Dal 7 Dicembre al 10 Gennaio scorso, Kenicho Kondo, curatore del Mori Art Museum di Tokyo, ha presentato una serie di giovani artisti giapponesi presso Sala 1 – International Center for Contemporary Art di Roma, nell’ambito della rassegna Videozoom Japan. Un panorama selezionato e formalmente interessante della produzione artistica del Sol Levante degli ultimi dieci anni, incentrata sulle tematiche legate al “re-inquadrare il quotidiano” (come suggerisce il sottotitolo della rassegna).

In una cultura, quella giapponese, dove il lavoro e il tempo libero sembrano essere più razionalizzati di quanto lo siano in Italia, il quotidiano sembra essere ugualmente più formale e controllato. Gesti funzionali e oggetti d’uso immediato riempiono un vuoto a volte simbolico, a volte più sottilmente concreto, che pervade i tempi solidi e organizzati della giornata urbana, presentata come un incastro compatto di cose, spazi e persone. Ma senza mai creare una precisa distinzione fra individui e cose inanimate.

“Everything is everything”. Tutto è tutto. E quindi nessuna differenza fra cose, persone, animali, oggetti d’uso comune e tempo. Solo le cose riempiono (o svuotano?) il vuoto. Il video di Koki Tanaka Everything is everything, è un lavoro sul “vuotare il vuoto”, operazione che si esprime (e si frammenta) nell’eseguire freddamente e spassionatamente una serie di manipolazioni degli oggetti più “comuni” del vivere “quotidiano”.

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Bicchieri di plastica, scarpe, bidoni dell’immondizia, scope, sedie, ancora sedie, cibo, tappeti di plastica da bagno, piatti di plastica e non, carta igienica. Tutti gli oggetti triviali del vivere quotidiano. Una serie infinita di oggetti senza valore si scoprono così far parte della nostra vita. La loro presenza è insieme necessaria e importante (come il cibo) e materia amorfa, così amorfa che l’artista arriva a trattarla ripetutamente come fosse senza senso.

Senza senso è (pessimisticamente) il quotidiano. Oppure il “vuoto” è il senso. Oppure ancora, il vuoto è stato “creato” dentro il quotidiano. Da chi? Beh, dall’individuo contemporaneo? In che modo? Dai processi della società? Critica e accettazione, rivolta e registrazione camminano insieme, ed esplorare il vuoto può essere un gesto di estremo coraggio. L’impero dei Segni, titolava Roland Barthes, in un suo famoso saggio sul Giappone.

I segni del “count down Tokyo” sono oggi i vistosi numeri stampati sulle tee-shirts delle Università americane, diffusissime nella folla giovanile di Tokyo. Con una paziente ricerca, Youki Okumura riprende quindi una sequenza di numeri che va da 10 a 0, ricercando l’individualità (l’atto del vestire) che ci riporta così a zero.

Ed è proprio lo zero, lo zero del quotidiano, lo zero della città, delle piccole azioni anonime, a riempire l’attenzione di Atsushi Suzuki in So What?, opera composta di centinaia di piccole “increspature” del quotidiano che producono però una quantità di microeventi iper-banali. A volte sorprendenti, a volte straordinari (come quando nel paesaggio anonimo di una periferia urbana emerge d’improvviso, insensata come un’apparizione surrealista, una giraffa), spesso fuori luogo ma in grado di diventare il senso stesso di un “luogo”.

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Ma non è ciò che è fuori dall’ordinario a essere “straordinario”. Sono i frammenti di presenze, gesti, azioni, figure, sempre inquadrati secondo il minimalismo della tradizione giapponese, efficacissimo nel descrivere la tessitura di casualità che è la città oggi.

Casuale, come i segni di action painting tracciati in stop motion su un vetro da Takehito Koganezawa, con un comunissimo e quotidiano sapone da barba. In Paint it black e Erase, ci troviamo di fronte a quadri seriali tracciati, datati e cancellati ogni giorno come gesti estetici, rinnovabili e dimenticabili.

Mariko Tomomasa in Have a meal with father, rivisita invece il rapporto con il padre con l’espediente della “memoria narrativa”, ripetendo la stessa scena di una cena e di un dialogo e chiamando un uomo anziano ogni volta diverso per rappresentare il padre. Il video ha una straordinaria qualità filmica, senza tradire la sua essenza di video; gli uomini scelti per recitare la parte del padre hanno la stessa qualità di presenza (cosciente e stanca) dei personaggi del cinema di Wong Kar Wai, e la stessa strategia del confronto fra immaginario e reale per comprendere il reale.

