Continuando la nostra esplorazione del panorama musicale indipendente di Barcellona, questa volta abbiamo deciso di intervistare Alfredo Costa Monteiro, musicista portoghese che da quasi vent’anni risiede in questa città, arricchendola con le sue attività artistiche.

Definirlo un musicista è riduttivo: Alfredo si dedica pubblicamente solo al suono da pochi anni, ma il suo background è molto più eclettico e affonda le sue radici nel tessuto delle arti visive. Si è infatti formato in Belle Arti all’Università di Parigi 8 e le sue produzioni artistiche spaziano dalla scultura, alle installazioni (in cui comunque è sempre stato presente il suono), alla poesia visuale e alla sperimentazione musicale. Le sue opere in ogni campo si basano sulla manipolazione degli oggetti e della materia (suono e parola inclusi) attraverso processi instabili e low-fi costantemente immersi nella ricerca.

Nel suo passato è stato membro di collettivi indipendenti come il 22a e l’IBA col.lectiu d’improvisació (di cui abbiamo parlato nella nostra intervista a Ruth Barberán (http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1939). Attualmente, suona regolarmente in solo e con musicisti internazionali (come Pascal Battus e Michel Doneda), con videoartisti e coreografi. È membro di varie formazioni musicali, come Cremaster (con Ferran Fages), I treni inerti (con Ruth Barberán), Octante (con Ferran Fages, Ruth Barberán e Margarida Garcia), Atolón (con Ferran Fages e Ruth Barberán), Tellus (con Pilar Subirà) e Monolith (con Juan Matos Capote). I suoi strumenti sono la fisarmonica, la chitarra elettrica, i dispositivi elettroacustici e gli oggetti sonori.

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Barbara Sansone: Raccontami la tua formazione, dei tuoi studi in ambito musicale…

Alfredo Costa: Quando avevo 10 anni mio padre mi ha regalato una fisarmonica e ho preso lezioni da un amico. Qualche anno dopo mi sono iscritto al conservatorio, dove ho studiato chitarra classica per due anni, ma poi ho interrotto gli studi. Era una disciplina molto dura: durante il primo anno non si toccava lo strumento, si studiava solo teoria e a 13 anni quello che vuoi è cominciare a suonare. Ma mentre ero là, il mio professore, nonostante fosse piuttosto rigido, mi ha fatto scoprire l’elettroacustica: accanto c’era una sala dove la si poteva ascoltare. Era piccola, ma era dotata di dieci altoparlanti e di poltrone molto comode. Andavo lì, spegnevo la luce e ascoltavo. Mi si è aperto un mondo.

Poi, da adolescente, ho cominciato a suonare la chitarra e a cantare in gruppi rock (o piuttosto punk). Dopo l’adolescenza ho cominciato degli studi tecnici, ma non mi piacevano affatto e quindi ho deciso di iscrivermi a Belle Arti. Per preparami a entrare ho studiato arti plastiche all’università Paris 8, che era la continuazione di Vincennes, dove nel maggio del ’68 erano nate le prime concentrazioni di studenti. Era una delle poche università a essere realmente di sinistra e l’ambiente era completamente aperto. Per me è stata una fortunata casualità, perché non sapevo cosa avrei trovato: mi sono iscritto lì solo perché abitavo lì vicino, ma appena ci sono arrivato ho visto subito chiaro cosa volevo.

Allora quell’università era una boccata d’aria fresca nel panorama della scuola pubblica. Le sue dinamiche erano molto particolari: alcune persone praticamente vivevano là, non si assegnavano voti, c’erano laboratori ovunque, le lezioni erano forum aperti, dibattiti. Inoltre eri obbligato a studiare delle materie presso altri dipartimenti (come sempre è stato in Francia, ma qui la proporzione era più alta), cosa che ti permetteva di scoprire altri tipi di attività e argomenti che non conoscevi. Il bagaglio culturale che creava era incomparabile. E tra i professori c’erano persone importanti come i filosofi Jean-François Lyotard e Gilles Deleuze (che purtroppo era andato via due anni prima che io entrassi). Uno spazio di creazione totale, ma anche molto caotico. Ti veniva voglia di imparare, ma forse mancava un po’ di rigore.

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Barbara Sansone: Ma ciononostante ti ha aiutato molto, no?

