Forse non tutti lo sanno, ma anche a Barcellona e in Catalogna in generale, forse ancora più che in altri luoghi in Europa, esiste un denso panorama di improvvisatori che sono costretti in una dimensione a dir poco sotterranea e che devono fare i conti con il pochissimo spazio a loro dedicato nei circuiti convenzionali. Tra loro, abbiamo scelto di intervistare Ruth Barberán, sia perché è un ottimo esempio di musicista con una formazione accademica passata alla ricerca, sia perchè è attivamente coinvolta nell’organizzazione di piccoli eventi e concerti che contribuiscono a irrorare la scena e il tessuto umano legato alla sperimentazione musicale e sonora locale.L’abbiamo scelta anche perché donna, ma è meglio dirlo sottovoce perché non le piace la discriminazione, seppur positiva, anche se riconosce la necessità di compensare uno squilibrio ancora esistente.

I suoi lavori combinano i suoni della sua tromba con suoni elettronici e l’amplificazione mediante microfoni a contatto di elementi “naturali” come il legno, il metallo, la carta. Fortemente attratta dagli elementi di improvvisazione compositiva dal vivo sin dal 1999, anno del suo esordio con il collettivo di improvvisazione IBA di Barcellona (di cui parleremo ampiamente nel corso dell’intervista), collabora al momento con alcuni dei nomi più interessanti della scena sperimentale undeground catalana (e spagnola in generale): dal duo I treni inerti (con Alfredo Costa Monteiro) al trio Atolón con Ferran Fages e lo stesso Alfredo Costa Monteiro, per arrivare alle collaborazioni con musicisti quali Dorothee Schmitz, Guillermo Torres e Margarida García. E proprio questa sua capacità e passione nell’attivare tutta una serie di collaborazioni, partecipazioni, rapporti umani e professionali con club, colleghi, amici e musicisti, ne fa ormai da anni un punto di riferimento per un intera scena artistica sommersa.

L’occasione per ottenere un quadro esaustivo dei locali, degli eventi, delle formazioni, dei rapporti professionali che da lei e tramite lei si irradiano nella scena catalana era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. L’intervista quindi che segue verte proprio su questo.

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Barbara Sansone: Per cominciare, mettiamoci d’accordo su come vogliamo definire questo genere di musica. Le definizioni “elettronica” o “sperimentale” ormai alla maggior parte della gente fanno pensare a un genere totalmente diverso da quello che fai tu. Per intenderci, usando questi aggettivi la gente si immagina il tipo di musica che va per la maggiore al Sónar.

Ruth Barberán: Sì, infatti. Io la definisco “improvvisazione libera”. Se sto parlando con qualcuno che non ha idea di che musica facciamo, uso la parola “sperimentale”, che appunto ormai è una definizione più nota. Se no, se dico “improvvisazione”, pensano al jazz, che invece non ha niente a che fare. Anche “improvvisazione”, però, è una definizione ambigua. Di improvvisazione esistono molti tipi. Quindi per sapere di cosa si sta parlando la cosa migliore è sentire la musica.

Barbara Sansone: Qual è il tuo percorso e come sei arrivata a questo tipo di musica?

Ruth Barberán: Innanzitutto devo dire che a farmi soffermare a pensarci sono state proprio le interviste. Le domande che mi sono state poste mi hanno fatta riflettere e mi hanno fatto arrivare alla conclusione che faccio questo tipo di musica grazie a Béla Bartók. Ho studiato piano al conservatorio, che frequentava anche mia sorella, più grande di me di tre anni. Quindi a me la musica che dovevo studiare risultava sempre già familiare, grazie al fatto che mia sorella l’aveva già suonata tre anni prima. Suonavo più a orecchio che leggendo, tanto che la professoressa mi chiudeva il libro e lo metteva tra la tastiera e i miei occhi perché non potessi vedere nemmeno i tasti.

