More Perfect Union, l’ultimo lavoro di Luke Dubois (Stati Uniti, 1975), artista, studioso, musicista, rappresentato dalla Bitforms Gallery di New York (diretta da Steve Sacks e Laura Blereau), una delle realtà espositive di maggior respiro e maggior peso specifico nel panorama delle arti digitali, si pone come interessante tentativo di scandagliare la vita sentimentale degli americani attraverso le potenzialità della visualizzazione digitale.

L’opera si pone come una mappatura dell’identità americana attraverso l’analisi dei 21 principali servizi di incontri online. Una sorta di mediatizzazione ed estetizzazione delle più significative esperienze di indagine dei rapporti interpersonali – come del Pier Paolo Pasolini di Comizi d’amore, o ancor più propriamente del Alfred Kisey che con i suoi rapporti sfidava le convenzioni occupandosi di argomenti che in precedenza erano considerati tabù.

Il lavoro è stato infatti organizzato seguendo la stessa euristica del censimento statunitense – “Ogni dieci anni negli Stati Uniti, facciamo un censimento, il cui scopo è quello di determinare quante persone vivono in diverse aree del nostro paese, insieme ad un semplice conteggio, il censimento chiede altre questioni che ci danno un’idea nostro reddito, lavoro, case, età [...] Che cosa succederebbe invece se chiedessimo ciò che le persone fanno di Sabato sera?

Che cosa succederebbe se chiedessimo che tipo di persona vogliamo amare?” – scegliendo profili per gli incontri attraverso il collegio elettorale e sottoponendo immagine e testo ad un’analisi statistica, creando mappe che usano le parole impiegate dai 16,7 milioni di persone che descrivono se stesse e ciò che desiderano.

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 Il risultato è sintetizzato in un vero e proprio atlante sentimentale degli Stati Uniti, in cui ogni area geografica si connota da lemmi che esprimono i sentimenti degli utenti invece che i nomi di città: 20.262 parole uniche, sulla base dell’analisi dei profili online. Ogni parola viene visualizzata nella posizione geografica in cui questa è usata più frequentemente che altrove nel paese.

Questa interessante operazione di indagine info-estetica è soltanto l’ultimo tassello in ordine di tempo di una esperienza artistica, tecnica e di ricerca tra le più significative del panorama contemporaneo, quella appunto di Luke Dubois,artista che esplora con grande sapienza tecnica le strutture temporali, verbali, visive e retoriche dell’industria culturale contemporanea.

Docente presso il Media Center di Brooklyn ed il NYU’s Polytechnic Institute, i suoi dischi sono disponibili su Caipirinha / Sire, Liquid Sky, C74, e Cantaloupe Music, senza dimenticare la sua partecipazione alla stesura e alla creazione di Jitter, software suite per la manipolazione e la conseguente visualizzazione in tempo reale di dati.

L’opera di Luke Dubois oscilla tra diversi ambiti in maniera tuttavia coerente, dosando tecniche e suggestioni della creatività computazionale in alcuni filoni ben riconoscibili: da quello più legato alla visualizzazione, che in lui acquisisce un forte portato sociologico, nell’uso e nella resa dei dati decodificati, tesi a inquadrare fenomeni sociali grazie ad una confluenza nella retorica visiva tra arte e processi di data mining che non sarebbe fuori luogo definire propri della burocrazia (W. Sack, 2007)

;al filone legato alla riflessione sulle iconografie contemporanee – cinema, universo pop, fashion – che approcciata attraverso un uso de-territoriaizzante delle tecnologie, in modo da utilizzare prodotti culturali già decodificati come materiale di analisi sottoposto a processi di ri-semantizzazione attraverso il calcolo; in ultima istanza al lavoro sul tempo, sulla compressione e dilatazione della durata reale della performance attraverso una sperimentazione audio e video legata in maniera decisiva alle innovazioni tecnologiche apportate sul campo.