Alfredo Costa: Assolutamente. Mi ha permesso di scoprire molte cose. Quando sono entrato là non sapevo bene cosa volevo studiare: mi interessava l’arte, ma non sapevo se dirigermi verso la storia o la critica. Un anno dopo avevo capito in modo chiaro che mi interessava la pratica e non la teoria. Quindi ho cominciato a preparare il concorso per entrare a Belle Arti, dove sono stato ammesso tre anni dopo. Anche qui sono rimasto tre anni. La durata normale era di cinque, ma si poteva chiedere una conclusione anticipata e io ho ritenuto che tre anni fossero stati sufficienti. Una commissione ha analizzato il mio lavoro e mi ha concesso il diploma. Quindi sono venuto a Barcellona.

Barbara Sansone: Quando ti sei spostato a Barcellona, hai trovato subito un ambiente adatto a te…

Alfredo Costa: Sì, perché il mondo dell’arte a quei tempi a Barcellona era molto piccolo (anche adesso in realtà), quindi è stato immediato. Erano gli anni in cui si cominciavano a organizzare i primi laboratori aperti, soprattutto nel Raval. Tutti gli artisti risiedevano in questo quartiere (qualcuno anche al Poblenou), specialmente nella Calle Riereta, dove ho trovato un laboratorio anch’io.

Barbara Sansone: E in cosa consisteva il tuo lavoro in quegli anni?

Alfredo Costa: All’inizio lavoravo molto con immagini e foto. Le mie opere erano molto delicate: lavoravo con oggetti piccoli, luci, immagini e naturalmente suono. Erano opere concettuali, ma anche molto materiche. Mi piaceva molto unire questi due aspetti, basarmi su un concetto ma non sottrarre importanza alla forma. La forma è una costante nel mio lavoro, quanto il concetto. Gli oggetti delle mie installazioni facevano riferimento alla memoria.

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Barbara Sansone: Se non ricordo male, hai studiato con Christian Boltanski. È stato lui a influenzarti?

Alfredo Costa: Sì, ho studiato con lui, ma quando sono entrato a Belle Arti e l’ho conosciuto stavo già lavorando su questo tema. Di fatto all’inizio non ho studiato direttamente con lui, ma con l’artista polacco Piotr Kowalski, che nelle sue opere usava materiali particolari, come dinamite e neon. Ho cominciato nel suo laboratorio, ma l’ambiente non mi piaceva, perché era troppo competitivo, e quindi mi sono presentato in quello di Boltanski. Quando mi sono informato su di lui, ho scoperto che i nostri lavori avevano molti punti in comune, però il suo riferimento alla memoria è unilaterale (lui lavora sulla memoria dell’olocausto), mentre il mio era un percorso più autobiografico, cosa che a lui è piaciuta molto perché in una fase del suo percorso si era occupato anche lui del suo passato. Il mio tema era il nomadismo, riferito alla storia della mia famiglia, che dal Portogallo si era trasferita in Francia.

Poi qui a Barcellona ho cominciato a lavorare sempre meno con l’immagine: gli oggetti diventavano sempre più leggeri, quasi nulli. Ho sempre lavorato con materiali e oggetti poveri e le mie opere a poco a poco sono divenute sempre più costituite da suono e sempre meno da oggetti. Gli oggetti che restavano avevano sempre meno significato autobiografico. Nel 2006 ho abbandonato le installazioni per dedicarmi solo alla musica, che era diventata dominante a discapito degli oggetti.

Barbara Sansone: E nel frattempo avevi continuato a lavorare su opere esclusivamente musicali?

Alfredo Costa: Sì, la musica non l’avevo mai abbandonata. Dopo le esperienze con i gruppi dell’adolescenza avevo continuato registrando a casa mia (ho ancora un mucchio di nastri!). E oltre a lavorare sulle installazioni, mantenevo un’attività musicale: per esempio negli anni ’80 ho lavorato per varie compagnie di danza, che mi incaricavano brani. Dal 1995 fino a quando la formazione si è sciolta, ho suonato in un gruppo di musica sperimentale, che a suo tempo era importante e si chiamava Superelvis. I CD erano più convenzionali, diciamo con ritmo e melodia, mentre dal vivo si vedeva il cantante che diceva una salmodia di quattro frasi e tre musicisti che cercavano di intonare per impedirgli di cantare. Era un gruppo curioso. Quando si è sciolto, nel 2000, mi sono introdotto poco a poco nella scena della sperimentazione.

