Sul loro sito web, subito dopo i messaggi di benvenuto, si legge: “Gob Squad make performances, videos, installations and weird happenings, mixing performance, theatre, film and real life”. A parte l’enorme di varietà di pratiche artistiche citate, l’attenzione si posa immediatamente sul quel “weird”. Il termine, di difficile traduzione allude a significati diversi quali “strano”, “eccentrico” o “curioso”. Effettivamente, dopo aver avuto l’occasione di prendere parte ad un’opera del gruppo anglo tedesco, diventa molto più semplice capire il motivo di quell’aggettivo.

Il progetto nato nel 1994, diviso tra Nottingham e Berlino, costruisce video performance basate sul rapporto tra i singoli, ancorate al concetto di evento collettivo. Nel loro operar,e il confine tra realtà e finzione è costantemente messo in crisi. Che cosa sia parte dello show e che cosa ne rimanga fuori non è così semplice da stabilire. Si avverte, anzi, molto chiaramente la sensazione di spaesamento spazio-temporale ottenuta attraverso la sovrapposizione di diverse dimensioni: quella dei performer, quella del pubblico che vede l’azione registrata, quella del pubblico inconsapevole che a sua volta diviene parte dell’azione e così via.

Con semplici mezzi ausiliari come piccole video camere e rudimentali costumi di scena i Gob Squad sono in grado di ricreare forme e strutture narrative dei più sofisticati Studios e, allo stesso tempo, di innescare cortocircuiti atti alle decostruzione di ogni genere di trama o storia. Inoltre, non è sottovalutabile l’enorme rilievo che viene dato al caso, alla probabilità che il lavoro stesso si modifichi secondo imprevisti e digressioni. L’ingresso massiccio della realtà nella pratica performativa non è solo intenzione poetica, quanto piuttosto espressione di un desiderio vitale, di una presenza vivace a cui imputare il vero successo coinvolgente di opere come Super Night Shot.

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“Ognuno di noi è solo uno su un milione, facile da sostituire e facile da dimenticare in una città che non ha davvero bisogno di noi. Ma non vi preoccupate. Stiamo per cambiare tutto questo. Abbiamo un piano. Questa città avrà bisogno di noi e questo film sarà la nostra testimonianza”. Sono queste le premesse con le quali il gruppo introduce SNS – Super Night Shot. Un’esperienza straniante fatta di realtà e fiction, di strategia e casualità, di “veri” attori e ignare comparse.

Il pubblico attende fuori dal teatro l’arrivo festoso dei performer stanchi e soddisfatti per aver compiuto la missione. Una volta entrati il mistero è presto svelato: nei quattro schermi che compongono la scenografia viene proiettato un film realizzato con videocamere a spalla. Rigorosamente senza tagli, assolutamente prive di interruzioni le immagini scorrono (quasi) perfettamente sincronizzate componendo un’azione di live cinema con un tipico lieto fine hollywoodiano. Mentre i filmati proseguono gli ambienti si fanno familiari e non è raro ritrovarsi all’improvvisio all’interno dell’opera.

È proprio questa l’opera da cui parte la nostra riflessione, che abbiamo avuto modo di “vedere” all’ultimo Festival Santarcangelo e che ha alimentato la voglia di saperne di più. Per questo abbiamo posto qualche domanda a Simon Will, tra i fondatori del gruppo.

Claudio Musso:Performance, video arte, live cinema, video teatro, happening. È lungo l’elenco delle categorie a cui si potrebbero ascrivere le azioni dei Gob Squad. Come si conciliano pratiche così diverse nel vostro operare?

Simon Will: Durante la realizzazione di un lavoro, non crediamo sia utile pensare in termini di “categorie”. Piuttosto cerchiamo di creare un contenitore nel quale sia possibile raccogliere tutto ciò che desideriamo ottenere da un progetto. Ad esempio, potremmo concepire un progetto con il desiderio di realizzare qualcosa di veramente sensuale, che tenti di confondere la terminologia con la quale solitamente viene chiamato o definito dalla critica.

Opere come Say It Like You Mean It e King Kong Club potrebbero sicuramente essere etichettate come “happening”, ma, dal nostro punto di vista, al momento della messa in opera non serve dire: “questo è un happening”, o piuttosto, “immaginiamolo così”. Se il nostro lavoro si colloca in campo di definizione espanso e vago, qualsiasi cosa può accadere. Il nostro operare “nuota” all’interno di tutte le definizioni che hai elencato e molte altre ancora. Tuttavia riteniamo importati tutte le pratiche che hai citato nella domanda, soprattutto per il genere di aspettativa che ogni evento è capace di produrre. Le attese cambiano a seconda che ci si trovi di fronte ad un’azione dal vivo o ad un prodotto di video arte.

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Claudio Musso:In accordo con le principali teorie sulle performing arts, possiamo senza dubbio definirle pratiche artistiche basate sul tempo. Nelle vostre opere, si ha a che fare con diverse categorie di tempo: tempo reale, tempo dell’azione performativa, tempo della percezione degli spettatori e ognuna di queste è continuamente a contatto con l’altra. Come si relazionano tra loro questi differenti livelli temporali? L’opposizione tra sincronia e asincronia è un elemento che ricercate?

