Recentemente si parla parecchio di lei e le sue opere sono molto richieste nei centri di new media art di tutto il mondo. L’abbiamo vista all’Ars Electronica di Linz dell’anno scorso, dove la sua performance As an artist, I need to rest (http://www.soniacillari.net/As_an_artist_I_need_to_rest.htm) è stata considerata praticamente all’unanimità una delle proposte più interessanti del variegato e prestigioso festival.

Pochi mesi fa si è portata a casa il primo premio del concorso Vida 13.0 della Fundación Telefónica, con il suo progetto Sensitive to Pleasure (http://www.soniacillari.net/Sensitive_to_Pleasure.htm). Questo, solo per citare i suoi successi più recenti e tralasciando per un attimo la serie di residenz,e negli anni passati, presso istituti come il V2_, Institute for the Unstable Media (2004), il Rijksakademie van beeldende kunsten (2004-2005), STEIM: Studio for Electro-Instrumental Music ( 2006 and 2010), il Netherlands Media Art Institute/NIMK (2006 and 2010), [ars]numerica (2009) e la Claudio Buziol Foundation (2010).

Stiamo parlando ovviamente di Sonia Cillari, artista originale che ormai da diversi anni porta avanti un discorso molto personale e coerente offrendo allo spettatore un modo di entrare dentro l’opera, di sentirla, di viverne realmente l’esperienza. Titolare di una Honorable Mention al Prix Ars Electronica, Interactive Art nel 2007 è oggi docente presso Frank Mohr Institute, IME Interactive Media Environment Department, nonchè parte del team dell’Optofonica Laboratory for Immersive ArtScience di base ad Amsterdam.

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Per Digicult l’aveva già intervistata (http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=882) Silvia Scaravaggi nel 2007, ma l’interessante evoluzione del percorso di questa artista, che riesce ad accorciare sempre più la distanza tra l’opera e il pubblico, merita un’incursione più aggiornata. Nel corso del suo cammino che la porta dall’architettura alla media art, dall’Italia (dove è nata) ad Amsterdam (dove attualmente risiede), Sonia ci dimostra come lo spazio e il corpo sono interfacce che agiscono l’una sull’altra, attraverso il linguaggio della percezione e della sensazione.

Barbara Sansone: Napoli, Roma, Parigi, Barcellona, Amsterdam: le cinque fasi principali del tuo percorso formativo. Senza citare le varie tappe della tua carriera artistica, che ti hanno portato e continuano a portarti in diversi angoli del mondo. Credi che questo nomadismo, ormai tipico della nuova arte, sia fondamentale per nutrire la crescita di un artista? Ha un significato ancora più particolare in un percorso come il tuo, dove lo spazio assume un ruolo specialmente importante?

Sonia Cillari: Ho la fortuna di essere curiosa e questo mi ha aiutato nella scelta del mio percorso formativo. Secondo me il nomadismo non è fondamentale per la crescita di un artista, ma di sicuro favorisce una certa “attitudine alla vita”. Inoltre contribuisce ad alimentare una vivacità espressiva, che si rende necessaria quando si devono affrontare le differenti condizioni di un nuovo ambiente artistico e sociale.

Per quanto mi riguarda, viaggiare tanto e specialmente presentare i miei lavori in diversi paesi mi attrae soprattutto per il confronto che si genera sui temi che esploro nel mio lavoro. La reazione del pubblico è una componente fondamentale della mia ricerca e quindi la diversità del confronto è un elemento che mi arricchisce. Quando posso, poi, scelgo di vivere per un po’ in città che siano belle. Per esempio da alcuni anni, per lavoro o per scelta personale, mi rifugio spesso nella bellissima Venezia.

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Barbara Sansone: Quali sono le difficoltà che incontrano le tue opere, nelle fasi di concezione, realizzazione e distribuzione?

Sonia Cillari: I miei lavori richiedono un periodo di ricerca e di sperimentazione che a volte si rivela più lungo del previsto e questo può generare alcune difficoltà. La sperimentazione, comunque, è senza dubbio la modalità più interessante del processo di realizzazione e quindi, in ogni caso, le difficoltà che devo affrontare vengono sempre ripagate.

Per quando riguarda la distribuzione dei miei lavori, negli ultimi anni è venuto concretizzandosi un aspetto in particolare. Il fatto che i miei lavori più recenti siano concepiti come eventi performativi con una durata più o meno definita (e che al tempo stesso implichino l’occupazione permanente dello spazio espositivo con il loro allestimento) a volte ne rende complesso l’inserimento in un programma espositivo.

Mi sembra inoltre che la forma di espressione artistica che possiamo definire come performance interattiva o partecipativa non sia stata ancora pienamente compresa. Continuiamo a essere molto legati al rapporto con la tradizione, che imponeva una netta distinzione tra artisti attivi e spettatori passivi. Quindi oggi i confini tra passività e attività, che di fatto sono indefiniti, risultano ancora difficili da comprendere. Nel mio lavoro al pubblico è richiesto un impegno totale: l’atto di percepire l’esperienza spaziale.