Finché arrivammo a Bartók. Allora non sapevo se sbagliavo io o se era proprio così che doveva suonare: mi sembrava stranissimo e dovevo per forza leggerlo. Mi sorprese tanto che mi lasciò il piacere dell’imprevisto e ora in tutta la musica che mi piace (e che è molta) per me è estremamente importante la presenza dell’elemento sorpresa. Mi diverte molto. Relativamente pochi anni fa mi sono accorta anche che della musica pop mi piace di più quella malinconica e triste di quella allegra. Quella allegra non mi diverte. E allora mi sono chiesta che musica mi diverte e mi sono accorta che è quella che faccio.

A parte divertirmi quando suono, mi diverto anche quando la ascolto, grazie appunto all’elemento sorpresa. È una musica che sembra molto seria, come molto seri sembriamo quando la suoniamo, ma durante le prove dovresti vederci: ridiamo come matti. E a volte pensiamo che sia un peccato che poi in pubblico non facciamo così, probabilmente solo perché perderemmo la concentrazione. Comunque io quando sono tra il pubblico ascoltando musica improvvisata, per quanto possa sembrare intellettuale e pretenziosa, posso arrivare a ridere. A ridere di gioia, di divertimento.

E non ho relazionato mai la musica né con la vista né con l’olfatto né con il tatto. Molta gente la preferisce accompagnata dalla danza o da un filmato, vede un rapporto tra l’immagine e la musica. A me non è mai successo: piuttosto la musica mi suggerisce spazi, non visivi ma interiori, e la relaziono con i sentimenti. La musica mi aiuta a sentire. Se ho bisogno di entrare in contatto con la mia tristezza, per esempio, sì che la musica mi aiuta.

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Barbara Sansone: Ma tu hai lavorato anche con il video…

Ruth Barberán: Una delle cose che in passato abbiamo organizzato con il collettivo IBA veniva da un’idea di un amico di Alfredo Costa Monteiro. Lionel Stora, francese che allora viveva a Barcellona, ci propose di organizzare un festival di nome Minúscul, che era molto interessante perché era diretto a un pubblico di appena due persone. Ogni concerto durava solo 5/10 minuti (il musicista in realtà suonava magari per un’ora e mezza, ma per gli ascoltatori la durata era quella) e si ascoltava in un cybercafé con le cuffie.

Quindi si stava in un luogo pubblico, il musicista stava là con la sua tavola piena di oggetti e le persone del pubblico, a turni di due, stavano molto vicine al musicista e lo ascoltavano con le cuffie. L’idea è che la gente potesse vedere cosa faceva l’esecutore e che tutti gli altri che non portavano le cuffie non sapessero cosa stava succedendo dal punto di vista sonoro.

Un anno vi suonai oggetti amplificati e l’anno dopo Lionel mi propose di fare video e musica e io, come ho appena detto a te, gli dissi che non mi relaziono alla musica con l’immagine. Lui voleva che l’immagine interferisse con la musica e viceversa, usando un’ immagine già fatta, ma io dissi che non mi interessava. Che magari, invece, mi sarei cimentata con il video.

Di questo festival si fece un’edizione anche a Madrid e la terza edizione che si fece a Barcellona ebbe a che fare con il cibo. C’erano partiture basate su acido, piccante, dolce, con presenza di cuochi (per esempio Alfredo, che cucina molto bene). Il pubblico era sempre composto da due persone (forse in quell’occasione tre, non ricordo con esattezza), che, mentre i musicisti suonavano, assaggiavano cose con il gusto imposto dalla partitura. Purtroppo il festival non è andato avanti: Lionel si è trasferito e la cosa si è persa. Peccato.

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Barbara Sansone:Quindi, stavi studiando al Conservatorio…

Ruth Barberán: Sì, poi mi trasferii in Galizia, dove abbandonai il piano perché non ne avevo uno. Un trombettista mi diede una tromba che non usava e mi diede qualche lezione e così cominciai con il mio strumento attuale. Mi piaceva molto, era uno strumento che mi era sempre piaciuto ascoltare ma non mi ero mai proposta di suonarlo. E poi lo abbandonai (immagino per paura di impegnarmi, perché è uno strumento molto difficile) e tornai al piano. Ma quando rientrai dalla Galizia e mi ritrovai di nuovo senza piano, ricominciai a suonare la tromba.