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Barbara Sansone: Parliamo di uno degli strumenti per te più importanti, la fisarmonica…

Alfredo Costa: La fisarmonica è sempre stato il mio strumento più importante. Suonavo in contesti di musica folk e tradizionale. Poi per alcuni anni l’ho messa da parte perché avevo scoperto altri tipi di espressione (il punk, per esempio) e l’ho ripresa quando studiavo Belle Arti, ma ancora in un ambito classico, di folclore. Con alcuni amici suonavamo nei bar: non ci pagavano ma bevevamo gratis e suonavamo standard di musica tradizionale francese. Andavamo di bar in bar e ci riducevamo in uno stato pietoso [ride], ma ci divertivamo molto. Poi ho smesso di nuovo e ho recuperato lo strumento qui a Barcellona, con i Superelvis. Con loro facevo improvvisazione tonale: non suonavo la fisarmonica come faccio adesso, assolutamente, ma usavo tonalità che stonavano, se ne andavano e non tornavano, rimanevano sospese…

Barbara Sansone: E questo nuovo approccio allo strumento quando è arrivato?

Alfredo Costa: Più tardi. Ho cominciato ad assistere ai concerti del collettivo IBA, nel Jazz Sí, ogni lunedì. Ho conosciuto i musicisti, mi sono avvicinato a quel mondo, mi hanno invitato a suonare e da allora ho sviluppato un linguaggio più personale con lo strumento.

Barbara Sansone: Le lingue non sono qualcosa di totalmente estraneo alle tue attività creative, dato che tu, in quanto poeta, lavori anche con il linguaggio….

Alfredo Costa: Sì, c’è un legame. Insegno lingue e le sfrutto nella poesia, che a sua volta lavora con il suono e che a volte ha che vedere con le arti plastiche. Tutto è collegato. Quanto alla poesia, ultimamente l’ho messa un po’ da parte ed è un peccato perché per alcuni anni sono stato molto attivo, ma di nuovo: è complicato. È un mondo più piccolo ancora di quello della musica sperimentale: entrarci è difficile e c’è molta concorrenza. Inoltre il tipo di poesia che faccio io non è facile da inserire: dipende da tipo di circostanza e il mio lavoro mi colloca in una specie di “no man’s land”. Anche questo stanca.Io continuo a scrivere, per conto mio. Ho la casa piena di lavori ma da tempo non li presento in pubblico.

Per anni ho collaborato con un poeta francese che viveva qui a Barcellona, Leos Ator, ma in molti luoghi non si capiva quello che facevamo. Era una forma che dal vivo era abbastanza fisica e molto potente a livello di suono: poesia sonora. Era sperimentazione musicale, che per i luoghi dove si presenta la poesia è troppo, ma se inserisci la parola nel contesto della musica sperimentale non funziona comunque. Ci sono dei festival che si occupano di questo però sono pochissimi. E io non ho l’energia per andare a caccia di opportunità.

Qui a Barcellona ho fatto una sola lettura di poesia sonora e non perché mi avevano messo nel programma: l’ho fatto io stesso, perché era un lavoro che esisteva e mi sembrava giusto che si conoscesse, ma è stato in Francia. Qui niente. Forse anche perché lavoro molto con il francese.

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Barbara Sansone: A cosa pensi quando suoni? Cosa immagini? Come ragioni? Come prendi le decisioni?

Alfredo Costa: Per me è un mistero. Posso dirti che la mia predisposizione cambia in base al contesto. Non è lo stesso quando suono solo o in una formazione, con gente che conosco poco o altri con cui lavoro da anni. Razionalizzare è molto difficile perché in linea di principio si tratta di una musica piuttosto intuitiva, trattandosi di improvvisazione. Ma anche il termine “improvvisazione” inganna. Dopo tanti anni… Io non direi che sono un improvvisatore e mi sembra che questa parola alla fine sia come chiamare qualcuno con il nome di un processo, che mi sembra assurdo. Nella mia musica c’è molta improvvisazione, questo è sicuro.

Barbara Sansone: Non sarà concepita a priori però c’è un codice, un linguaggio che è tuo, o vari linguaggi, seconda del contesto…

Alfredo Costa: Sì, certo, però c’è da chiedersi fino a che punto sto improvvisando, ormai. Non mi preoccupa, però credo che ormai non improvviso. L’atto di improvvisare dovrebbe essere vergine, non avere memoria e dopo tanti anni questa memoria c’è. Ce l’ha perfino il corpo: quando suoni il corpo in un certo senso ti precede.

Barbara Sansone: Tu credi di ripeterti?

Alfredo Costa: Certamente, mi ripeto moltissimo. E questo è il grande dilemma dell’improvvisazione: come si arriva a non ripetersi? Ma siamo umani, non è possibile. Anche se il fatto di ripetermi non mi preoccupa tanto: mi preoccupa di più il contesto nel quale mi ripeto. Se il contesto è lo stesso questa ripetizione non ha senso, mentre se il contesto cambia va bene lo stesso perché è come la “marca della casa”.