Barbara Sansone: Ti sei mai chiesta come rimarranno le tue opere in futuro? Hai previsto una forma di conservazione perché possano durare nel tempo, a dispetto dei rapidi cambiamenti che subiscono le tecnologie?

Sonia Cillari: Fra le istituzioni competenti è in corso un vivo dibattito riguardo alle modalità di conservazione delle opere che utilizzano la tecnologia. Allo stato attuale della ricerca, sembra molto difficile riuscire a mantenerle in vita anche in un lontano futuro. Personalmente, non sono interessata alla conservazione dei miei lavori, anzi riconosco come implicita la temporaneità della loro vita. Però ritengo che sia molto importante documentarne ampiamente sia l’idea che il processo di ricerca, perché in futuro sia possibile comprenderli.

Barbara Sansone: Hai dichiarato che il tuo punto di partenza non è la ricerca tecnologica e che quindi spesso devi creare i dispositivi necessari alle tue opere. Però sorge spontanea una domanda: a volte non sono le nuove tecnologie che ti vengono messe a disposizione a suggerirti delle nuove idee, se non nel concetto almeno nella forma?

Sonia Cillari: No, a spingermi a cominciare un lavoro artistico sono sempre l’idea e il desiderio che ne consegue di comprovarla nei suoi aspetti esperenziali e sociali.

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Barbara Sansone: Le tue opere sono un equilibrio perfetto di elementi di varia natura, compresi la performance e il suono. Come funziona il processo creativo di tutti questi ingredienti? Ti circondi di collaboratori esperti in ciascun campo? E loro assumono un ruolo in qualche modo creativo o sono meri esecutori di una tua visione a priori molto chiara?

Sonia Cillari: Posso dire che l’idea nasce già completa. Generalmente, il processo comincia con l’identificazione degli aspetti da indagare e con la conseguente scelta di una strategia investigativa. Successivamente, con la messa a punto di una metodologia, si individuano gli aspetti innovativi che richiedono una sperimentazione più ampia. L’aspetto performativo è decisivo nella parte finale del processo, poiché per sperimentarlo compiutamente si rendono necessarie tutte le parti integranti del lavoro.

Nella fase iniziale del processo scelgo un team di collaboratori specializzati, in base a quali sono le parti da investigare e/o realizzare. I miei collaboratori si inseriscono in una metodologia di lavoro abbastanza definita, che chiaramente varia a seconda dei risultati da integrare. Il loro apporto creativo è limitato al loro campo di specializzazione e deve sempre e in ogni caso rispondere alle esigenze dell’idea iniziale. Il nostro è un rapporto di feedback continuo. I musicisti e i compositori con i quali collaboro, invece, godono di una maggiore autonomia espressiva, soprattutto per quanto riguarda l’estetica del suono da impiegare.

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Barbara Sansone: Nel tuo lavoro si nota un percorso chiaro che ti ha condotto sempre più dalle forme geometriche a quelle più morbide del corpo, dagli spazi che ci circondano a quelli che vivono intimamente dentro di noi, dallo schermo allo spazio reale, dall’interazione con l’ambiente a quella più sensoriale del contatto fisico. Cosa ti ha portato a questa evoluzione?

Sonia Cillari: Mi sono formata come architetto e con il tempo ho scelto il campo dell’arte elettronica e della ricerca scientifica, per esplorare non più come si realizzano gli spazi, ma come noi esseri umani facciamo esperienza dello spazio.

Negli ultimi anni, stanca di creare oggetti o interfacce che mi permettessero di manipolare ambienti digitali per investigarne le caratteristiche spaziali, mi sono concentrata in un campo di ricerca caratterizzato dall’idea del corpo come interfaccia, concentrandomi soprattutto su bio-elettricità e bio-magnetismo.

Il mio interesse si focalizzava soprattutto sulle modalità umane di percezione dello spazio fisico e sulla conseguente mappatura dei mondi interiori ed esteriori che avviene per mezzo del nostro sistema sensoriale. A tutto ciò si è unito il mio interesse per i sistemi d’interazione che ci mettono in relazione gli uni con gli altri.

Poiché il processo di presa di coscienza della nostra realtà diventa vero con l’acquisizione di informazioni attraverso le nostre sensazioni, è necessario che emergano nuovi comportamenti spaziali, livelli complessi di dinamiche e di interazioni fisiche fra noi e con ciò che ci circonda.

La disumanità dell’esperienza contemporanea può essere intesa come la conseguenza della negligenza del corpo e dei suoi sensi e come uno squilibrio del nostro sistema sensoriale, soprattutto a vantaggio di quello che ci limitiamo a vedere con gli occhi. Per espandere la nostra esperienza spaziale abbiamo bisogno di sperimentare ambienti immersivi multisensoriali. Il compito degli spazi performativi è proprio quello di azionare sistemi evolutivi dove si renda possibile una percezione più raffinata.

