newmedia_lorenzotaiuti05
Colorito. An Interactive Renaissance Of Coulour

 

Nel panorama espositivo discontinuo dei linguaggi digitali in Italia, un’interessante mostra è apparsa a sorpresa, e si è appena conclusa lo scorso 11 Novembre 2010, in un luogo insospettabile: Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Colorito: an interactive renaissance of colour è il titolo della mostra a cura di Luca Farulli (Accademia di Belle Arti di Venezia), Andruid Kerne (Interface Ecology Lab/Texas A&M University) e Frank Nack (ISLA/University of Amsterdam) che ha proposto alcuni nomi storici dell’arte digitale e alcuni nuovi autori, collegati dall’attenzione al tema del colore.

La mostra è stata organizzata, per la prima volta Italia lo scorso 25-29 Ottobre 2010, nell’ambito della conferenza mondiale ACM Multimedia 2010 (la più importante conferenza scientifica internazionale dedicata al tema della multimedialità, organizzata dalla Association for Computing Machinery) coordinata dal Professor Alberto del Bimbo dell’Università degli Studi di Firenze e dal Professor Shih-Fu Chang della Columbia University, New York.

ALICE ATTRAVERSA LO SPECCHIO

Monika Fleischmann e Wolfgang Strauss, autori storici della new media art e fra i più importanti (attivi con progetti di realtà virtuale e interattiva fin dagli anni 80, co-fondatori di Art & Com) hanno presentato un lavoro degli anni Novanta, Liquid Views-Narcissus Mirror (esposto anche in Italia alla mostra di Ars Lab nel 2000), rivisitato oggi dal punto di vista della configurazione e del software.

In una simulazione di specchio d’acqua il pubblico si riflette (Narciso) e può, manipolando il touch-screen, alterare e cambiare la propria immagine. Il lavoro è diretto e molto efficace. Ci riporta ad alcune componenti importanti dell’arte digitale: l’interattività come partecipazione dello spettatore, il suo coinvolgimento attraverso l’azione e compartecipazione all’opera, opera aperta e modificabile. E ancora, all’idea di realtà virtuale intesa come “Specchio di Alice” in cui immergersi, e come ingresso nella superficie dell’immagine.

Immergersi “through the mirror” è ancor oggi una valenza forte dei linguaggi digitali, e mentre l’avventura dell’immersione 3D dei linguaggi spettacolari continua a restare una promessa, le sperimentazioni creative, l’estetizzazione dell’idea dell’immersione e del doppio virtuale nelle opere new media, restano le più convincenti.

“Liquid Views – Narcissus’s mirror” come metafora più che mai valida, metafora che rinvia oggi alla crescente valenza narcisistica (e non solo comunicativa) dei media. Narcisismo che, dopo la televisione, ha iniziato a invadere i new media sostituendo in modo preoccupante la coscienza di autogestione degli inizi con l’invadenza dei vari social-network (vedi Facebook), dove la comunicazione diventa “riflesso”, auto-rappresentazione e forse, domani, controllo.

LIVELLI DI VISIONE

Da sempre attivo nel campo dell’applicazione dei linguaggi digitali sulla comunicazione/esplorazione del museo e della città, Franz Fischnaller ha proposto una ricerca a vasto raggio. Il progetto, giustamente ambizioso, s’inserisce nella ricerca di un “ingresso” visivo, di una analisi/ricerca che vuole, con i media digitali, entrare e indagare le strutture espressive del quadro stesso.

La domanda verte sulla meccanica della creazione pittorica e ha il suo precedente scientifico nelle nuove tecniche di analisi via “scanning” delle pitture classiche, dove si può ormai definire le sovrapposizioni di colore e la cronologia, fino alle più sottili modalità di trattamento pittorico. Dentro il mistero (la struttura percettiva?) dell’opera, i media digitali possono quindi indagare, non tanto per comunicare infine (cosa impossibile) il senso ultimo della percezione estetica. Ma per ampliare in modi inediti le conoscenze empiriche o esatte dei processi di configurazione dell’immagine, che affascinano il fruitore quanto l’addetto ai lavori.