E come arrivai all’improvvisazione? Già in Galizia il mio professore di batteria, Pedro Lopez, che veniva da Madrid, e Wade Matthews (due musicisti che all’inizio fecero parte del collettivo d’improvvisazione Musicalibre di Madrid) avevano cominciato a parlarmi di tutto ciò, destando molto il mio interesse. Quando tornai a Barcellona, cominciai a guardarmi in giro per vedere qual era il panorama e vidi che era pessimo. Un giorno venne a suonare Pedro e gli dissi che a Barcellona la situazione era un disastro e lui mi indicò il LEM di Gràcia, che era ai suoi inizi. All’improvviso, un fine settimana appariva il LEM: in una stessa sera si facevano tre concerti di mezz’ora, ciascuno in un bar diverso, uno di seguito all’altro. E si poteva decidere se assistere a tutti e tre, solo a uno o solo a due. A parte questo il LEM appariva e spariva, c’era e non c’era. Questo formato mi piaceva molto.

Pedro mi parlò anche di Agustí Fernandez, che avevo conosciuto anni prima quando lavoravo come segretaria al Taller de Músics. Lo incontrai un giorno all’Heliogàbal e gli chiesi come potevo rimanere informata dei suoi concerti (in quell’epoca non c’erano email, Facebook e tutto quello che è di moda adesso). Mi disse di lasciare il mio numero di telefono: le persone interessate erano poche e si avvisavano così. Così cominciai a ricevere messaggi in segreteria che mi informavano dei concerti.

E anche a ricevere per posta le notizie di concerti al Jazz Sí organizzati dal collettivo IBA, che era nel suo primo anno di vita, purtroppo di lunedì in orari che mi impedivano di andarci perché io lavoravo fino a tardi in una scuola fuori Barcellona. Ricevere le informazioni delle attività e non potervi partecipare mi provocava molta rabbia. Poi il settembre successivo cambiai lavoro e feci in modo di avere i lunedì sera liberi.

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Barbara Sansone: E chi erano allora i membri dell’IBA?

Ruth Barberán: L’IBA fu fondato nell’aprile del 1998 da Agustí Fernandez, Joan Saura e Javier “Liba” Villavecchia. Immediatamente dopo entrò Andrés Corchero, ballerino. A partire da settembre/ottobre Ferran Fages e io eravamo sempre presenti. Un paio di mesi più tardi Agustí ci chiese se volevamo entrare. I concerti allora si facevano al Jazz Sí, il club di jazz del Taller de Músics, che offriva un pianoforte a coda per Agustí e il mailing. Corchero faceva un trittico del programma (ogni lunedì si faceva concerto di improvvisazione) e il Taller de Músics pagava le fotocopie e l’invio a tutti i suoi contatti. La cosa durò due anni ed effettivamente non poteva durare oltre perché eravamo sempre gli stessi a suonare.

Barbara Sansone: Non venivano ospiti stranieri a suonare con voi?

Ruth Barberán: Sì, ma non era la norma perché non si potevano pagare. Allora era come oggi, che ancora si fanno i “pring-tour” (da pringado, “sfigato” in spagnolo): hai un concerto pagato da qualche parte e lo complementi con altri in cui ricevi in cambio pasti e ospitalità. Il terzo anno continuammo al Jazz Sí solo il primo lunedì del mese. Nel collettivo entra entrata altra gente, Agustí era un po’ meno presente perché si occupava di altre programmazioni (le serate alla Fundació Miró, alla sala Metrònom) e poi divenne il direttore del festival di musica contemporanea dell’Auditorio. Con l’IBA cominciarono a crearsi conflitti d’interesse e dovette allontanarsi dal collettivo.

