“Supponendo che il senso della musica risieda ancora nell’ immediatezza con cui trasforma e trascende l’essere (la realtà), credo che questa immediatezza debba essere ricercata nei termini di quando e come la musica stabilisca un sistema di relazioni tra lo spazio e coloro che lo utilizzano, e in quando e come i sistemi, che determinano l’uso dello spazio, coincidano in modo produttivo con le regole introdotte dalla presenza del suono nello spazio stesso. Si potrebbe quindi dire che, lo spazio stesso, con l’insieme di coloro che producono suono, coloro che lo ascoltano e gli oggetti che lo producono, diventi lo strumento”. (Achim Wollscheid in Does the Song Remain the Same in LaBelle, Brandon e Roden, Steve., Site of sound: of architecture and the ear, New York, edited by Brandon Labelle and Steve Roden, Errant Bodies Press in association with Smart Art Press, 1999, p. 5-6.)

Il lavoro dell’artista tedesco Achim Wollscheid esplora le possibilità del suono come medium interattivo sociale. Sin dai primi anni ’80, con i suoi collaboratori Ralf Wehowsky, Stefan Schmidt e Charly Steiger, compie sperimentazioni legate all’utilizzo di audiocassette e dischi in vinile, che vengono scambiati e distribuiti fra artisti in Europa, Stati Uniti ed Australia.

Il materiale audio viene tagliato, manipolato e perfino distrutto dagli artisti, in un continuo processo di modellazione dell’oggetto sonoro. Viene a crearsi in questo modo una pratica del suono come forma di rete sociale. Questa concezione si evolve negli anni successivi, diventando uno degli aspetti fondamentali nelle sue installazioni interattive che riguardano gli spazi urbani.

Il lavoro di Wollscheid amplifica le relazioni esistenti tra interno ed esterno, pubblico e privato, posizionandole come interfaccia tra l’oggetto artistico e l’utente.

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Nell’opera WallField, ad esempio, realizzata nel 2005 a Gelnhausen in Germania egli riesce a trasformare lo spazio ed il suono attraverso una complessa relazione interattiva. Si tratta di una casa, progettata dagli architetti Seifert/Stoeckmann e costruita con una griglia di finestre poste a scacchiera su tutte le pareti. Wollscheid ha utilizzato tre facciate del palazzo ponendo, nella parti in muratura, una serie di altoparlanti e microfoni, sia all’interno che all’esterno dell’edificio. Connettendo i microfoni interni alle altoparlanti esterne e viceversa, i suoni provenienti dall’ambiente esterno vengono riprodotti a amplificati dentro le stanze della casa, e i rumori prodotti all’interno vengono ritrasmessi fuori dall’edificio. In aggiunta, il suono è digitalizzato e trattato con un sistema computerizzato, che trasforma in tempo reale l’informazione sonora in toni. I rumori, allora, si mutano in una sorta di melodia, che può essere modificata dagli utenti in termini di volume ed equalizzazione del suono. I fruitori, inoltre, possono decidere se ascoltare solo i rumori che dall’esterno sono portati all’interno o viceversa.

In questo modo, l’artista apre al suono ciò che normalmente separa l’esterno dall’interno (i muri). Attraverso le trasformazioni acustiche che si vengono a creare, quest’opera realizza una connessione tra gli utenti all’interno ed i passanti nella strada, e tra essi e l’ambiente circostante. L’edificio diventa così una struttura ‘permeabile’.

I progetti di Wollscheid invitano a pensare il rumore come dotato di potenzialità sociali narrative sue proprie. Soprattutto invitano il fruitore a mettersi in relazione, a partecipare agli eventi sonori. Questa conversazione incorpora in modo fondamentale il fruitore, o anche il semplice passante, in un dialogo che li vede come input determinanti, mentre la struttura (insieme al dispositivo tecnologico) diventa l’interfaccia attraverso la quale può avvenire la messa in relazione.

In una serie di lavori realizzati tra il 1999 e il 2006 viene esplicitato maggiormente ciò che concerne il rapporto dell’opera di Wollscheid con lo spazio pubblico urbano.