All’ingresso immersivo prefigurato dallo scanning si sostituisce un’immersione concreta, un sondaggio nelle fasi della formazione dell’immagine. Quali che siano gli sviluppi estetici di questa ricerca ne sono già evidenti gli effetti a livello pedagogico, perché l’ingresso nell’opera apre nuove letture di grande interesse.

EFFETTO FARFALLA

Victoria Vesna ( in collaborazione con Jim Gimzewski) ha presentato uno dei suoi lavori storici e più conosciuti, il lavoro di nano-art Blue Morph, che cerca di ricostruire e di far percepire al fruitore dell’installazione “l’essere farfalla”. La farfalla Blue Morph vive brevemente (due o tre settimane) e viene spesso introdotta come larva in contenitori artificiali dove vive la sua breve vita.

L’installazione mima la trasformazione, il frammentarsi e il cadere delle bellissime ali che la caratterizzano e la cui nanostruttura ne determina la tipica colorazione, mentre sentiamo i molteplici cuori che attivano il piccolo organismo continuando a pompare durante le tante trasformazioni di una (relativamente) brevissima vita.

I suoni e i segnali di un’esperienza così forte e relativamente breve vengono trasmessi via cuffia al fruitore inserito in una struttura che riecheggia la larva nel momento della trasformazione, mentre una luce blue pulsa e si fa chiaro l’invito a identificarsi nell’animale e di conseguenza nella percezione della natura. La sensazione di un Avatar/farfalla è uno degli obbiettivi del lavoro, una esperienza di “doppio” psicologico/culturale, di identificazione uomo/animale.

VISIONI E ICONOGRAFIE

Si rifanno ad antiche nozioni astronomiche Bianco-Valente, che hanno viaggiato per il loro progetto, in diversi punti del pianeta e ne hanno riportato una nozione di tempo e spazio diversificato attraverso proiezioni di immagini di natura, boschi, paesaggi che, accompagnati da un loop sonoro, alludono ai punti diversi e alle ottiche diverse del pianeta.

L’incontro fra diverse iconografie e iconologie è stato anche il tema della giapponese Tamiko Thiel che in The travels of Mariko Horo immagina un doppio viaggio fra due culture distanti e contrarie che hanno trovato modo di incontrarsi. Uno spazio interattivo/navigabile fa attraversare gli spazi delle immagini delle culture cristiane occidentali e orientali Buddiste.

Il Cristo e il Budda si confondono e i nobili veneziani del Settecento hanno volti orientali sotto le parrucche dell’epoca. Si tratta di un “viaggio nelle immagini” e sulle immagini, ma con una notevole capacità fascinatrice. Un viaggio nelle immagini che pone il problema ancora una volta dei risultati possibili delle nuove ibridazioni e dei nuovi sincretismi dell’incontro fra culture in atto, e di cui è difficile definire gli esiti sia a livello estetico che a livello culturale.

D’altra parte gli scambi iconografici fra religioni diverse erano già iniziati nel passato remoto d’influenze e scambi fra cristianesimo e buddismo e nei colori splendenti e iperrealisti delle rispettive culture lo scambio diventa cromatico.

SCHEDARI DELLA MEMORIA

Il nero e il rosso sono i colori dell’installazione dei finlandesi Crucicle Studio (Jaakko Pesonen & Teemu Korpilahti) che hanno interrogato la figura di Alan Turing, personaggio storico dello sviluppo del computer e della computer-science, figura eroica nella seconda guerra mondiale combattuta nel codificare i testi segreti dello spionaggio, morto tragicamente nel 1954.

Turing è presente come individuo artificiale a cui è possibile rivolgere delle domande e ottenerne delle risposte attraverso un linguaggio di segni in codice. I codici sono stati il terreno psicologico e culturale di Turing ed è attraverso questi che viene rappresentato l’eccezionale personaggio.