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 Di questa multiforme personalità, cerchiamo di ricostruirne i percorsi artistici, emozionali, di pensiero, affrontando una discussione con lo stesso Dubois, che prende le mosse dall’ultima fatica espositiva per poi solcare le sue diverse dimensioni.

Pasquale Napolitano:Partiamo dall’ultima mostra alla Bitforms, mi pare molto interessante il passaggio cognitivo alla base della metodologia analitica che applichi al tema che decidi di trattare. E’ come se, traslando l’analisi del discorso politico-economico da una metodologia quantitativa (standard) ad una quantitativa (estetica), fossi in grado di generare uno scarto di senso (tipico del linguaggio dell’arte in senso storico) in grado di reinterpretare un mondo come quello della politica attraverso la re-interpretazione retorica della mappatura – come pure succedeva nella tua Hindsight is Always 20/20, che analizzava la concezione della presidenza americana – detto questo ti chiedo: è consapevole l’intento politico alla base dei tuoi lavori?

Luke Dubois: C’è sicuramente un forte intento politico dietro il mio lavoro. Negli ultimi due pezzi (Hindsight is Always 20/20 e More Perfect Union), ho cercato di creare un tipo di ritrattistica americana basata sul linguaggio e la retorica della nostra cultura. Credo che, l’ingresso nel 21° secolo, abbia rappresentato un “bombardamento del linguaggi”o: dati, cifre, sound-byte, i profili di Facebook, “tweet”, il “news crawl” sotto i notiziari via cavo, ecc. Stiamo solo ora iniziando a sviluppare l’educazione ai media per far fronte a queste informazioni.

Così ho pensato che sarebbe stato interessante creare opere che fossero in grado di giustapporre una modalità “alta” della retorica (discorsi presidenziali) in confronto con una modalità “bassa” (dating profiles)… una sorta di dialettica sacro-versus-profano che ci dà la comprensione dell’identità nazionale americana.

Allo stesso tempo, entrambi questi lavori vogliono essere anche una critica dei loro antecedenti formali: Hindsight prende in giro i cosiddetti tag clouds, che pretendono di ridurre la grande quantità di informazioni testuali in alcune parole chiave, Perfect Union critica il censimento decennale statunitense, che è profondamente imperfetto, il processo di politicizzazione che funziona come il documento di registrazione per gli americani che “sono”.

Noi vediamo un sacco di visualizzazioni dei dati nella nostra vita quotidiana, sulla stampa come su tutti gli altri media, ma non ci rendiamo conto di quanto sia facile mentire con le statistiche, inoltre queste opere di visualizzazione sono carenti di quelle metafore visive che ci permettono libere associazioni, che invece è quello che cerco di realizzare con i miei pezzi.

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 Pasquale Napolitano: Sempre pensando a More Perfect Union, ritieni possibile interpretare certi tuoi artefatti come dei possibili supporti alla ricerca sociale audio-visuale? Più precisamente, non trovi che questo genere di lavori adoperi i linguaggi dell’arte (in questo caso dell’istallazione) per sintetizzare all’interno di un artefatto grafico dati relativi a fenomeni sociali? Infine, quando costruisci un’opera come A More Perfect Union cerchi consapevolmente di dare all’opera sia valore scientifico (nel senso delle scienze sociali) che valore estetico?

Luke Dubois: I miei pezzi sono implementati utilizzando le stesse metodologie statistiche utilizzate nelle scienze sociali, ma cerco di non incoraggiare le persone a interpretare l’opera d’arte come “ricerca”. Le opere sono destinate a provocare conversazione, non di proporsi come “fatto”. In questo senso, non è diversa dalla semantica della ritrattistica borghese.

