L’accostamento è a prima vista scottante. Nella mostra allestita nelle sale dell’Arts Santa Mònica di Barcellona – in questo inizio d’autunno 2010 – si ripensa, si riflette e ci si interroga sulla relazione contorta e controversa tra Arte e Televisione. TV/ARTS/TV è un percorso multidirezionale che parte dagli anni ’60 ed arriva fino ai nostri giorni: opere che ormai fanno parte della storia dell’arte e sperimentazioni attuali di giovani artisti/ricercatori a cavallo tra arte e nuove tecnologie, compongono e danno vita ad un progetto che offre molteplici punti di vista sul medium televisivo.


Un progetto che, come sottolinea la curatrice Valentina Valentini, è una ricerca, un’indagine, un’interrogazione che nasce da un “un desiderio, da un’esigenza e da un’istanza conoscitiva”. Dai primi entusiasmi alle prime diffidenze; dalle illusioni provocate dai dispositivi elettronici alle critiche nei confronti dell’uso strumentale e commerciale del
medium; dalle utopie di trasformazione all’irruzione del video; dall’oscuro potere dello “spettacolo televisivo” alle numerose strategie di controinformazione…l’argomento Arte e TV sembra offrire molteplici spunti di riflessione.

La mostra, la ricerca svolta e il discorso teorico che vi possiamo ritrovare dietro, rappresentano proprio questa doppia natura e questa relazione ambigua tra il mezzo televisivo e l’arte. Questa influenza dell’una nei confronti dell’altra che alle volte è ispirazione ed altre corruzione. L’ambivalenza nei confronti del mezzo di comunicazione di massa, sia esso la televisione di ieri o l’Internet di oggi, sembra quindi essere la sensazione più comune e diffusa.

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Le arti – in particolare il video – in questo rapporto di forza impari, hanno comunque sferzato il loro assalto e messo in evidenza le ambiguità del sistema di produzione e consumo della televisione. Purtroppo resta la realtà di generazioni influenzate dal modello televisivo, di apparenza e superficialità, al quale l’arte, nelle sue molteplici declinazioni, riesce a contrapporre alternative importanti e illuminanti, ma ancora troppo deboli. Una riflessione sul medium e sulle sue funzioni, in quest’epoca “in cui stiamo tutti buttando la televisione fuori casa”, è quindi necessaria e doverosa. Della mostra, delle opere e delle diverse considerazioni generate dall’argomento, ne ho parlato direttamente con Valentina Valentini, curatrice di TV/ARTS/TV al Santa Mònica, che ringrazio per la sua disponibilità.

Herman Bashiron Mendolicchio: Arte e Televisione: una relazione pericolosa e contraddittoria?

Valentina Valentini: C’è sempre stata una diffidenza, almeno come pregiudizio, da parte dell’arte nei confronti della televisione, così come c’è stata una diffidenza agli inizi degli anni ’70 da parte di molti artisti visivi nei confronti delle nuove tecnologie e del video in particolare. Non solo da parte degli artisti visivi, ma anche del cinema. Umberto Eco in Apocalittici e Integrati fotografava una situazione nei confronti dei mass media e delle nuove tecnologie che è durata per molti anni. La situazione forse è cambiata negli anni ’80. Diciamo che una sorta di repulsione istintiva e pregiudiziale è normale. Eppure, quando ho cominciato a lavorare a questa ricerca – la mostra è frutto di un lavoro di ricerca, non solo una scelta di opere e di artisti – mi sono resa conto che non è sempre stato così.