Far “parlare” i testimoni della storia, o i personaggi con un peso esistenziale forte è scelta periodica nell’arte digitale e le soluzioni riportano al tema dell’individuo elettronico, del robot o più semplicemente alla memorizzazione del “tutto”, resa possibile dai nuovi software. Conservare la coscienza, la memoria, collocare il cervello in uno “scaffale” sempre consultabile, è un’attrazione sempre più forte nel pensiero digitale e questa forma di memoria tende a essere la “messa in eterno” (la “mise en abyme”) dei nostri processi mentali.

L’archivio della memoria è proseguimento della vita del corpo biologico, uno schedario dell’esistenza che diventa sempre più complesso e più difficile da configurare.

IL COLORE IN QUESTIONE

In Chroma Space, Wendy Ann Mansilla e Jordi Puig hanno indagato gli effetti psicologici del colore, con il corpo a interfacciarsi con le trasformazioni coloristiche di un paesaggio in bianco e nero. Arte applicata (forse) così come nei lavori di Leah Buchley che ha lavorato sulle possibilità di cambiamento dell’ambiente.

In modi diversi il colore come “colore pittura” appare nei lavori della mostra. Nell’installazione di Hayley Hung e Christian Jacquemin uno dei grandi coloristi della stagione informale, Mark Rothko, è stato utilizzato in riproduzione. Riproduzione che viene sottoposta a minimali cambiamenti in un sistema interattivo che capta le reazioni del fruitore e li utilizza per variare i dati cromatici del quadro.

Il colore delle opere digitali è stato più volte interrogato esteticamente, pur restando un elemento marginale perché il colore digitale è stato finora il colore industriale dei software, accettato e utilizzato con tutte le sue valenze kitsch e pop, come oggetto trovato e come portatore di elementi “tipici” del mondo digitale.

Di qui una delle fratture del gusto che sono sempre esistite fra new media e arte contemporanea, per cui anche i colori impossibili dei lavori del giapponese MuraKami diventano più accettabili dei “non colori” dei videogame. Se il primo pregio della mostra è appunto un’ottica di lettura sul colore, il secondo è certamente la riaffermazione dell’interesse sempre centrale della ricerca interattiva, immersiva e dell’eccentricità operativa tipica del digitale.

Sorprende in questo senso, nel libro di divulgazione Taschen “New media art” scritto nel 2006 da Mark Tribel’eliminazone di tutta un’area del digitale (legata a complicati dispositivi) basandosi sull’assunto dell’obsolescenza dei software del passato e sulle loro carenze verso le necessità espressive delle opere. Penso invece che se dobbiamo creare un ingresso della new media art nelle arti contemporanee come sta avvenendo) ne bisogna invece rivendicare gli aspetti più eretici e le fantasie scatenate che in questi anni dalla fibrillazione tecnologica che stiamo vivendo.

http://www.acmmm10.org/program/interactive-art-exhibit/

Related Articles

Dallo stesso Autore

  • Digitale e(e’) Arte? Tempi di Analisi Digitale e(e’) Arte? Tempi di Analisi

    Periodicamente, in ogni forma espressiva, ci si deve interrogare sulle proprie origini, sulle proprie forme, sui propri contenuti. E questo avviene anche nel campo affetto da "ipervelocità" dei new media. Da più di ventíanni cerco [...]

    Read! →
  • Fusione Critica. Intervista A Maurice Benayoun Fusione Critica. Intervista A Maurice Benayoun

    Maurice Benayoun  uno degli artisti attivi da pi lungo tempo, tra coloro che utilizzano i media digitali, sia in Francia che in ambito internazionale. Il suo percorso di ricerca sull'arte visiva e sul video [...]

    Read! →
  • Videozoom Japan. Re – Inquadrare Il Quotidiano Videozoom Japan. Re – Inquadrare Il Quotidiano

    Dal 7 Dicembre al 10 Gennaio scorso, Kenicho Kondo, curatore del Mori Art Museum di Tokyo, ha presentato una serie di giovani artisti giapponesi presso Sala 1 - International Center for Contemporary Art di Roma, [...]

    Read! →