Durante il terzo anno abbandonarono l’IBA anche Saura e Corchero. Anche la gente che era arrivata da poco, quando vide che il nucleo originario si stava disfacendo, cominciò ad andarsene. Matt Davis andò a vivere a Londra e alla fine rimanemmo solo Ferran, Alfredo e io. Fu allora che decidemmo di abbandonare il Jazz Sí: nessuno di noi era pianista, tutti avevamo l’email e quindi non avevamo più bisogno del suo supporto. Pensammo di smettere di fare cose in pubblico, che non significava farle in privato: l’IBA, al contrario di quanto poteva sembrare, era molto attivo, anche se non produceva una programmazione concreta. Come è ancora oggi, la programmazione diventò sporadica: non sappiamo mai quando vengono i musicisti perché sono loro a scriverci, a chiederci di suonare quando passano di qui.

Per le prove ci trovavamo a casa di uno di noi tre ma presto cominciammo a sentire l’esigenza di uno spazio più comodo. Alfredo propose il Can Felipa ed effettivamente la sua direttrice ci concesse di usare quel fantastico spazio ogni sabato, quando il centro chiudeva finché rimaneva il vigilante, dalle 10 alle 3. Rimanevamo soli, con silenzio e tranquillità, e oltre alle prove, dato che lo spazio valeva la pena, ricominciammo anche a fare cose: prove con altra gente, concerti aperti al pubblico, l’IBA Convoca (una serata di improvvisazione aperta a tutti, che coinvolgeva musicisti e ballerini).

Fu allora che cominciammo anche a organizzare i concerti in casa, che è quello che stiamo facendo adesso. Dorothée Schmitz ci offrì casa sua e l’idea ci piacque. All’inizio per mail dicevamo la data e chi suonava, ma non indicavamo la sede, perché ci sembrava strano mettere l’indirizzo di casa di qualcuno. L’indirizzo lo davamo solo a chi rispondeva all’email, ma notammo che i pochi che potevano essere interessati per via di questo si riducevano ulteriormente, quindi cominciammo a mettere esplicitamente anche questa informazione.

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Barbara Sansone: Ho visto che quello dei concerti in casa è un formato che si sta diffondendo parecchio: lo fate voi, sta cominciando a farlo la Madriguera del Conejo (che ha inaugurato questa nuova attività a luglio con un concerto di Paolo Angeli) e recentemente sono stata a un concerto di Limbo a Bellaterra, nel giardino di una casa privata. Sembra che sia un formato molto in voga anche a Berlino e New York. Da cosa credi che sia generata questa necessità?

Ruth Barberán: Si tratta di trovare degli spazi che normalmente non sono concessi e anche di evitare di darsi la zappa sui piedi, che è una cosa che ingenuamente molti musicisti fanno. Io in questo sono molto rigorosa: non suono mai gratis per chi guadagna con quello che faccio. Se proprio non devo essere pagata, preferisco farlo in situazioni come queste. Il musicista ovviamente ha voglia di suonare ed è molto meglio se riesce a farlo in pubblico. Quindi è molto meglio che sorgano iniziative di questo tipo, che soddisfano l’esigenza dei musicisti di suonare in pubblico, senza che guadagnino nulla, ma almeno senza produrre guadagno per altri.

Se cominciano a diffondersi questi circuiti, chi vuole suonare comincerà a prediligerli ad altre situazioni e chi vuole sfruttare i musicisti si troverà senza nessuno disposto ad accettare le sue condizioni e dovrà per forza condividere i suoi guadagni con gli artisti.

Barbara Sansone: Quindi attualmente anche la programmazione dell’IBA è improvvisata, non segue un calendario fisso?

Ruth Barberán: Sì, da quando abbiamo smesso di fare concerti ogni lunedì al Jazz Sí, gli eventi si organizzano quando viene qualcuno. Prima dovevamo suonare noi, ma la cosa si era ormai esaurita. Quando i musicisti ci scrivono e ci propongono di suonare insieme, quello che facciamo, se possibile, è organizzare una sessione privata, ma se suonassimo in tutti i concerti quando viene un ospite, saremmo da capo: la cosa tornerebbe a essere ripetitiva.