Connective Memory è un’installazione realizzata a Trier in Germania nel 1999 per L’Istituto Tecnico “Balthasar Neumann Technikum”. Nella sala comune, nella quale gli studenti si recano per trascorrere l’intervallo, sono appesi al soffitto alcuni microfoni, insieme ad altrettante altoparlanti. L’elemento sul quale quest’opera si fonda sono le voci degli studenti, le risate e l’ambiente sonoro della ricreazione. Le loro voci e i loro rumori vengono registrati e trasmessi ad un sistema, che li analizza e li divide in un archivio all’interno di un hard disk. Questo hard disk è inoltre in grado di ripete l’informazione sonora ricevuta, non appena un evento sonoro con caratteristiche simili ha luogo nella sala. Lo spazio è ulteriormente modificato con l’aggiunta di tre grandi quadrati di luci rosse al neo appesi al soffitto, che indicano il momento in cui il sistema è attivo. Le informazioni sonore registrate vengono elaborate in tempo reale in segnali luminosi e inviate ad un grande dispositivo luminoso a scacchiera, posto nel giardino all’esterno della scuola, verso la strada. Con gli effetti ritmici di luce generati in questo modo si verifica un ponte fra l’esterno e ciò che avviene dentro la scuola.

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Il fruitore in questo caso è uno studente comune, che si trova a vivere una esperienza di creazione interattiva nella quotidianità. Ne consegue una visione dello spettatore che non è più quella di un soggetto che decide di fruire coscientemente dell’opera d’arte, ma di una sorta di utente casuale che si relaziona normalmente allo spazio in cui agisce quotidianamente e si trova, quasi suo malgrado, a essere parte attiva del processo artistico.

Pensiamo alle nostre scuole, a come spesso sono decorate con bassorilievi, pannelli dipinti o sculture in gesso: gli studenti studiano le opere esposte, le utilizzano per un analisi storica dei processi creativi, ma l’interazione rimane circoscritta all’ambito della rappresentazione.

In Connective Memory, invece, la relazione tra lo studente-fruitore, le trasformazioni sonore e luminose, e lo spazio stesso della scuola, diventa lo spunto per un’analisi dei fenomeni sociali legati all’uso della tecnologia nella quotidianità. In questo senso, è interessante il fatto che il sistema di Connective Memory risponda alla coralità del suono: ad agire non è più un singolo fruitore, ma il gruppo.

Nella maggior parte delle sue opere Wollscheid lavora sull’interazione ambiente-uomo-suono-luce, come ad esempio nelle opere Intersite, del 2004 e Possible Polysone, del 2006.


Intersite
è stata realizzata a Francoforte in un palazzo destinato ad uffici. Su due facciate dell’edificio sono stati posti dei microfoni che monitorano e registrano i suoni provenienti dalla strada e le voci dei passanti. Il suono così captato viene trasmesso ad un sistema che lo trasforma in impulsi luminosi. Sulle pareti dell’edificio sono posizionate delle luci Led rosse che creano coreografie luminose. L’esterno del palazzo inizia ad animarsi nelle ore notturne, quando l’interno è vuoto e nessun impiegato lo utilizza per le normali attività diurne. Il fruitore-passante vede quindi il proprio agire individuale riflesso in una relazione con lo spazio pubblico attraverso le luci del palazzo. Queste stesse luci, con il loro movimento, vanno ad influenzare anche la visione che egli si crea dello spazio sociale nel quale vive.

Nel suo saggio Interactions: Achim Wollscheid productions of the Local lo studioso Brandon LaBelle ci spiega come “…mantenendo una struttura del lavoro aperta e indefinita, e mostrando chiaramente al fruitore il meccanismo che sottosta al processo creativo, venga di fatto suggerita la possibilità per l’arte di trasformare non solo il suono ‘trovato’, ma anche il divenire di un corpo sociale” (LaBelle nel saggio Interactions: Achim Wollscheid’s Productions of the Local in Background noise. Perspective on Sound Art, New York, The Continuum International Publishing Group Inc, 2007, p.255).

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Nel nostro quotidiano, siamo immersi in un costante slittamento tra ciò che è individuale e la rete di comunicazione su scala mondiale, in uno spostamento dalle città materiali al flusso delle informazioni; in sintesi ci troviamo in una compresenza perenne di locale e globale.

“La produzione del ‘locale’ deve allora avvenire come una ‘struttura del sentire’, piuttosto che come una reale localizzazione spaziale. Una struttura nella quale l’immaginazione diventa uno strumento collettivo di trasformazione del reale” (LaBelle., Op. Cit.p. 259).

Nel lavoro di Wollscheid spesso i sistemi di intereazione rispondono ad imput generati da passanti fruitori, ed anche l’output stesso viene fruito dagli stessi utenti, che si trovano nello spazio d’azione.

