Capita di nascere in una provincia italiana, capita di capire fin dall’adolescenza di amare un’arte considerata “minore” dalla società e con pochi sbocchi professionali, capita di trasferirsi per studiare danza ed anche di conoscere persone ed opportunità che potrebbero cambiarti la vita.

Capita ma non basta se non ti vuoi inchinare al sistema, se devi scendere a compromessi ed aspettare anni per poterti esprimere in prima persona. Non basta se hai voglia di creare, sperimentare, metterti in discussione ed anche sbagliare; non basta se ti chiami Morgan Nardi, partito da Ascoli Piceno senza paura né falsa modestia, cresciuto “da solo” e con il coraggio di chi ha tutto da perdere, con la convinzione che ogni soddisfazione sarà frutto della sua caparbietà e professionalità. Doti indiscutibili del coreografo-performer che d’ italiano ha il nome, il suo passato ma ora – il presente – è nel nord-ovest di una Germania che gli ha offerto molto di più di un contratto, dove meritocrazia e valori hanno una marcia in più.

Non ha rimorsi Morgan, guarda avanti e il suo sguardo dall’esterno sulla situazione italiana è da vero professionista; maturità e saggezza di chi sa che in terra tedesca è un innovatore ed un artista stimato e riconosciuto. A Düsseldorf ha trovato se stesso – fra cadute e salite, fra complimenti ed anche porte chiuse incomprensibilmente – dove tutto serve per crescere; 15 lunghi anni passando dalla scuola di Pina Bausch alla Neuer Tanz (lavorando tra gli altri con Wanda Golonka e Va Wölfl) fino al collettivo Ludica dove ha incontrato e sperimentato affianco professionisti quali Tanaka, Logìnov e Micheletti.

Poi, sentito il bisogno di rimettersi in discussione, di sperimentare sulla propria pelle le sue molteplici qualità, diventa protagonista di uno spettacolo di rottura della scena coreografica e di un teatro-danza tipico del suo bagaglio esplodendo nell’ultimo spettacolo messo in scena con la drammaturgia di Oskar Genovese: A one M(org)an Show.

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Qui a differenza delle passate produzioni – dove firmava le coreografie ed il suo ruolo in scena era “rilegato” a comparse improvvise, entrate ed uscite, da “collante” con il pubblico, da tecnico, regista performativo e ovviamente danzatore sempre con l’innata gradevole e particolarissima presenza scenica – riesce finalmente a capire e farsi capire. Artista poliedrico Morgan, dove ha potenzialità nel corpo, nella voce e nella mente; il suo è un processo creativo e costruttivo in continua evoluzione sfociato oggi in un potente equilibrio e una forte convinzione del sé, nonostante le sue insicurezze obbligate che nascono da lontano.

Personalissimi movimenti di danza astratti di un corpo sottile e delicato, una voce che incanta e una padronanza del linguaggio ineccepibile danno vita ad uno “stile morganiano”; in lui un patrimonio interiore che spazia da Balanchine alla Brown, dal regista “totale” Wilson a Wagner, dall’espressionismo del Tanztheater al gesto di Robert Wilson con peculiarità espressive alla Thierry de Mey e Virgilio Sieni fino alla performing dance urbana contemporanea. Dove concentra e sviluppa il tutto in qualità e originalità, con dedizione e riguardo oculato verso una certa scena minimal e se vogliamo spogliata, dove il bianco come colore risalta agli occhi del fruitore come elemento elegante e pregnante tipico della scena visiva anche di una certa Socìetas di Cesena.

Capacità oratoria alla Gualtieri, maestria ed ampiezza canora specifica, abilità di mantenere l’attenzione del fruitore che non ha eguali; infine dominio assoluto e competente di creare-generare sempre una coreografia insolita, distinta, ricercata e quindi di pregiata caratura. Anche quando sceglie di utilizzare la tecnologia non eccede mai in semplici artifizi o sorprendenti effetti insensati; tutto oculato alla perfezione, in sintonia con il quadro drammaturgico ed essenziale per la riuscita ed il contesto globale.

La new choreography soffia dalla Nordrhein Westfalen, e in Italia prima o poi arriverà. Ringrazio Morgan per l’intervista che riporto di seguito e per le continue conversazioni giornaliere sulla sua arte, sulla vita e tutto ciò che ruota intorno al mondo dello spettacolo e non solo. Grande uomo e grande artista.

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Massimo Schiavoni: Morgan quali sono stati i tuoi studi in Italia che hanno portato a farti diventare prima un danzatore poi un coreografo-regista. Avevi già avuto esperienze artistiche in Italia prima di “partire”? In Germania poi – nella Neuer Tanz di Düsseldorf – che ruolo ha rivestito fin da subito? Spiegami poi come è nato e con chi il collettivo Ludica e perché questo nome.