Barbara Sansone: E adesso l’IBA chi è?

Ruth Barberán: Io. E Sisu Coromina, il mio compagno, che non fa ufficialmente parte del collettivo, ma mi aiuta molto. Una cosa di cui mi sono accorta dopo è che Ferran e Alfredo volevano cominciare a chiedere sovvenzioni, mentre io volevo mantenere il collettivo in una dimensione più indipendente. All’IBA quando eravamo tutti e tre succedeva una cosa molto curiosa e utopica, cioè che il collettivo non era democratico. A volte uno era di un’opinione e gli altri due di quella contraria e non per questo alla fine si faceva quello che voleva la maggioranza, anzi si continuava a discutere e molte volte si finiva per fare quello che diceva la minoranza.

Se, secondo un sistema democratico, avessimo operato le nostre scelte basandoci sulle votazioni, non avremmo continuato a discutere e non saremmo arrivati a ragionare fino a trovare sensato quello che diceva uno solo. Nel caso delle sovvenzioni avvenne proprio questo e la minoranza ero io. In quel caso era fondamentale che fossimo d’accordo tutti e tre e io assolutamente non volevo: non sopportavo l’idea di tutte le carte che si devono produrre. Io lavoro gratis per l’IBA molto volentieri perché mi piace tutto quello che faccio eccetto due cose: i festival e comprare i biglietti aerei via Internet.

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Barbara Sansone: Quali festival ha organizzato l’IBA?

Ruth Barberán: Uno si chiamava Improvisa, avviato da Agustí Fernandez e Andrés Corchero. Di fatto questo festival sopravvisse grazie alla presenza della danza, perché il direttore dello spazio riguardo alla musica dichiarò esplicitamente che non gli interessava per niente. Ma alla quarta edizione assistette la direttrice del Can Felipa, cui il festival invece piacque molto e che cercò fondi per farne uno nel suo spazio. Il budget era così basso che il festival si chiamò Mínim. Quando ho presentato il preventivo di quest’anno mi hanno detto che dovevo ridurlo, ma non era possibile, perché già era “minimo”: un solo e un solo la prima sera; un solo e un duo la seconda sera.

Ferran (anche se non fanno più parte del collettivo, mantengo ottime relazioni con tutti, chiedo consigli e suoniamo insieme) mi suggerì, dato come stanno le cose, di non perdere l’opportunità. Al momento di rispondere all’email, quindi, ricordai che alla prima edizione del festival Mínim, non sapendo se la cosa sarebbe continuata con altre edizioni, associammo il titolo Due serate di musica improvvisata (le edizioni seguenti furono II Mínim, III Mínim…). Quindi mi venne in mente di definire l’edizione di quest’anno. Una serata di musica improvvisata e di chiamarlo Com a mínim (Come minimo) e quindi alla fine si è fatto, il 5 novembre. Si sono esibiti Martin Küchen, Tomás Gris, David Lacey e Paul Vogel. Qualche giorno dopo, approfittando anche della presenza di Erik Carlsson (che ha un quartetto con Küchen, Lacey e Vogel) abbiamo organizzato anche un altro concerto a casa di Ferran.

Barbara Sansone: In quante formazioni suoni attualmente?

Ruth Barberán: In solo, nel duo I treni inerti con Alfredo Costa Monteiro e in trio con Ferran Fages e Alfredo. Questo gruppo prima si chiamava con i nostri cognomi e adesso Atolón, dal titolo del primo disco che abbiamo registrato. Inaugurammo il nuovo nome in occasione del concerto cui hai assistito a maggio presso lo spazio del Caja Madrid, dove ci invitarono a suonare i nostri oggetti in occasione di un festival di cortometraggi sull’ambito domestico. Si tratta di una formazione che si è trasformata molto nel tempo. All’inizio Ferran suonava l’elettronica, io la tromba e Alfredo la fisarmonica.