Nell’installazione Possible Polysone, realizzata di fronte al Palazzo della Solidarietà di Piombino, in occasione di Experimenta Festival di Sound Art, Istallazioni Audio Visive e Live Set, l’artista propone la creazione di una zona determinata da sei cerchi di luce proiettati sulla strada. In alto, sei altoparlanti producono delle sonorità differenti per ogni cerchio di luce. Entrando nell’area illuminata, l’utente attiva un suono e lo modifica in base al proprio movimento nello spazio. Nel momento in cui altre persone entrano nello stessa zona luminosa, si vengono a produrre nuovi suoni, che interferiscono con quelli già presenti. Si cerca di instaurare, così, un possibile ‘dialogo di suoni’ tra i passanti.

“La dimensione spaziale di queste installazioni si sviluppa grazie all’interferenza continua tra spazio pubblico urbano, produzione del ‘locale’ e moltitudine. Dove per ‘produzione del locale’, si intende un sistema nel quale il lavoro dell’immaginazione si fonde alla sensibilità collettiva, contribuendo all’intensificazione della presenza nella società digitale” (LaBelle., Op. Cit.p. 259).

In questo senso, è fondamentale per Wollscheid l’utilizzo di dispositivi interattivi nel contesto del proprio lavoro artistico. L’interazione, infatti, permette all’autore di ricreare una dimensione spaziale capace di mettere in relazione l’utente multiplo allo spazio pubblico.

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Utilizzando e ampliando una definizione già nota potremmo classificare questi ‘spazi sensibili’ come Ambienti Multimodali Interattivi che in questo caso definirei come Urbani. In installazioni con queste caratteristiche, lo spazio è plasmato e modificato dal comportamento del singolo fruitore, che si trova immerso in un dialogo quotidiano con l’ambiente della città che lo circonda e, contemporaneamente, si rapporta ad una moltitudine di altri esseri umani. Moltitudine che diventa essa stessa parte integrante della relazione.

I palazzi interattivi di Wollscheid, attraverso il lavoro sugli aspetti relazionali dell’interazione, trasformano lo spazio in un contesto performativo. “Incoraggiano, l’utente multiplo a formare un’orschestra temporale nella quale l’individuo e la moltitudine danno vita a una narrativa estesa, che arriva a modificare la nozione stessa di socialità, e porta a indagare nuovi modelli di comportamento”(LaBelle. Op. Cit. 262).

In wollscheid, l’idea di Ambiente Multimodale Interattivo Urbano è a mio parere strettamente legato alla sperimentazione e progettazione di dispositivi sonori, che l’artista svilupperà fino ad arrivare alla creazione di una Sound Box del 2007.

Dal 1993 al 1999 egli realizza numerose versioni dei dispositivi denominati Clapper System. Questi sistemi fanno suonare oggetti, stanze o superfici, sfruttando la peculiare risonanza dei diversi materiali, mediante l’utilizzo di uno specifico programma e di numerosi magneti. L’artista si serve dei Clapper in diverse performance, durante le quali viene esplorato, attraverso il suono, lo spazio dell’installazione stessa. Nel caso del festival ‘Sonic Perception’, ad esempio, alcuni magneti sono strategicamente posizionati sotto le sedute degli spettatori. In altre occasioni installative viene indagato il corpo sonoro dello spazio e gli oggetti della quotidianità.

Dal 1997, l’artista progetta i Trasformer e le Sound Box, costruite come vere e proprie scatole, in grado di registrare il suono ambientale e di trasformarlo in tempo reale, per poi riemetterlo modificato nello spazio in cui sono installate.

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Wollscheid presenta la sua ultima versione Sound Box del 2007 al Sound Art Museum di Roma. A prima vista, siamo tentati di catalogare le Sound Box all’interno della categoria Iper-strumenti, ma è in realtà sufficiente soffermarsi sul loro funzionamento per arrivare a formulare alcune considerazioni che ci allontanano da questa ipotesi.

In primo luogo per il modo in cui questi oggetti vengono realizzati: l’autore cerca, infatti, di rendere le Sound Box sempre più sofisticate a livello di traduzione e trasformazione del suono, ma soprattutto sempre più facilmente trasportabili, in modo che gli utenti possano agilmente inserirle nell’ambiente quotidiano in cui normalmente si trovano. Altro elemento che le differenzia è l’importanza che viene data al movimento degli utenti nello spazio.