Morgan Nardi
: Ho iniziato gli studi della danza classica già all’età di 9 anni presso l’Istituto Musicale G. Spontini di Ascoli Piceno poi dopo la maturità classica li ho proseguiti fino a diplomarmi col metodo RAD (Royal Academy of Dancing di Londra) a Firenze. Parallelamente seguivo l’università di Lettere e Filosofia, che purtroppo ho dovuto interrompere per motivi economici. Ho frequentato i corsi di sperimentazione vocale e gestuale di Gabriella Bartolomei, il cui metodo è tutt’ora rimasto uno strumento fondamentale di ricerca per il mio lavoro. Ho fatto esperienza di danza e teatro in vari Enti Lirici italiani (Teatro Comunale di Firenze, di Bologna, Teatro La Scala di Milano …), ho preso anche parte ad alcune trasmissioni televisive in RAI per le coreografie di Franco Miseria! E prima di partire per la Germania ho lavorato con coreografi come Fabrizio Monteverde e Torao Suzuki.

Ma non vorrei dimenticare tutti quelli che hanno contribuito alla mia crescita creativa: Rosella Bechi, Deda Colonna, Fernando Hiram, Antonella Agati, Angelo Corti, Flavia Sparapani, la compagnia teatrale Krypton…spero di non aver dimenticato nessuno! Per ciò che riguarda il mia posizione nella Neuer Tanz, non si può certo parlare di ruolo, perché qui i danzatori sono parte del linguaggio dello spazio scenico, non sono il centro del palcoscenico ma condividono l’esistenza con gli altri elementi (luci, suono, media etc.).

La nostra funzione performativa non era ridotta al solo movimento: per questo, oltre alle lezioni di danza classica e moderna, prendevamo lezioni di canto, di percussioni, di chitarra elettrica, e anche di disegno. Tutte queste facoltà, che allenavamo giornalmente, dovevano essere tra di noi interscambiabili. Un’esperienza unica che però non mi arricchiva umanamente. Da qui è nata la necessità di trovare un mio spazio di ricerca. Subito dopo aver lasciato la compagnia ho incontrato Naoko Tanaka, una visual artist di Tokyo.

La particolarità delle sue installazioni mi avevano subito stimolato ad interagire con essi. Da lì a un anno, dopo condivisioni e sperimentazioni di varie modalità di esposizione, ci invitarono a organizzare l’opening per il vernissage di una mostra in una galleria d’arte di Düsseldorf. Io colsi l’occasione per creare una vera e propria performance basata sull’interazione tra i vari materiali e linguaggi presenti in quello spazio. Così nacque Von Rosen, da beisst Sie ab, una “tanzinstallation” che si è meritata l’anno seguente il primo premio del Concorso Internazionale Coreografico “Tendaces” di Luxemburg. Era il 2001. Lì abbiamo fondato le basi di quello che poi nel giro di un paio di anni è diventato il collettivo Ludica. La scelta del nome “Ludica” è stata una necessità per neutralizzare il valore nominale che personalizzerebbe troppo il senso del nostro lavoro: per me era ed è tutt’ora importante porre l’idea al centro della ricerca e non la nostra personalità. Aggettivo plurale neutro latino, Ludica. significava per noi metterci in gioco.

Mettere tutto in gioco e visibilmente, soprattutto nella scena. Giocare con la trasversalità dei segni e mettere in crisi il senso della rappresentazione nella sua comune fruibilità e in questo diventare innovativi nell’interscambio dei linguaggi usati. Perdersi tra i labirinti della percezione e ritrovarsi nella semplicità pura del messaggio. Agire con un fare “ludico” è prima di tutto cooperare come un atteggiamento mosso dal volersi sentire uniti all’altro, dal ricevere e ottenere aiuto, e dall’accettare l’altro ed essere accettato ma è anche porsi in antagonismo: il gioco competitivo tra il corpo e i media che caratterizza i nostri tempi. Nella relazione col pubblico, lo spettatore stesso diventa un compagno di gioco perché a lui vengono lasciate l’elaborazione e la sintesi di ciò che vede e sente.

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Massimo Schiavoni: Spiegami Morgan come si lavora in Ludica; il processo creativo ed organizzativo delle performance e i rapporti-gerarchie con i “compagni” di questo viaggio artistico nella Nordrhein Westfalen. Raccontami una delle prime produzioni di Ludica, l’ installazione danzata das Orchideenzimmer del 2002; come nasce, impianto drammaturgico e spaziale, dispositivi visuali e coreografici, la struttura sonora e l’eventuale messaggio.