Poi Ferran cominciò a suonare il giradischi (come fece in passato in un duo con me che ebbe vita breve). E per un periodo il trio divenne un quartetto, che comprendeva anche la contrabbassista portoghese Margarida Garcia. Con lei abbiamo fatto un paio di dischi e abbiamo continuato a suonare anche quando, terminata la residenza al Metrònom, è tornata a vivere in Portogallo: ogni tanto tra tutti facevamo una colletta perché potesse venire a suonare con noi. Adesso, invece, vive a New York.

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Barbara Sansone: E poi c’è Tarannà…

Ruth Barberán: Certo: poi c’è il mio ritorno alla musica “normale”, che prima suonavo. In passato ho suonato in gruppo di reggae e in uno di soul. Poi quando cominciai con l’improvvisazione mi ci concentrai molto e lasciai tutte le formazioni in cui suonavo. Ma molti amici mi dicevano che era un peccato e che sicuramente stavo perdendo la tecnica della tromba. Ma non potevo pubblicare un annuncio dicendo che cercavo un gruppo di musica normale per non perdere la tecnica… Ed è vero: la tecnica si perde.

Fu allora che conobbi Sisu Coromina, che aveva appena fatto un disco: alla discografica quella musica era piaciuta molto, ma il gruppo non esisteva ancora e questa fu un’ottima coincidenza. Di fatto lui aveva già in mente di aggiungere una tromba e così trovai il gruppo. Adesso ci sono tre Tarannà: il settetto, che ha appena cambiato la formazione; lo stesso settetto che suona sui film di José Val Del Omar e infine Tarannà con l’aggiunta degli strumenti di cobla catalana e un’intervento di direzione di Agustí Fernandez. La prima è stata a settembre al teatro municipale El Jardí di Figueres.

Suono anche in un altro gruppo, con i vicini. Con Sisu viviamo in campagna e caso vuole che nella casa a fianco viva un contadino che da 10 anni ha un gruppo musicale, di rock progressivo. Giusto gli sarebbe piaciuto aggiungere sax e tromba e quando siamo arrivati noi non ci poteva credere! Ovviamente dicemmo di no, ma poi sentimmo le prove e ci piacque molto come suonavano. Una settimana dopo Sisu già stava suonando con loro. E alla fine mi feci coinvolgere anch’io.

Barbara Sansone: Ma come fate? Le vostre giornate sono di 48 ore?

Ruth Barberán: Lavoriamo il minimo indispensabile cercando di ridurre al minimo le spese e di avere più tempo libero possibile da dedicare alla musica. Inoltre non abbiamo il televisore e sfruttiamo i dodici mesi dell’anno facendo cose che ci piacciono, senza necessità della pausa forzosa delle vacanze per recuperarci dall’oppressione del resto dell’anno.

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Barbara Sansone: Cosa ti manca per essere più felice Per esempio vorresti poter vivere solo dedicandoti alla musica?

Ruth Barberán:Cose da migliorare ce ne sono sempre: ci vorrebbe un cambiamento sociale, una rivoluzione [ride]. Quanto alla musica, quello di cui più ci sarebbe necessità è una maggiore cultura della gente. Non parlo di snobismo a livello intellettuale: semplicemente mi piacerebbe che la gente imparasse ad ascoltare, a rispettare e ad apprezzare. A fare silenzio, quando qualcuno suona, per esempio. Spesso vado a concerti ad ascoltare e mi intristisce vedere come i musicisti si siano abituati a suonare davanti a un pubblico che fa rumore: non dovrebbe essere il musicista a imporre il silenzio, ma il pubblico stesso.

Barbara Sansone: Quali sono gli ambiti in cui riesci a suonare più spesso?