Barbara Sansone: La fase performativa dei tuoi lavori, come ci rivelano specialmente i due più recenti (As an artist, I need to rest e Sensitive to Pleasure) è spesso molto faticosa, quando non addirittura dolorosa. Certamente non a caso…

Sonia Cillari: Questi lavori sono costruiti sull’aspetto performativo nel tempo, che si riflette sia su di me che sul pubblico. Come artista, la mia intenzione è di entrare gradualmente in uno stato dove spingere il mio corpo e la mia mente oltre il limite, perché per me la performance è un mezzo molto importante di ricerca artistica.

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Barbara Sansone: Fino ad ora, nelle tue performance il piacere del pubblico si traduce in una sofferenza per te. Cosa significa per te questa relazione? Se si può già svelare, prevedi coinvolgere sempre più i tuoi spettatori con esperienze non necessariamente fisicamente piacevoli?

Sonia Cillari: Mi interessa offrire al pubblico una possibile condizione voyeristica nella quale prendersi il tempo (o anche più tempi) per vedere l’opera. Mi interessa trascinarlo con me nella successione lenta e crescente dell’evento performativo. L’aspetto della sofferenza, poi, porta il pubblico a mettersi in discussione e a operare una scelta personale: se accettare o meno l’esperienza dell’opera. Non tutte le mie performance si traducono in sforzo fisico. Non si tratta di un presupposto fondamentale del mio lavoro, ma ne diventa parte integrante solo se si rende necessario per generare un’esperienza.

Barbara Sansone: Hai risolto la “frustrazione dovuta alla sensazione di sentirti scollegata dalla tua opera” (come si legge nella descrizione di Sensitive to Pleasure sul sito di Vida)?

Sonia Cillari: Risolvere una frustrazione non è semplice. Ma l’esperienza di Sensitive to Pleasure mi ha aiutato a capire molto di me, del mio lavoro e di come questo venga percepito. È un lavoro molto controverso che mi ha confermato la sottile linea di separazione che esiste nella fruizione di un’opera e che può essere equilibrata o no.

Barbara Sansone: Cosa determina la durata delle tue performance?

Sonia Cillari: Il limite estremo che può raggiungere il corpo. Questo chiaramente varia a seconda dell’opera e delle condizioni ambientali e fisiche.

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Barbara Sansone: L’interazione che offri allo spettatore è spesso un’esperienza molto intima, che lo distanzia enormemente dalla fruizione passiva cui lo costringono ancora molte opere artistiche. Ovviamente nel tuo lavoro questa ricerca (non solo dell’interazione, ma di una forma innovativa dove assuma davvero un senso) è cruciale. Ma da un punto di vista più generale, mettendoti nella pelle di uno spettatore dinanzi a proposte artistiche di vari artisti e di diversi generi, credi che la partecipazione sia indispensabile per garantire la qualità della fruizione?

Sonia Cillari: Questo è un aspetto molto importante per me. Lo spettatore è spesso considerato un osservatore distaccato, privo di un rapporto incarnato con il suo “intorno”, soprattutto attraverso la soppressione degli “altri sensi”. Abbiamo bisogno di azionare e raffinare la nostra percezione e quindi le nostre esperienze spaziali. Sono queste le esperienze che determinano come le cose esistono per noi e come facciamo esperienza dell’immenso non-vuoto che ci circonda, in cui siamo immersi come corpo e come agenti di emozioni.

Barbara Sansone: Di cosa ti alimenti? Come spettatrice, che tipo di arte ti piace? Cosa leggi? Cosa ascolti? Quali artisti (o non artisti) ti offrono più spunti?

Sonia Cillari: Leggo libri e riviste di arte contemporanea e sono molto critica rispetto a quelli sull’arte elettronica, per la quale quasi non esiste un supporto teorico valido, ma solo raccolte di opere. Mentre lavoro, spesso ascolto Bach e radio che trattano argomenti sociali. Mi rilasso facendo lunghe passeggiate e sono appassionata di cinema d’autore. Cerco di trovare in me stessa, nei miei desideri personali, gli spunti per i miei lavori. Perché un’idea sia buona, la condizione di intimità è un requisito fondamentale.

Barbara Sansone: Hai già in mente o stai già lavorando su un nuovo progetto? Puoi anticiparci qualcosa?

Sonia Cillari: Ho un’idea che mi piacerebbe tradurre in un progetto, ma non è ancora compiuta. Meglio non anticipare…

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Barbara Sansone: E come vive Sonia Cillari? Cosa occupa il suo tempo che non dedica al suo lavoro (sempre che gliene rimanga)?

Sonia Cillari: Non sono mai stata brava a prendermi cura di me. Il mio tempo è quasi interamente dedicato al mio lavoro e ai viaggi che ne sono conseguenza. Adoro stare da sola. Chiaramente incontro sempre persone nuove e questo mi arricchisce molto. Inoltre ad Amsterdam, con i miei amici più cari, mi occupo di Optofonica Lab, un laboratorio di ricerca artistica e scientifica. In questo modo riesco a conciliare l’amicizia con il lavoro.


Sitografia:

http://www.soniacillari.net

http://www.optofonica.com/

Videografia:

Sensitive to pleasure: http://www.youtube.com/watch?v=r3u3QGMwEXk

Sensitive to pleasure – Process: http://vimeo.com/14253730

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