Morgan Nardi
: In linea di massima siamo sempre partiti, da un’idea, una parola o una visione, uno spazio, poi segue un periodo lungo e intenso di ricerche. Questo può durare mesi o anche un anno, in questo periodo si selezionano i nodi fondamentali che dettano le condizioni di lavoro, le scelte, i personaggi, le strutture, i tempi etc. Poi c’è la fase di composizione della materia attraverso tutti i mezzi necessari per dare vita all’idea di partenza, in questo ci rientrano anche la suddivisione dei compiti, gli accordi con i produttori e le organizzazioni, le prove. Per le prove si cerca di essere il più preparati possibili, ma anche i più aperti possibili all’inatteso, perché solo attraverso un equilibrio instabile e il gioco tra controllo e perdita di controllo si riesce ad avallare la troppa presenza di se stessi e quindi presentare l’idea così com’é.

Il mio ruolo è sempre stato quello di coordinatore dei vari linguaggi e in un certo senso di bodyguard dell’idea iniziale. L’idea di das Orchideenzimmer nasce dalle riflessioni di Jacques Derrida sul tema dell’ospitalità e dalla possibilità di utilizzare una galleria d’arte come luogo performativo. Lo spazio era molto particolare, a forma di L e questo ha comportato la scelta di giocare su dinamiche binarie e di posizionare lo spettatore nell’angolo.

Abbiamo occupato il luogo per un pò di tempo, e utilizzato tutti gli elementi che vi abbiamo trovato – mobilia, oggettistica etc. – i quali hanno aiutato poi a trovare il filo drammaturgico. All’epoca ero ossessionato dalla coltivazione delle orchidee e secondo il concetto tradizionale cinese il solo profumo delle orchidee ha la proprietà di rafforzare la virtù dell’ospite.

Il luogo coinvolto nell’ospitalità è un luogo che non appartiene originariamente nè all’ospite nè all’invitato, ma al gesto con cui l’uno invita l’altro: questo per me è il luogo dell’azione teatrale o performativa. Abbiamo creato un mondo artificiale, dove viene dissolta la distanza normale tra scena e spettatore (tra ospitante e ospite) e l’installazione (con l’aiuto di video, modellini e elementi coreografici) ha formato un nuovo spazio che variava continuamente tra l’atmosfera quasi intima di una stanza chiusa e lo spazio performativo. Per noi era fondamentale che la forza estetica di ogni quadro avesse lo scopo di sospendere i sensi in una condizione quasi allucinata, drogata per poi alla fine, per principio di com-passione, trasformare lo stato vitale dello spettatore verso un’utopia armonica. La struttura sonora oscillava tra silenzi, sussurri e basi registrate il cui strumento principale era il pianoforte, oggetto abbastanza rilevante nello spazio.

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Massimo Schiavoni: Koko Doko – coprodotto con la compagnia di Frank Micheletti – è un lavoro molto giocato su effetti di ombre e proiezioni, su coreografie eleganti e stilizzate, semplici ma di grande impatto visivo dove i diversi performer mettono in scena una danza quasi urbana, fatta di “prese” e scivolamenti, di equilibri in-stabili e posizioni “infantili”. Il tutto ammortizzato dai bianchi scenografici, da ventilatori e pareti animate, dalla musica “da camera” che si vede e si ascolta, da lucette ballerine, dal tuo seguire in cabina di regia il tutto con un faro per poi diventare protagonista ed uscire di nuovo. Bellissimo finale. Mi racconteresti l’iter progettuale di questo bellissimo spettacolo ed il tuo ruolo in particolare?


Morgan Nardi
: Nell’estate del 2005 l’Unione Europea ha finanziato un progetto chiamato COLINA – Collaboration in Arts, un laboratorio artistico interfacciale per 24 artisti europei selezionati in 6 paesi. Per l’occasione venne messa a disposizione una struttura in cui gli artisti erano liberi, nell’arco di 2 settimane, di fare, disfare, provare, di avvicinarsi o allontanarsi, di scambiare le proprie esperienze, di mettersi a confronto ma soprattutto di essere assolutamente liberi, senza l’impegno di dover provare o portare qualcosa a compimento. In questo contesto io e Naoko abbiamo incontrato Frank Micheletti (F), Ikue Nakagawa (J/F), Sven Kuntu (EST) e Annika B. Lewis (DK) e da qui sono nati due progetti: Koko Doko (2006) e The Corner (2007-2009). Il tutto è nato per assenza di idee, un processo inverso rispetto a quello dei nostri lavori precedenti. È stato come mettere 4 infanti (Ikue, Naoko, Frank ed io) a baloccarsi in una stanza pletora di strumenti, oggetti e superfici da esplorare in 5 giorni.