Questo dispositivo mette in relazione quindi un fruitore, con i suoni dell’ambiente nel quale si trova, che si modificano in base al suo movimento nello spazio, interagendo allo stesso tempo con la moltitudine. Ci allontaniamo, dunque, dalla dimensione dell’iper-strumento, per entrare in una più allargata forma di interazione che vede il suono (e il suo rapporto con lo spazio) come una sorta di linguaggio, grazie al quale possiamo, creare molteplici relazioni.

Ne deriva un congegno che ascolta e genera a sua volta un ambiente, nel quale il fruitore diventa parte attiva. Rispondendo ad input dati dal singolo individuo, il suono viene riflesso e si confonde nello spazio circostante arrivando a stabilire un contatto con la molteplicità degli eventi sonori e delle persone presenti nell’area in cui si trova la Sound Box.

Grazie all’interazione tra le parti coinvolte nella relazione fruitore-suono-spazio urbano-moltitudine, si dà infatti vita a un’interessante investigazione sulla nostra presenza nell’ambiente circostante e sulla costituzione di nuove abitudini comportamentali.

Il costante slittamento tra la pubblica interferenza e la moltitudine risulta essere, dunque, uno dei principali snodi nella riflessione teorica e nella pratica artistica di Achim Wollscheid.

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Claudia Maina: Penso ad opere quali Wall Field del 2006 e Connective Momory del 1999, oppure anche alla più recenti 8 lights, 8 speakers del 2009, queste installazioni se pur molto diverse tra loro, operano su una connessione tra lo spettatore-passante utente e lo spazio urbano come spazio di relazione. Vorrei chiederti in quale modo il suono entra in relazione con lo spettatore? come intendi il rapporto tra suono, spettatore e spazio urbano?

Achim Wollscheid: Prima di tutto non ho una risposta in termini definitivi e generali, sul ruolo che suono, luce e spazio assumono nelle mie installazioni. Credo comunque che il termine “installazione” non sia del tutto appropriato, in quanto pone l’enfasi sul “costruire”-in questo senso l’installazione è considerata quasi come un oggetto. Ritengo invece più adeguato chiamare i miei lavori interferenze o impianti: in definitiva dei comunicatori tra lo spazio e la gente al loro interno. Ognuna di queste interferenze ha, ovviamente, differenti condizioni iniziali (spaziali, infrastrutturali, politiche, sociali ed economiche) e differenti elementi che guidano la fase concettuale, di test e di produzione ( clima, durevolezza, interno vs esterno, condizioni protette e non protette). Questo significa che il contesto ( architetture, infrastrutture, densità vs vastità etc..) presenta una serie di condizioni, che prefedefiniscono le possibili interferenze.

Utilizzo il suono e la luce in quanto entrambe possono muoversi nello spazio-preferibilmente in tempo reale. La tecnologia attuale può reagire a stimoli esterni-in questo senso è come se le immagini potessero vedere e la musica sentire. Il mio intento è quello di invitare la gente ad interagire, cosa che dal mio punto di vista avviene più facilmente in una dimensione temporale ben definita. Questo significa che le azioni delle persone, l’interazione e la reazione prevedono solitamente movimenti e suoni nel tempo-così come avviene per i media.


Connective Memory
è stata progettata e realizzata per studenti delle scuole superiori. Ho ripensato al suono speciale della sala dell’intervallo dei miei giorni di scuola-e il punto di partenza è stato quello di progettare nuovi modi per modularlo. Il risultato è stato una serie di micorfoni installati in diversi punti della sala ed una serie di altoparlanti. Il brusio delle voci è stato quindi registrato e processato- e riemesso. Un pannello luminoso a forma di scacchiera (il funzionario scolastico voleva qualcosa di rappresentativo..) posto di fronte alla scuola traduce le dinamiche e l’intensità della rielaborazione in un gioco a scacchi di luci.


8 lights 8 speakers
risponde alla necessità di avere qualcosa di modulare a disposizione-per poter essere installato in luoghi che non ho avuto la possibilità di visitare prima-ma che permetta anche una claibrazione specifica dei suoni. Il sistema è paragonabile a quello utilizzato in Connective Memory, con la differenza che in questo caso le altoparlanti e le luci possono essere posizionate e direzionate individualmente. I suoni ambientali vengono registrati, elaborati e riproposti in tempo reale. Le luci reagiscono allo stesso modo cambiando individualmente intensità. In questo senso lo spazio mette in connessione lo spazio interno ed esterno- non solo per un singolo utente, ma per un gruppo di spettatori.