Ruth Barberán: In Catalogna quasi mai. Qualche occasione in Spagna, in festival di musica contemporanea. Questa musica in ogni caso è un piccolo circuito e ci conosciamo tutti, anche all’estero. E oltre al circuito di musicisti, c’è quello di critici, di ascoltatori, che scrivono su Internet le loro recensioni sui concerti e sui dischi, inviano informazioni alle loro liste e in questo modo favoriscono la diffusione e il crearsi di nuovi contatti.

Barbara Sansone: Che significato hanno i dischi per un improvvisatore?

Ruth Barberán: Per me servono a due scopi. Uno è fare una fotografia del momento attuale: la musica cambia continuamente quindi è bello poter riscoprire cosa si faceva in quel determinato momento. L’altro è per poter passare la tua musica agli altri: ogni volta che conosciamo dei musicisti, che suoniamo con loro o che vengono a suonare, ci scambiamo sempre i dischi.

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Barbara Sansone: E tu quando suoni segui qualche tipo di partitura?

Ruth Barberán: No, nessuna partitura, però sì che c’è tutto un lavoro dietro. Un lavoro personale che provoca la creazione di un linguaggio, che tu voglia o no. E di solito contemporaneamente vuoi e non vuoi. Non vuoi perché il fatto che si generi un linguaggio può mettere in discussione il fatto di improvvisare. Però a me è sempre interessato come produrre un determinato suono ma anche e soprattutto cosa farci: spesso vedo musicisti che fanno cose belle ma non mi piace come o, al contrario, mi piace il linguaggio ma non gli ingredienti.

Per me sono importanti entrambe le cose. Poco tempo fa mi sono resa conto che lavoro sempre con elementi molto instabili, che mi tradiscono continuamente, e credo che sia il mio tentativo di compensare quel linguaggio che mi interessa creare. Io mi sto creando un linguaggio, ma gli elementi stessi mi metteranno sempre in crisi, che è quello che mi interessa.

Barbara Sansone: Se tra 50, 60 o 100 anni qualcuno vorrà suonare la musica di Ruth Barberán, come farà?

Ruth Barberán: Già esistono master class di improvvisazione e mi fanno una paura! Già molti anni fa, all’inizio dell’IBA, chiacchierando con Joan Saura ci trovammo a parlare delle scuole di jazz e lui sosteneva che con la musica improvvisata sarebbe accaduto lo stesso. E aveva ragione. Conosco musicisti che organizzano concerti con annessa master class e sta diventando di moda perché per i concerti non ci sono soldi ma per le master class sì. Non voglio criticare questa tendenza, ma mi sembra il cammino perché accada quello che è accaduto al jazz.

Barbara Sansone: Già, ma probabilmente in questo caso si tratta della descrizione di un processo, che è quello che effettivamente sembra essere la musica improvvisata, più che un risultato. La tua musica per esempio non è scritta da nessuna parte: sparirà insieme a te?

Ruth Barberán: Una volta l’ho trascritta [ride]. L’ultimo disco, Emispheri, è doppio perché oltre alla registrazione in studio abbiamo fatto una tournée e abbiamo registrato un concerto. E dovevamo fare una selezione ma ci piaceva tutto. Alla fine per uscirne ho provato a trascriverla e mi sono divertita un sacco: questa musica si può trascrivere! Se conosci i musicisti, ovviamente. Io so cosa fa Ferran, sa cosa fa Alfredo, cosa faccio io, anche se quando ascolto un nostro disco a volte faccio fatica a distinguere chi fa cosa.

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La trascrizione si basava sui tempi, sul chi e sul cosa con relativo sviluppo, quando era possibile. Volli trascrivere perché temevo che alla fine, per stanchezza, scegliessimo un po’ a casaccio e finissimo per selezionare parti che si ripetevano. Non so dove sono finiti quei fogli ma mi piacerebbe ritrovarli. Per me trascrivere musica, quando lavoravo in studio, era un momento di riposo e non di lavoro, mi piaceva molto. Quindi ripeterei l’esperienza altre volte, se si rendesse necessario.


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