Questa musica, però, dovrebbe essere una ricerca costante di qualcosa di diverso. Questo è il proposito, anche se non sempre lo si riesce a realizzare. Quando vado a un concerto come spettatore, non vado a cercare qualcosa di nuovo. Il nuovo è molto difficile. Tutto è la trasformazione di qualcos’altro e spesso ci manca la prospettiva storica per sapere se quello a cui stiamo assistendo è nuovo o no.

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Barbara Sansone: Ci sono dei musicisti che ti piacciono che non ti deludono mai, che ti entusiasmano qualunque cosa facciano? In altri termini, se non cerchi la novità, cosa cerchi? Cosa ti piace trovare?

Alfredo Costa: Non lo so, probabilmente cerco l’emozione. In questa musica in linea di massima non ci sono criteri, o almeno non dovrebbero esserci. Io quando assisto a qualsiasi concerto cerco di non farmi condizionare da pregiudizi. Per esempio ho ascoltato molte volte Francisco Lopez e personalmente non mi piace eccessivamente il suo modo di lavorare, non mi sorprende, non mi emoziona, però tra un’ora andremo al suo concerto e voglio andarci con una prospettiva nuova e differente, anche se lo conosco già.

Certo che a un certo punto arriva il momento che, se hai ascoltato un musicista già diverse volte e non ti è mai piaciuto, magari arrivi alla conclusione che non ti piace molto. Ma secondo me in discipline di questo tipo, specialmente nel caso di questa musica strana, il valore di bello o brutto non dovrebbe esistere. Di fatto quando mi sorprendo a giudicare cerco di zittirmi, perché secondo me non ha senso in quest’ambito. Tutto è molto soggettivo. Anche quando tecnicamente mi accorgo che il livello è basso, magari è proprio il proposito del musicista e quindi ha un senso. Io, più che parlare di qualità o no, preferisco dire che una cosa mi arriva o meno. A volte mi scappa, ma mi mordo subito la lingua. Non è bello o brutto, è quello che è e in questa musica l’importante è proprio che sia quello che è.

Barbara Sansone: Ma non credi che questa mancanza di criterio, questa apertura, in un certo senso porti alla proliferazione di produzioni che non si basano su una tradizione che comunque esiste, sulla rottura ragionata di regole che si desidera superare? Molti credono che si tratti semplicemente di far rumore, che sia qualcosa alla portata di tutti. Non credi che in questo modo si neghi la professionalità del musicista in questo ambito?

Alfredo Costa: Quello che dici è vero, ma è vero anche che spesso magari si tratta di musicisti alle prime armi e che si deve dare loro la possibilità di sviluppare un linguaggio proprio, come a suo tempo è stata data a me, per esempio. Alla lunga è il pubblico che giudica. Se vede che il lavoro di questa persona non cambia nel tempo (a meno che non sia una scelta stilistica, un concetto, cosa assolutamente possibile) non andrà più ad ascoltarlo.

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Barbara Sansone: Credi che il pubblico sia dotato degli strumenti necessari per giudicare o che lo si dovrebbe educare offrendogli contenuti di qualità? Lo vediamo nella musica commerciale: secondo quello che hai detto molti musicisti non dovrebbero più esistere da molto tempo e invece la gente continua a comprare i loro dischi e a pagare prezzi altissimi per andare ai loro concerti. È vero che si tratta di un altro tipo di pubblico: ad ascoltare questa musica viene gente più specializzata e forse anche più esigente….

Alfredo Costa: Il pubblico è un argomento interessante: io penso al pubblico come una somma di tanti individui, quindi alla fine come un’entità misteriosa. A parte gli amici, non conosci chi ti viene ad ascoltare. Quindi nel mio lavoro non cerco di piacere, perché non so a chi dovrei piacere. E comunque se ragionassi così non farei quello che faccio. Però certamente ho molto rispetto per il pubblico, per questa “incognita”, perché credo che se qualcuno viene ad ascoltarmi, stanco, dopo una giornata di lavoro, sta facendo uno sforzo e questo merita un grande rispetto.

Averne rispetto non significa fare obbligatoriamente qualcosa che gli debba piacere, ma non dimentico che sono davanti a gente che è venuta apposta per ascoltarmi: non è come suonare a casa o alle prove. La mia predisposizione è diversa, specifica per il concerto, questo rituale in cui l’artista in un certo senso si immola. Senza questo criterio etico, umano, non c’è niente. Il pubblico è ciò che mi appoggia, senza di lui non esisterei come artista. Anche se non posso compiacerlo, né calibrare la musica basandomi su un insieme di gusti che non conosco.


http://www.costamonteiro.net/

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