Un po’ come accade nel film In the Mood for love (“cult movie” di Wong Kar Wai) dove si deve rivivere, recitare il reale per comprendere il film. Perché raramente lo comprendiamo nel corso del suo “accadere”. Si può parlare così di una performance “filmica”, in cui l’azione non cerca una verità, ma le forme (comportamentali e verbali) che l’hanno rappresentata.

Saki Satom in From B to H, intepreta una danza (contemporanea e astratta) su motivi popolari, in un ascensore fra un piano e un altro di un austero grattacielo di uffici. Ogno volta la performance si interrompe quando si apre la porta dell’ascensore ed entrano le formali e grigie presenze del lavoro quotidiano: impiegati, dirigenti ecc…In quel momento la danza si ferma e ridiventa comportamento lavorativo. Una bella riflessione sul contrasto fra il mondo del lavoro, i suoi tempi, le costrizioni, i controlli, la fantasia.

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Parallelamente, nell’opera Mum di Meiro Koizumi, un impiegato, nel suo ritorno a casa serale, inizia una conversazione telefonica con la madre. Improvvisamente l’impiegato diventa un altro, un soldato che parla alla madre in una delle tante guerre in atto nel mondo. E, mimando i suoni di una battaglia drammatica, altrettanto drammaticamente muore. Il fantastico prevale quindi sul quotidiano? E’ quanto sembra suggerire questo video, che inserisce il dramma in un momento quotidiano che s’indovina essere dei più grigi. Tutto questo suggerisce alcune idee interessanti. Per esempio, che la percezione del dramma degli altri possa essere una fuga dal quotidiano. E la partecipazione psicologica, una forma di compensazione…

Abbiamo infine fatto alcune domande al curatore della mostra Kenicho Kondo, incentrando volutamente la conversazione sulla collocazione del video nel panorama artistico giapponese contemporaneo.

Lorenzo Taiuti: Quanto è importante oggi il video nel lavoro degli artisti giapponesi di oggi?

Kenicho Kondo: Beh, il video sta diventando sempre più importante in Giappone. Quando vedrai il lavoro del videoartista Tabaimo al padiglione giapponese della Biennale di Venezia di quest’anno, comprenderai bene l’importanza del video come media oggi nel nostro paese.

Lorenzo Taiuti: L’arte giapponese è solitamente formalista. Come descriveresti il gruppo di video selezionati nella mostra, dal punto di vista formale?

Kenicho Kondo: Alcuni degli artisti presenti nella mostra Videozoom Japan sono molto attenti all’estetica formale del loro lavoro, come ad esempio Koki Tanaka, Hiraki Sawa e Naoyuki Tsuji. Però, posso assicurare che altri artisti come Meiro Koizumi e Atsushi Suzuki non sono particolarmente attenti alla forma.

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Lorenzo Taiuti: I nuovi media digitali funzionano come stimolo per gli artisti giapponesi contemporanei e li spingono a produrre nuove tipologie di lavori?

Kenicho Kondo: Beh, sì e no, Qualche artista come Exonimo e altri che partecipano alle mostre allestite all’intendo dell’InterComunication Center di Tokyo, usano le ultime tecnologie e creano effettivamente nuovi tipi di lavori piuttosto interessanti. Altri invece non li usano. Personalmente, non mi sembra che i media digitali abbiano una grossa influenza sull’arte giapponese nel suo complesso…

Lorenzo Taiuti: Il video ha un mercato oggi in Giappone?

Kenicho Kondo: Direi di sì. Un mercato piuttosto piccolo in rapporto al mercato della pittura (come ovunque nel mondo del resto), considerando che esso è anche più piccolo rispetto a quello dell’Inghilterra o della Germania. Detto questo bisogna però aggiungere che questo mercato sta crescendo costantemente.

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Quindi, il video attraversa l’esperienza artistica giapponese come un mezzo vastamente diffuso ma non centrale al mercato dell’arte, come d’altra parte succede anche in Italia. Ma, la varietà dei suoi usi possibili, lo rende uno strumento interessante per superare il gap narrativo fra i linguaggi oggettuali e quelli audiovisivi della comunicazione in cui siamo immersi quotidianamente. Mentre la rassegna continua con un progressivo slittamento nel fantastico, i lavori più convincenti si collocano nell’analisi “fredda”, anzi frost, del cosa sia il quotidiano non arricchito dalla fantasia. La catalogazione, l’enumerazione, la simulazione con caratteristiche analitiche, sono così gli strumenti più adatti per affrontare la realtà “Below Zero” che stiamo vivendo.


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