La Gioconda è il punto di vista di un artista su di un soggetto, Lisa Gherardini; non è in realtà lei in carne ed ossa. I miei pezzi sono destinati ad essere una interpretazione di un corpus selezionato di informazioni scritte o create o valutate da me, che ho poi incrociato per indicare qualcosa che penso sia interessante su di noi, ma ovviamente non riflette la complessità del tema generale. Bisogna chiaramente rendersi conto che questo è un esercizio imperfetto e incompleto, proprio per questo è più semplice guardare questa tipologia di artefatti più come opere d’arte che come visualizzazioni di dati; ho comunque difficoltà ad ammettere la limitazione tra questi due ambiti.

Pasquale Napolitano: Oltre al lavoro di artista di concetto hai anche un grande trascorso di sperimentazione in senso tecnico, essendo co-autore di Jitter. Come funzione in te la coincidenza tra questi due aspetti (tipica se vuoi dell’artista rinascimentale)?

Luke Dubois: Credo fermamente che un artista abbia bisogno di avere fluidità nei propri strumenti. Se il vostro strumento è un computer, è necessario capire come funziona, per utilizzarlo al meglio per il proprio lavoro. Sono un auto-didatta, nel senso che non ho mai studiato informatica o arte… ho studiato musica, che ha elementi di entrambe. Credo nella affermazione di Anne Bogart che dice che un artista deve cogliere qual’è il suo specifico mezzo di produzione al fine di avere successo.

Viviamo in un momento storico in cui ciò è possibile come mai prima (grazie a YouTube, ecc), siamo cioè in grado di creare strumenti ed eseguire i nostri pezzi senza troppo affidamento sul tradizionale gatekeeping che ha curato la diffusione di capitale culturale nelle epoche precedenti. Quindi ritengo che la progettazione di software sia una naturale estensione di quello che faccio come artista, e viceversa.

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 Pasquale Napolitano: A proposito di un’altra tua sperimentazione tecnico-tecnologica di cui ti sei occupato: in cosa consiste esattamente la “fonografia al rallentatore”? Gia dal nome sembra un invito alla sinestesia, come hai applicato questa tecnica alla tua ricerca tecnica?

Luke Dubois: La fonografia time-lapse è una tecnica che ho sviluppato per creare un suono equivalente alla fotografia a lunga esposizione. Si elimina il tempo da un supporto basato sul tempo (suono o musica), lasciando un impronta-gestalt del suono simile a un’immagine. Stavo cercando di arrivare al suono che suona nel tuo “orecchio della mente” dopo la fine del concerto. Su un piano più banale, è un modo interessante per ricavare lo spettro di frequenza media di un pezzo di musica a fini analitici.

Io uso molto la media nel mio lavoro, e un sacco di musica che creo deriva da una indagine creativa del tempo come qualcosa che un musicista può allungare e piegare e comprimere per fare nuove composizioni. C’è certamente sinestesia, categoria che influenza sempre le mie tecniche e procedure, ma il processo parla anche della neutralità dei dati del computer… il mio computer non si lamenterà se traduco un suono in immagine e viceversa, ma la maggior parte del software commerciale scoraggia questo tipo di digressione.

Pasquale Napolitano: Una categoria che mi pare essenziale all’interno del tuo percorso artistico mi pare quella dell’archivio, come strumento analitico ma anche come possibilità creatrice – come nella serie (Pop)Icon, in cui crei un ritratto cinetico di Britney Spears processando delle immagini gia esistenti e già mediatizzate – o come in Best picture, processing formale ed estetico per i primi 75 anni degli Academy Awards. Come scegli le fonti di dati sulle quali lavorare? Come avviene poi la decisione sul tipo di processo che questi materiali subiscono?

Luke Dubois: Gli americani ne sono letteralmente ossessionati, anche se la maggior parte di noi è particolarmente severo circa le origini di molti di questa ossessione. Così le “fonti di dati”o gli “archivi” in questi lavori sono cose che consideriamo il “massimo”. Attraverso accelerazioni, sfocature, o re-mixando materiale, si possono scoprire cose interessanti sulle fonti e di come le interpretiamo. L’Academy Awards è una sfida tra pari, scelti da persone che sono essi stessi titolati a vincere il premio, è un processo decisamente non democratico che milioni di americani guardano e godono, convinti in qualche modo di partecipare o convalidare queste scelte, come se fosse una sorta di “American Idol”.

