Francesca Grilli, bolognese di nascita, ma olandese di adozione, sviluppa la sua ricerca intorno alla figura umana creando opere che prendono spunto dalla memoria personale legata alla sua famiglia e dal suo vissuto quotidiano. Recentemente il lavoro si è spinto verso la ricerca ossessiva del miracolo quotidiano, manipolando la realtà ed inserendo una variabile imprevista che produce una sensazione di familiarità che però ci spiazza. Come lei stessa spiega “E’ un’operazione minima, invisibile, ma che spesso trasforma il reale in magico, l’odierno in favoloso”.

Il linguaggio utilizzato prevalentemente negli ultimi anni, è quello della performance accompagnato da un profondo studio della tecnologia che diventa parte integrante del lavoro, pur non inventando nulla di nuovo, come per Moth in cui viene utilizzato il Tubo di Rubens azionato da una cantante albina che trasforma il semplice esperimento scientifico in qualcosa al limite con l’esoterismo. La tecnologia assume un ruolo fondamentale anche nella serie di fotografie che compongono Effluvia, dove grazie ad una speciale macchina polaroid Grilli è in grado di immortalare il campo magnetico sprigionato dalle persone.


The Conversation
, l’ultimo progetto presentato al mamBO di Bologna e vincitore del premio NUOVE ARTI che promuoveva proprio l’interazione tra arte e tecnologia, vede la reinterpretazione di questo concetto attraverso l’utilizzo di una tecnologia quotidiana già esistente come un impianto audio, impiegata in una maniera innovativa. La cassa è a servizio del performer, non è in verticale, ma è in orizzontale per far percepire le vibrazioni ai piedi. Nuovo in questo senso, senza però inventare nulla.

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Alessandra Salviotti: Partiamo dagli inizi: tu nasci come fotografa, poi?

Francesca Grilli: Ho studiato all’ISIA di Urbino che è una scuola incentrata su grafica e fotografia e mi interessava sviluppare un discorso appunto sulla fotografia indagando l’aspetto legato alle sue tecniche tradizionali lavorando molto anche manualmente. Dopodiché mi sono trasferita a Milano dove ho frequentato un corso più teorico legato all’arte contemporanea e dove ho iniziato a collaborare con un’artista, Alessandra Caccia, anche lei fotografa. Dal 2001 al 2004 abbiamo lavorato insieme sotto il nome di Caccia Grilli e insieme abbiamo iniziato ad esplorare il video. Dalla fotografia al video il passaggio è stato abbastanza immediato, successivamente nel 2006 ci fu il Bando Internazionale della Performance curato da Fabio Cavallucci al quale io decisi di partecipare.


Alessandra Saviotti: Come sei arrivata alla performance?

Francesca Grilli: Il passaggio alla performance è legato ad un fatto del mio privato: pochi mesi prima era venuta a mancare mia nonna e ho deciso, insieme a mio nonno, di passare le vacanze con lui. Durante quell’estate ho avuto modo di vedere qual’era il suo mondo, lo accompagnavo nelle balere estive emiliane che lui normalmente frequentava. Da lì, in concomitanza con il Premio, mi è venuta voglia di creare una performance Arriverà e ci coglierà di sorpresa. Il lavoro è stato accolto con molto interesse, poi si sono susseguite molte altre performance. Credo che il passaggio dalla fotografia alla performance non sia così lontano: ricreo delle immagini in movimento, degli still frame.

Alessandra Saviotti: Molti artisti che lavorano con la performance, sono i protagonisti della performance, mentre per te non è così.

Francesca Grilli: Paradossalmente io sono presente nei miei video come presenza fisica, ma non nelle mie performance. Forse perché queste azioni derivano da immagini che mi vengono alla mente o che incontro nella mia vita quotidiana. Siccome vengo affascinata da spaccati di vita altrui non ritengo necessaria la mia presenza fisica, perché già avere pensato e immaginato quell’azione è molto di me e diventa una sorta di mia proiezione sull’altro. Non è detto che il mio corpo non ci sia, c’è sotto forma di simulacro come per Enduring midnight, una performance dedicata a mia nonna che si chiamava come un’opera lirica, e che vede l’azione di una cantante lirica che canta di notte, sono io che canto per lei. In quel momento vi è un’altra persona che mi rappresenta con delle caratteristiche ben precise che io non ho.

