziale per l’installazione.

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Marco Mancuso:Anche il suono è un fattore molto importante nei tuoi film. Un paesaggio che è costantemente presente a un livello primario, spesso connesso con il ritmo e l’impatto delle immagini. In che modo i tuoi interessi di musica contemporanea ed elettronica hanno influenzato le trame sonore dei tuoi film?

Peter Tscherkassky: Ho sempre ascoltato musica contemporanea, da quando l’ho conosciuta a scuola a 18 anni. E ho sempre avuto un forte interesse verso la musica concreta, in entrambe le sue forme: la prima, vera, musica concreta, quella di Pierre Schaeffer e del primo Pierre Henry per intenderci, ma anche in quella più tarda, nella forma di musica elettronica, sviluppata principalmente dal Groupe de Recherches Musicales (GRM) all’IRCAM di Parigi. Mi è sempre sembrato piuttosto naturale cercare di combinare il mio amore verso questo genere di musica, con i miei film.

Ma se ci pensi, ho anche usato musica popolare, come la hit Happy End di Anne Cordy, o la musica folk greca, come in Kelimba. E naturalmente, ho creato traccie sonore “ottiche” direttamente nella camera oscura, come nel caso de L’Arrivée, Outer Space o Nachtstück (Nocturne). E’ sempre stata una vera sfida, nonchè un’esperienza gratificante, lavorare con il suono e sono totalmente incline a una sempre maggiore sperimentazione in questo senso. Al contempo, amo collaborare con musicisti e compositori come Armin Schmickl, Kiawash Saheb-Nassagh e soprattutto Dirk Schaefer, che ha composto infatti le colonne sonore di Instructions e Coming Attractions.

Marco Mancuso: L’uso del found-footage e l’utilizzo di specifiche tecniche filmiche ti è funzionale per evidenziare il concetto di “film come specchio della realtà”. Mi è sempre sembrato un modo piuttosto politico di essere artista: questa tensione nel trasmettere una sorta di energia audiovisiva allo spettatore è, secondo me, una forte azione antagonista. Come è cambiata la tua attitudine ad essere un regista diciamo “politico”, nel corso degli anni?

Peter Tscherkassky: Posso dire che ogni forma d’arte avanzata ha una tendenza verso “l’illuminazione”, poichè per essere compresa e apprezzata ha bisogno di “essere illuminata”, oppure di un pubblico con una mente sufficientemente aperta, con un forte desiderio a riflettere sui propri sistemi di comprensione, su come percepisce e decodifica la realtà. Dubito che questo mi renda un artista “politico”, nel senso che normalmente si usa per descrivere questo ternine: però, spero di essere un artista politico nei termini che userebbe Theodor Adorno.

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Marco Mancuso: La trilogia CinemaScope, nonchè Instructions for a Light and Sound Machine, sono stati presentati rispettivamente alla Rassegna di Cinema di Cannes nel 2002 e nel 2005. Inoltre, come detto, Coming Attractions è stato presentato alla 67ima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2010. Quale è il tuo approccio verso l’industria cinematografica e i festival mainstream?

Peter Tscherkassky: Beh, parlando di “registi politici”, ti devo dire che non è tanto cambiato il mio approccio ai festival mainstream, quanto forse l’attitudine stessa di questo tipo di industria. Io non voglio essere parte dell’industria cinematografica o del cinema commerciale, ma voglio fare i miei film affinchè vengano visti: sembra che ultimamente i festival mainstream siano sempre più interessati ai miei progetti, invitando i miei film, proiettandoli e talvolta premiandoli.

Fino a quando avrò la percezione che questo processo non sta corrompendo il mio lavoro, per me andrà bene. Naturalmente, questi inviti hanno un fortissimo effetto collaterale: allargano cioè l’attenzione verso un pubblico molto più vasto rispetto a quello delle avanguardie, e questo aiuta tantissimo a diffondere l’idea di una forma di cinema non commerciale, una specie di contro-cinema.

Marco Mancuso: Hai spesso lavorato come curatore e ideatore di simposi, proiezioni e festival focalizzati sui film studies, su autori d’avanguardia, sul found-footage stesso. Sei stato anche direttore del festival Diagonale in Austria. Parlaci di questa tua doppia veste di artista e curatore, come la gestisci? E come, questa tua doppia attività, si integra con la gestione della Sixpack Film ad esempio, nella selezione dei lavori da produrre e distribuire?

Peter Tscherkassky: Principalmente, lavoro come curatore e organizzatore per guadagnare soldi. Non guadagno abbastanza per vivere solo realizzando film. Ma al contempo, sono sempre stato interessato a sviluppare e allargare l’infrastruttura attorno ai nostri film, e questa è la ragione principale per cui ho fondato la Sixpack Film nel 1991. All’inizio, volevamo semplicemente organizzare un festival sul found-footage a Vienna, uno dei primi nel suo genere in tutto il mondo, ma poi decidemmo di continuare il nostro lavoro come entità di vendità e distribuzione; e fino ad ora lo abbiamo fatto con grande successo.

Sarebbe bello che ogni paese avesse un’organizzazione come la Sixpack Film, incoraggerebbe i giovani registi a iniziare e proseguire con il loro lavoro. Fa veramente differenza sapere che esistono delle buone chance che i tuoi film o i tuoi video vengano proiettati nei festival o in altre location. Comunque, sebbene io sia ancora il responsabile della Sixpack Film, non sono più coinvolto negli affari quotidiani: la selezione dei film che vengono rappresentati da noi è da sempre nelle mani di una giuria indipendente. Ogni due o tre anni, i membri di questa giuria cambiano, in modo tale da garantire un flusso costante di prospettive e opinioni. E’ un sistema che si è dimostrato sicuramente molto efficace.

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Marco Mancuso: Infine, su cosa stai lavorando al momento? Hai già qualche idea per il tuo prossimo film?

Peter Tscherkassky: Al momento sto lavorando come editor per un libro inglese sulla storia del cinema d’avanguardia austriaco, dal titolo Film Unframed. Eve Heller, che è cresciuta come bilingue, sta traducendo dal mio testo in tedesco e il libro stesso sarà pubblicato dall’Austrian Film Museum and Synema, come parte della loro serie di pubblicazioni di grande successo. Il libro uscirà in Novembre. A quel punto inizierò a lavorare sul mio prossimo film e sì, ho qualche idea, assolutamente: quindi, state all’erta!

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