Tuttavia, una “storia” accelerata del film mostra molto della storia del cinema, come vengono utilizzate le inquadrature, che tipo di editing, come funziona la musica, come si muovono gli attori, come queste scelte si riflettono nel nostro zeitgeist culturale al momento.

Per quanto riguarda Britney Spears, io ho subito la sua fascinazione perché è la prima pop-star ad essere scaturita dall’era di AutoTune e Photoshop: non l’abbiamo mai sentita o vista senza l’aura di perfezionedigitale che i suoi produttori le hanno sempre applicato. Quindi, per adottare la mia metafora del ritratto come ulteriore punto di rimozione, Britney non è solo una personalità altamente soggettiva (che esiste solo attraverso le sue interpretazioni mediatiche), ma lei è una persona “digitalmente perfezionata”, nella misura in cui è mediatizzata.

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Pasquale Napolitano: La domanda che mi incuriosisce più di ogni altra: come nasce il tuo percorso artistico a cavallo tra immagini e suono? E più in generale quali sono gli artisti ed i movimenti che ti hanno maggiormente influenzato nel tuo percorso?

Luke Dubois: Sono nato come compositore, e ho suonato un sacco di musica impro, la musica elettronica d’avanguardia dal 1990. Dal 1996 al 2003 ho suonato in una band chiamata The Quartet Freight Elevator che integrava il video nella performance, utilizzando telecamere che il pubblico poteva gestire per proiettarsi sul palco con noi, creando un tipo di interattività pubblico-performer che ha aiutato a superare l’effetto straniante di suonare con le tecnologie informatiche in maniera massiccia.

Allo stesso tempo ho iniziato a scrivere di musica da camera con metodologie algoritmiche che sono poi state “visualizzate” tramite proiezioni live, questo è servito come amplificatore estetico per il lavoro che ha contribuito a incarnare la tecnica compositiva a cui stavo lavorando tutt’ora e renderla più trasparente e accessibile al pubblico. Una volta ho iniziato a sviluppare un linguaggio performativo visivo, ho iniziato a esibirmi come autore di live-visual per altri compositori e musicisti, e mi sono interessato agli universi del video, dell’animazione, del film, della scrittura…

Sono stato fortemente influenzato inizialmente dal lavoro del compositore greco Iannis Xenakis, formatosi come architetto che aveva, implicita nella sua musica, una profonda comprensione della politica e della sua esperienza durante la seconda guerra mondiale, che, formalizzata attraverso le composizioni nel corso della sua carriera, è diventato secondo me il suono della guerra; egli inoltre ha scritto spesso che qualsiasi concetto artistico potrebbe essere realizzato con validità pari con qualsiasi mezzo, il che risuonava nella mia ricerca di metafore sonore e visive.

Sono stato anche influenzato da John Cage e l’avant-garde di New York degli anni ’70 nel loro approccio alla forma sonora e musicale e la loro disponibilità ad assumere rischi. Sul lato visivo, io sono un grande fan di Stan Brakhage ei suoi film, così come di artisti e musicisti come Emergency Broadcast Network, John Oswald, e Negativland. La maggior parte delle mie influenze provengono da artisti che ho conosciuto o di cui ho indagato il pensiero… Personalità come Toni, Elliott Sharp, Matthew Ritchie, Michael Grey, Maya Lin, tutti mi hanno dato molto da pensare in termini di come la loro immaginazione si interseca con la loro pratica.

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 Pasquale Napolitano: Altra categoria essenziale nel tuo lavoro mi pare quella del “tempo” (penso a tutti i tuoi lavori time-lapse come Fashionably Late For The Relationship), e questo rimanda ad una vasta area di sperimentazione (dall’Arte Povera all’Arte Programmata), qual’è la tua peculiare modalità di utilizzo di questa categoria che si fa strumento di creazione?