Se andiamo a rileggere i manifesti di Nam Jun Paik negli anni ’69-’70, Fluxus ’68-’69, Richard Serra e soprattutto molti artisti americani o anche il Manifesto Sulla Televisione di Lucio Fontana, che è del ’52, possiamo notare che la televisione, in alcuni artisti, ha alimentato un’utopia di cambiamento. Il manifesto di Fontana, per esempio, era firmato da una serie di artisti che vedevano nella televisione la possibilità di trasformare il rapporto tra il fruitore e l’arte. Se pensiamo ad un’esperienza come quella di Gerry Schum in Germania nel ’68, quando ha dichiarato: “perché bisogna ancora andare a visitare le mostre nelle gallerie? Abbiamo la televisione e facciamo della televisione una galleria virtuale”. In quell’occasione Schum ha commissionato a venti artisti internazionali una serie di opere pensate appositamente per lo schermo televisivo.

O ancora l’idea realizzata da alcuni artisti in America che riuscivano a gestire dei canali televisivi con dei programmi di artisti tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Rileggendo la storia dell’arte attraverso questo rapporto e questa prospettiva scopriamo, e sarebbe ancora un lavoro da fare, tantissime riviste degli Stati Uniti con articoli in cui si dichiarava: fai tu stesso la tua tv, compra una telecamera leggera, ecc.; e a partire da questi esempi si sono create una serie di pratiche alternative che vanno dalla controinformazione alla community tv, dalla cable tv e il video d’artista alla televisione intelligente. Pratiche che riflettevano sul come riuscire a penetrare nel sistema per creare dei buchi nella rete.

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Herman Bashiron Mendolicchio:La TV può essere definita come un mezzo controverso dominato da interessi commerciali e pubblicità. Questa mostra la vuole riscattare?

Valentina Valentini: Assolutamente no! La televisione, come apparato e come sistema, è stata sempre contro gli artisti. Se ha aperto degli spazi sono stati degli spazi, delle parentesi, fugaci e provvisorie. Se noi pensiamo a quanti artisti in Italia hanno avuto una committenza da parte della televisione, sono pochissimi e il più delle volte le loro opere non venivano nemmeno trasmesse. Channal Four in Gran Bretagna forse è l’unico che si distingue perché ha alimentato una serie di registi, fra cinema e video, trasmettendo le loro opere. Ma il più delle volte, in Germania, in Spagna, ecc, sono veramente rari gli spazi di apertura da parte della televisione. Gli artisti sono sempre rimasti fuori dalla programmazione televisiva.


Quindi qui non si riscatta la TV in quanto sistema e apparato di produzione commerciale, sia esso pubblico o privato, si riscatta, si ripensa o si invita a ripensare il
medium e quali utopie, speranze, esperienze ha alimentato anche attraverso la sperimentazione e la produzione di opere video. Il video è stato la coscienza, lo specchio, puntato nei confronti della televisione. Il video ha parodiato il genere, ha saccheggiato la TV, ha usato il suo archivio per creare delle opere diverse, la scratch television, ecc. e in questo senso la TV come immaginario e come sistema di produzione e di fruizione ha alimentato un pensiero interessante.

La televisione rappresentava la fruizione domestica e con questa fruizione domestica si sarebbe potuto fare di tutto. Qualche artista diceva: “possiamo far entrare il museo, l’arte, la galleria in casa”. Allo stesso tempo la televisione era la condizione spettatoriale, ovvero “io che guardo”. Vito Acconci, Judith Barry e non solo, hanno scritto dei saggi sullo spettatore e il consumatore televisivo. Queste riflessioni, alimentate dalla TV, è giusto rivederle oggi in un momento in cui stiamo tutti buttando la televisione fuori casa.

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Herman Bashiron Mendolicchio:Quali sono le influenze reciproche tra Arte e TV?

Valentina Valentini:All’inizio questo progetto – che è sulla TV e le arti al plurale – comprendeva anche un’indagine sul teatro e sul cinema. Come la tv ha stimolato una produzione – chiamiamola alternativa, trasgressiva, di parodia, critica – di artisti che hanno utilizzato le nuove tecnologie; ma anche di come la televisione ha modellato dei linguaggi. A teatro, ed anche al cinema, non possiamo non misurare, capire e valutare come alcuni spettacoli siano profondamente modellati dal dispositivo televisivo. Può essere il varietà, può essere il tipo di recitazione colloquiale, può essere quel rivolgersi direttamente allo spettatore che è proprio del presentatore televisivo, in ogni caso ci sono tanti elementi che fanno capire come il linguaggio televisivo abbia influenzato, modellato, corrotto, gli altri linguaggi.