Simon Will: Penso che l’utilizzo dell’elemento video, che è così frequente nel nostro lavoro, scompagina la definizione di time based in modo veramente efficacie. Super Night Shot per esempio, è un film per quattro schermi che viene girato in tempo reale, senza tagli o modifiche, con un approccio decisamente performativo rivolto, ovviamente, al video. Tuttavia ciò a cui il pubblico assiste è un evento registrato esattamente un’ora prima della proiezione stessa. Il tempo del video e il tempo reale crollano l’uno sull’altro: uno scambio continuo, biunivoco e senza diritti di precedenza.

Usiamo molto la sincronia, l’asincronia e il loro continuo intersecarsi nella strutturazione dei nostri lavori. Questa attitudine contribuisce alla costruzione di un pezzo, e permette di inquadrare qualsiasi elemento casuale o incalcolabile. Inoltre, crea una grande confusione tra ciò che è previsto e pianificato e ciò che è pura coincidenza e reale.

Claudio Musso: Nelle vostre azioni vi è una particolare attenzione al processo di casualità che crea un’ambiguità tra simultaneità e improvvisazione. George Brecht, l’artista Fluxus, in uno dei suoi testi parla di strict randomness. Vi sentite in linea con questa definizione?

Simon Will: Sì, spesso si commette l’errore di pensare che l’improvvisazione e l’anarchia siano aperti esclusivamente alla metodologia pratica del “va bene tutto”. L’implementazione delle regole e del ritmo consente alla “realtà” (che è, se la guardi in faccia, una cosa molto sfuggente e transitoria) di riuscire a comunicare, in qualche modo. Esistono diversi modi per farlo, ma, per noi, il connubio tra elementi di pura casualità e le regole imposte dalla sincronia è possibile grazie ai meccanismi sviluppati all’interno della nostra pratica collettiva. Forse c’è una connessione tra il lavoro collettivo, che è spesso complesso a priori e la strict randomness.

Come lavoriamo insieme è un intero universo a sé, sul quale abbiamo appena realizzato un libro per spiegare esattamente il nostro metodo. La struttura di Gob Squad è completamente non gerarchica. Ci sono momenti in cui gli individui possono prendere l’iniziativa in una fase particolare, ma il lavoro si alimenta ininterrottamente, in un processo decisionale collettivo.

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Claudio Musso: Durante l’ultimo Santarcangelo Festival ho assistito a Super Night Shot. Potrei definirlo uno spettacolo circolare, basato su un continuo coinvolgimento dell’attenzione del pubblico anche quando chi assiste non pensa di essere al centro del lavoro. Potresti dare una descrizione del lavoro dal tuo punto di vista?

Simon Will: Mi piace pensare che Super Night Shot sia composto da quattro punti di vista che convivono, quattro punti di vista uniti, prodotti nello stesso tempo! È un lavoro veramente snervante da realizzare, ma al contempo è estremamente eccitante. È un lavoro di qualche anno fa, l’abbiamo realizzato nel 2003. E ‘stato davvero un processo di ricerca, un work in progress di cui a volte abbiamo detto “è come una coreografia…con le telecamere”.

Siamo stati spesso sorpresi dalle sue moltecontraddizioni. Il modo in cui, pur essendo un evento registrato, è in grado di creare una sensazione molto forte di vitalità. Il modo in cui utilizza tutti i trucchi di Hollywood e, contestualmente, li mette tutti da parte e poi, a un certo punto, li rimette tutti insieme nuovamente. Il mio punto di vista nei confronti di questo lavoro si modificherà fino a quando avrò vita. Pensa se questa intervista facesse lo stesso..

Claudio Musso: Ho notato che i vostri strumenti principali sono: videocamere digitali, orologi, alcuni costumi e una grande capacità di persuasione. Qual è il ruolo della strumentazione tecnica? In altre parole, gli strumenti sono in una posizione secondaria o sono parte fondamentale del lavoro? E, ancora, quanto è importante garantire l’adesione degli attori inconsapevoli?

Simon Will: È una domanda molto interessante, perché credo che la situazione sia apparentabile a quella dell’uovo e della gallina. Il materiale tecnico forma davvero quello che facciamo, perché spesso può essere davvero uno dei fondamenti del lavoro (anche se se ci sono molteplici parti fondanti di un lavoro). Così, quando abbiamo cominciato a pensare Super Night Shot, una delle idee che avevamo era un concetto puro e semplice basato sulla strumentazione tecnica: quattro persone, ognuna con una telecamera sul capo.

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Uno dei primi giorni di prova abbiamo semplicemente preso le telecamere e siamo usciti, registrando costantemente. Ci siamo presto resi conto che le immagini, riprese durante il tempo di registrazione, ci hanno fatto sentire davvero male! Come guardare la ripresa traballante di quattro film, tutti allo stesso tempo. Così abbiamo provato a girare aggiungendo dei treppiedi.

Alla fine, però, l’apparato tecnico viene sempre in seconda battuta. La nostra intenzione non è certamente quella di poter dire: “Ehi, guarda cosa si può fare con quattro telecamere”. La gente che incontriamo nelle strade durante la performance diventa parte del lavoro, le persone incontrate per caso sono i protagonisti. Direi che sostanzialmente mi piace che si pensi soprattutto questo!


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