Luke Dubois: Il tempo è una cosa divertente: ci è stato detto a scuola che è la dimensione costante, fatta salva soltanto la relatività… noi, come attori individuali nello spazio non abbiamo alcun controllo sul suo scorrere, e al tempo stesso, tutti noi sappiamo che è incredibilmente soggettivo. Quindi la nostra esperienza del tempo è un perfetto soggetto artistico per qualcuno che vive in una cultura in cui siamo sempre a corto di esso.

Fashionably Late affronta il tempo attraverso la lente delle relazioni di genere, spazi pubblici e privati, e ossessivo amore romantico. Perché stare al telefono in attesa di lei / lui a chiamare? Perché sembrano passare degli anni invece di giorni quando si è lontani da qualcuno che ami? La compressione del tempo che uso è basato sulla media, non time-lapse, in modo che il film è composto da tutti i momenti delle 72 ore compresse in un film della durata di un’ora.

Quel pezzo era una collaborazione, e la performance di Lian è stata auto-diretta, non ho fatto altro come regista che documentare. Il film testimonia la sua performance, che è piena di simbolismo sulla manutenzione di genere e di come le donne si riferiscono a se stesse in pubblico e nel privato, ed inverte il punto di vista di come un (maschio) amante potrebbe accelerare, confondere e selettivamente modificare tali atteggiamenti.

Pasquale Napolitano: Per chiudere, tornerei al tuo lavoro con Bitforms: come è nato il rapporto con la galleria newyorchese? E ancora, per la produzione della mostra la galleria si pone come entità di produzione da un punto di esclusivamente economico, oppure è entrata anche nelle scelte creative, indirizzandole o condizionandole?

Luke Dubois: Ho lavorato con Steve Sacks e Laura Blereau dalla fine del 2005 e abbiamo fatto un sacco di progetti con la galleria. Ho anche lavorato regolarmente con un team di produttori, Dana Karwas e Gabriel Winer, che mi aiutano nelle fasi di produzione della maggior parte dei miei pezzi. Bitforms ha prodotto Perfect Union, dando forma all’allestimento attraverso una serie di stampe digitali, che è un investimento ragionevolmente modesto, e tutti abbiamo convenuto che fosse importante avere un set completo di mappe stampate e montate, disponibile per i visitatori.

Abbiamo un rapporto molto creativo di lavoro; Bitforms crea un sacco di opportunità per me in termini di mostre e di commissioni per nuovi lavori, e mi assiste, se necessario, nella produzione dei lavori da realizzare. A differenza di molti artisti che lavorano bene con studi e si avvalgono di assistenti, preferisco collaborare a un livello pari con altre persone creative, per cui lavoro su progetti con persone che sono ugualmente investite nel progetto.

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 Pasquale Napolitano:Dopo questo lavoro davvero importante, stai lavorando a qualche nuovo progetto? E’ tipico di un artista rinascimentale non smettere mai di progettare..

Luke Dubois: Il prossimo paio di progetti su cui sto lavorando concernono la musica: uno è uno spettacolo per Prospect.2, la biennale curata da Dan Cameron a New Orleans… Sarà una grande performance per alta scuola bandistica che si trasformerò in un video generativo come visualizzazione dell’opera musicale. Un altro progetto è una serie di ritratti di musicisti audiovisivi d’avanguardia di New York con una fotocamera 300fps e speciali apparecchiature di registrazione audio, riprenderò performance strumentali di 6 minuti e le trasformerò in ritratti in slow-motion video di un’ora ciascuno.

Sto anche scrivendo un libro di testo per la casa editrice del MIT, lavorando molto con la Project Room Edition (uno spazio di performativo a Brooklyn) sullo sviluppo di alcune tecnologie per l’audio multi-canale e le prestazioni video, e suonando con alcuni eccellenti musicisti. Il 2011 dovrebbe essere un anno molto buono.


http://www.bitforms.com/index.php

http://music.columbia.edu/~luke/

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