Herman Bashiron Mendolicchio:Riprendendo il titolo di un’opera di Antoni Muntadas: video is television?

Valentina Valentini: Potremmo fare una raccolta di slogan riguardo alla televisione, da Bill Viola a Muntadas. Nel periodo concettuale il titolo era l’opera. È evidente che nel periodo in cui Muntadas realizza questo video, afferma la differenza sostanziale tra la TV, asservita e commercializzata, e la pratica artistica che utilizza il dispositivo elettronico ma che è completamente diversa perché lo punta contro la TV e perché lavora in opposizione a quelli che sono i meccanismi e le convenzioni televisive. Quindi quella di Muntadas è un’interrogativa retorica con una risposta negativa.

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Herman Bashiron Mendolicchio:Tra Arte e TV quello che ritroviamo in comune è l’immagine. Gary Hill ha parlato dell'”immagine come virus”. L’immagine è il centro della comunicazione e la TV il suo primo propulsore. Manipolazione, distrazione, illusione, spettacolo del quotidiano: come e cosa contrappone l’Arte a questi effetti devastatori dell’immagine?

Valentina Valentini: Pensiamo ad un artista come Bill Viola, che è presente in questa mostra solo con il video Reverse Television. Bill Viola rallenta le immagini. Gli artisti hanno tantissime e diverse strategie. La più comune e la più diffusa è quella di rallentare l’immagine. Se la TV accelera, l’artista rallenta e mostra l’immagine. Se la TV subordina la parola all’immagine, il video – pensiamo a Gary Hill – o non mette assolutamente la parola ed esalta l’immagine, attraverso anche l’immagine sonora, oppure esalta la parola con la didascalia, come fa Godard. Se la TV è il flusso indistinto, il video è la stratificazione e lo spessore delle immagini.

Se la TV è inizio, culmine e fine, il video è la rottura di questa modalità narrativa, per cui lo spettatore è chiamato a trovare un percorso all’interno di immagini che non hanno più la linearità né della TV né del cinema. Non c’è più scorrimento unidirezionale, ma si è ribaltato completamente il concetto di alto, basso, destra, sinistra. L’immagine diviene mosaico. Le strategie, inventate dall’arte e dal video, sono davvero tante. Pensiamo ad esempio ad un gruppo inglese degli anni `80, Gorilla Tapes, che nel momento in cui la Thatcher è andata al potere hanno preso i telegiornali e ne hanno completamente modificato le notizie, attraverso un montaggio, facendole apparire del tutto diverse rispetto al messaggio televisivo originario.

Herman Bashiron Mendolicchio:Una mostra che guarda al passato e al futuro. Dall’archeologia dell’analogico all’era digitale. Come ha costruito questo percorso curatoriale?

Valentina Valentini: Innanzitutto io lavoro studiando, facendo delle ricerche, non dicendo quali sono gli artisti che vanno di moda, sono sul mercato o sono miei amici. Per quanto riguarda la storia, per me è un elemento d’indagine fondamentale. M’interessa però la storia, come dice Foucault, in cui ci sono le rotture, in cui non c’è una consequenzialità o tutti i fatti come ce li hanno insegnati in cattivi manuali di storia. C’è una storia in cui ci sono dei buchi neri. La storia che mi piace è quella che pone degli interrogativi, dei salti.