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Alessandra Saviotti: La ricerca del miracolo quotidiano: ho notato come la tua minuziosa cura dei particolari che si presentano davanti agli occhi dello spettatore così come azioni vere, in realtà siano finalizzate all’illusione che avviene davanti agli occhi di chi guarda.

Francesca Grilli: Non so se hai mai fatto caso camminando per la strada di notare scene che in un certo senso, sono apocalittiche nella loro banalità, oppure combinazioni di personaggi particolari, o cose e azioni che ti commuovono moltissimo. Per me la definizione di miracolo quotidiano è quello: piccole cose che ci stupiscono. La componente della verità però è molto importante, infatti l’unica vera illusione che abbia mai utilizzato è proprio in Effluvia, dove vi è una sedia che levita. Se avessi trovato un fachiro che levitava veramente l’avrei invitato a fare la performance. Lo sforzo fisico e di abilità che deve compiere il performer nel compiere l’azione deve essere molto alto e con un margine di rischio, seppur non palesato. L’affrontare il rischio minimo, fa sì che l’azione diventi preziosa.

Alessandra Saviotti: Il lavoro con la comunità sorda nasce come “ciclo”, da cosa hai preso ispirazione?

Francesca Grilli: Ho tratto ispirazione da una scena del film Babel di Alejandro González Iñárritu dove vi è un’adolescente giapponese sorda in discoteca. La musica è techno, molto alta, ma vi è un momento in cui il regista toglie la musica e evidenzia per un attimo come lei percepisce quella situazione. Lei è anche impasticcata e rappresenta tutti i cliché dell’adolescente in discoteca, però senza percepire la musica e mentendo a tutti gli altri perché balla. In un punto della scena lei si avvicina ad una cassa e la tocca per capire cosa sta succedendo realmente, per me questo è un momento di grande intimità. Da lì nasce la mia curiosità intorno al tema musica e sordità.

Dapprima ho cercato musicisti sordi, ero interessata a chi produceva suoni senza sentirli, però non volevo che ci fosse la dimensione della pietà. Successivamente ho incontrato Alfonso Marrazzo, uno studioso di musica sordo, che mi ha indirizzato verso un altro tipo di “ascolto” attraverso la vibrazione. Mi ha presentato Nicola della Maggiora, il mio performer, all’epoca 14enne che racchiudeva tutti gli elementi che mi interessavano. Da qui parte la trilogia.

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Alessandra Saviotti: La trilogia cosa comprende?


Francesca Grilli: La terza conversazione è il primo lavoro. Nicola stava su una struttura di legno che racchiudeva la cassa audio e interpretava in lingua italiana dei segni 7 minuti di musica Techno. Nello stesso anno ho sviluppato una performance site specific per il festival Drodesera, che ha finanziato tutto il ciclo, che consisteva in un coro di sordi che cantava nel bosco all’imbrunire. Il pubblico raggiungeva il luogo del coro dopo 20 minuti di camminata sulla montagna e trovava il coro che cantava silenziosamente.

L’anno successivo ho girato un film in 16 mm La quarta conversazione, in cui ho invitato un gruppo di maestre di bambini sordi a cantare una ninna nanna. Di solito queste canzoni hanno un aspetto solo sonoro, perché chi ascolta poi si addormenta, in questo caso no, è solo visivo, perché è cantato con le mani. Mi interessava l’aspetto di una comunicazione impossibile. L’ultimo lavoro èThe Conversation che chiude il ciclo.


Alessandra Saviotti: PerThe conversation c’è l’imponenza dell’installazione. Come la intendi rispetto alla tua scelta di non lasciare mai documentazione delle tue performance?

Francesca Grilli: Questo lavoro comprende una parte scultorea che deve rimanere e vivere di per sé pregna del ricordo della performance. Per me è una vera e propria scultura. Non presento mai la documentazione video come lavoro, ma la utilizzo per far capire quello che è accaduto. Le fotografie invece accompagnate all’audio della performance aiutano nella comprensione del lavoro.

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Alessandra Saviotti: Quali sono i tuoi riferimenti legati alla storia dell’arte?


Francesca Grilli:
I Preraffaelliti e il Romanticismo, sicuramente il Dadaismo, ma io mi riferisco soprattutto alla cinematografia. Picnic a Hanging Rock di Peter Weir del 1976, che ho visto quando ero molto piccola, ha influenzato tutta la mia vita, e anche Maya Deren con il suo simbolismo legato alla ritualità, gli esperimenti dei mesmerismi e degli spiritualisti di fine ‘800.

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