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Claudia Maina: Nel tuo lavoro utilizzi la creazione di sistemi di interazione che rispondono ad un imput individuale, ma allo stesso tempo suggeriscono una forma di orchestrazione multipla degli utenti. La dimensione spaziale di queste installazioni, si sviluppa grazie all’interferenza continua tra spazio pubblico e spazio urbano, produzione del locale e moltitudine. In quale modo operi nella progettazione, per mettere in relazione la risposta dell’utente singolo, con lo spazio e la conseguente moltitudine?

Achim Wollscheid: Direi che questo riguarda ciò che chiamo malinteso antropocentrico. Siccome siamo-con i nostri limiti-il centro delle nostre percezioni ed azioni, tendiamo ad esasperare l’importanza delle nostre azioni nei confronti degli altri, che ovviamente si comportano allo stesso modo. In altre parole-affinché ci sia un imput dalla moltitudine è necessario che anche l’output provenga dalla moltitudine stessa. In questo senso, nel mio lavoro, non mi riferisco mai ad un singolo individuo.

Claudia Maina: Oltre all’aspetto sonoro, attraverso il quale lo spettatore entra in relazione con ambienti e palazzi, molto spesso nelle tue installazioni entra in gioco l’elemento luce. In quale modo la luce si relaziona con il suono? E di conseguenza, come entra in relazione con lo spettatore, penso ad esempio all’opera Intersite del 2004 nella quale mi sembra la luce assuma un ruolo molto importante.

Achim Wollscheid: Io considero i media (quali luce e suono) come funzioni. Queste funzioni non sono portatrici di significati estetici o contenuti ma sono solo messaggeri che possono essere combinati in risposta alle richieste e necessità di un determinato contesto. L’obbiettivo è l’interazione tra possibili co-giocatori. Se un contesto risulta essere troppo rumoroso e denso, in termini di suono, privilegerò quindi l’utilizzo di luci o viceversa. L’aspetto fondamentale per la funzione è–essere riconoscibile. La funzione deve quindi soddisfare contemporaneamente due requisiti: bilanciare le condizioni date, ma anche distinguersene. Per ottenere questo utilizzo spesso sistemi modulari, griglie e patterns.

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Claudia Maina: Lo spazio viene quindi a trasformarsi in un nuovo contesto performativo, nel quale si fonde un’azione dell’individuo con il concetto di moltitudine, attraverso un sistema tecnologico. Vengono così a crearsi nuove forme narrative. In quale modo questo influenza la poetica nel tuo lavoro?

Achim Wollscheid: Credo non ci siano molte poetiche nelle funzioni.


Claudia Maina:
Vorrei ora chiederti a proposito della Sound Box progettata nel 2007. Questo strumento assolve alla funzione di mediatore tra fruitore, moltitudine e spazio dell’ambiente circostante. Ci spieghi come ne intendi il funzionamento e quali sono le sue possibili applicazioni? Quli sono le caratteristiche che la allontanano dalla categoria di Iper-strumento scultura sonora?

Achim Wollscheid: E’ un oggetto portatile. Qualcosa che le persone potrebbero comprare, un piccolo dispositivo che, secondo me, tenta di dare una risposta a una questione irrisolta della computer music-come programmare un brano, che continuamente riprogramma se stesso senza diventare ripetitivo e ridondante. L’inaspettato, il contestuale, le voci ed i rumori entrano nella sound box e vengono rimodulati. Tecnicamente la S.B. consiste di un microfono (imput), un micro computer e un’altoparlante (output). Una volta entrato, il suono viene analizzato e rielaborato in tempo reale, producendo una sonorità che in modo più o meno riconoscibile è ricollegabile all’imput iniziale.

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Claudia Maina: A questo punto vorrei ringraziarti e chiederti quali sono i tuoi progetti futuri e se hai in programma qualche intervento installativo in Italia.

Achim wollscheid: Nessun programma al momento. Grazie a te.

Note:

LaBelle, Brandon e Roden, Steve., Site of sound: of architecture and the ear, New York, edited by Brandon Labelle and Steve Roden, Errant Bodies Press in association with Smart Art Press, 1999.

LaBelle, Brandon., Background noise. Perspective on Sound Art, New York, The Continuum International Publishing Group Inc, 2007.

AA.VV., Selected works. Achim Wollscheid, printed by Vier-Türme-Gmbh, Frankfurt, Selektion SB04, 2001.

www.selektion.com/members/wollscheid/default.htm

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