Questa mostra vuole essere un’interrogazione in cui c’è il senso della storia dentro. Poi, incontrando un artista giovane come Ivan Marino, è venuta fuori questa idea di costruire un dibattito sul ruolo della TV nel futuro e in questo nostro secolo. Il progetto è nato in corso d’opera, non da un’ideologia o da un’idea preconcetta, ma dallo stesso bisogno d’interrogazione e d’interrogarsi da cui è nata tutta l’operazione. Da un desiderio, da un’esigenza e da un’istanza conoscitiva.

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Herman Bashiron Mendolicchio:Nella mostra c’è un’opera dedicata a Dan Graham. In che consiste questo omaggio?

Valentina Valentini: Dan Graham è un artista americano che ha lavorato molto sulla televisione, che ha fatto delle riflessioni sul ruolo della televisione e del video e sul video visto come specchio, come finestra tra interno/esterno. Mi sembrava quindi simbolicamente importante metterlo al centro di questa mostra. Production/Reception è un’opera che non ha mai realizzato. Non l’aveva realizzata per problemi economici, perché nel ’76 realizzare quest’opera significava stabilire una televisione via cavo in uno studio televisivo e in una famiglia per tanto tempo e mandare le riprese, notte e giorno, su un terzo canale.

È un’opera didattica, esemplificativa della speculazione e della ricerca dell’artista: ossia vediamo da un lato come si confeziona l’informazione e dall’altro come si fruisce e consapevoli dell’uno e dell’altro possiamo mescolare i canali. Avevo chiesto a Dan Graham se voleva realizzare questo progetto qui e adesso e per un paio di mesi abbiamo avuto l’illusione che questa idea potesse andare avanti. Poi si è ritirato ed ha preferito lasciare il suo progetto irrealizzato. Allora ho chiesto a due artisti, Canecapovolto e Ivan Marino, di rielaborare il progetto e quindi in questo senso si è trasformato in un omaggio a Dan Graham.

Herman Bashiron Mendolicchio:Si va dall’entusiasmo nei confronti del mezzo televisivo, alla critica. Secondo lei succederà lo stesso con Internet e con i nuovi strumenti audiovisivi?

Valentina Valentini: È già successo. Quando è apparso, Internet sembrava rispolverare le stesse illusioni che avevano creato e provocato i dispositivi elettronici, la telecamera leggera, ecc. Illusioni tipo: la democrazia, tutti possiamo fare informazione, la creatività a portata di mano, l’accesso…


Anche Internet è ambivalente. Ci sono le esperienze tipo
community TV, in cui ci sono degli artisti ibridi che danno dei compiti ai navigatori del loro sito: fai una fotografia, canta una canzone, scrivi un diario, ecc…dopodichè gli utenti che hanno risposto a questi compiti li depositano nel sito e l’artista preleva tutto e lo trasforma a suo modo. Ce ne sono parecchi di questi esempi di arte “relazionale” tra virgolette…che sono molto ambigui.

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Herman Bashiron Mendolicchio:Quindi finirà per prevalere la critica e la diffidenza?


Valentina Valentini:
Non è solo questione di diffidenza. Questo già da Benjamin veniva fuori. Benjamin, che è stato uno dei primi teorici dei mezzi di comunicazione di massa, ha sempre avuto un pensiero ambivalente. Il cinema e la fotografia avvicinano l’opera, ma distruggono l’aura. Nel momento in cui la dimensione espositiva taglia fuori la dimensione rituale, c’è una perdita. Per dirla in termini banali, in questa ambivalenza c’è, allo stesso tempo, una perdita e un vantaggio. La comunicazione del cinema, per esempio, va a colpire direttamente lo spettatore, che ne viene bersagliato, come voleva Eisenstein con il montaggio delle attrazioni. Questo essere bersagliato va a manomettere un meccanismo che è altrettanto importante, che è quello del cum templum, quello della contemplazione, in cui sono io che stabilisco i tempi in cui guardo, decifro e do significato a qualcosa. In ogni modo sono i propri dispositivi tecnologici che contengono questa doppia natura. Non sono né positivi né negativi, né apocalittici, né integrati.

http://www.artssantamonica.cat/

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