Puro isolamento ludico. L’esito fu una struttura così magicamente perfetta da convincerci a realizzarne un progetto vero e proprio. Da lì a pochi mesi fummo capaci di reimpostare lo spazio in un ambiente teatrale, ricostruirne il soffitto a vetrate della stanza e l’impalpabile membrana dei tendaggi bianchi, trovare le modulazioni compositive adatte, quelle di Audiopixel – alias Miguel Costantino – e soprattutto creare un’architettura tematica e concettuale alla complessività. Koko Doko gioca su due piani paralleli simultanei: quello performativo e quello registico che è a vista e altrettanto performativo, a sottolineare il carattere artigianale e “fai da te” infantile. Il mio ruolo è stato quello di coprodurre il tessuto coreografico e registico e allo stesso tempo di comporre insieme a Naoko l’illusione prismatica dei riflessi e proiezioni.

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Massimo Schiavoni: Raccontami lo spettacolo Anmerkung 134. Un tributo a Pier Paolo Pasolini nato come e perché? Quali riferimenti e cosa hai voluto narrare, rappresentare e perché no sperimentare in terra tedesca con quest’opera dove parola e coreografia si alternano piacevolmente e lentamente?


Morgan Nardi
: Credo che in Germania ci sono più ammiratori di Pasolini che in Italia! Anmerkung 134 (Appunto 134) è nato come proposta del compositore tedesco, Alex Goretzki. È nato nel momento in cui avevo mille domande sulla mia condizione di emigrato, sulla situazione storica italiana, sulla mia identità artistica e sul ruolo della nostra generazione nei riguardi di questa società contemporanea. Quindi non nasce dalla volontà di ricordare l’artista in occasione di qualche festival commemorativo (anche se poi alla fin fine veniamo solo invitati in questo tipo di contesto). Il progetto è un itinerario trasversale che rievoca la nostra realtà biografica accostandoci al mondo poetico di Pasolini e che congiunge movimento, parola e silenzi in un tessuto drammaturgico frammentato.

Volevo che le nostre identità di artisti, di italiani e stranieri, la nostra dislocazione, si riflettessero con lo sguardo caustico di Pier Paolo Pasolini, uno sguardo bidirezionale, che profetizza il futuro nel momento in cui analizza il passato. Una visione direi alquanto buddista. A questo riguardo Naoko ha creato uno spazio di proiezioni e riflessi anamorfici di cui il pubblico stesso è parte, definendo così la periferia grazie alle loro ombre.

Anche qui, come nelle altre produzioni, il tutto avviene in scena e io stesso interagisco con i performer, anch’essi italiani ed emigranti. Tutti indossiamo i vestiti che i nostri genitori indossavano alla fine degli anni sessanta. Non ci sono particolari riferimenti specifici alla sua opera ma quello che volevo trasmettere preferisco farlo dire da lui personalmente: “il segno che ha dominato tutta la mia produzione è questa specie di nostalgia della vita, questo senso dell’esclusione, che però non toglie l’amore per la vita ma lo accresce. Questa è la costante di tutta la mia produzione.”

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Massimo Schiavoni: Di cosa eri consapevole e sicuro nella “preparazione” e produzione della tua ultima opera scenica A one M(org)an Show del 2010? Qui ti sei un po’ “slacciato” dall’impianto complessivo dei lavori precedenti per un tuo personale Show dove la recitazione (e la vocalizzazione) si miscela con il tuo stile coreografico elegante e grazioso, mai pesante e mai stonato in un bianco scenografico che oramai è il tuo leitmotiv imprescindibile. Apprezzo poi il tuo saper riempire la scena, la tua innata locuzione e il tuo protagonismo che non travalica nella presunzione e nell’arroganza a favore di una modestia ed umiltà venuta da lontano. Cosa ha scatenato questo lavoro dove vengono fuori finalmente tutte le tue capacità?


Morgan Nardi
: Restiamo tutti nudi di fronte all’irritante domanda sul senso della vita e della morte. Di fronte a questa vertigine non ci rimane che “costruire” un senso, un credo, una certezza, una storia per renderci l’esistenza più sopportabile in questo lasso di tempo che ci appartiene. A one M(org)an Show doveva essere una perfetta autobiografia di un emerito “Nessuno”, proprio come l’avrebbe fatta Dio nel momento in cui si fosse creato da solo. Se questa biografia poi è la pura verità o una mera menzogna, lo lascio decidere allo “spettatore” stesso. Quello che mi ha spinto ad intraprendere questa sfida è stato il naturale istinto di sopravvivenza e un irresistibile bisogno di amare ed essere amato che accomuna tutta l’umanità. Dopo The Corner ero crollato in un profondo senso di sfiducia nelle persone e nelle istituzioni a cui ero fortemente legato.

Così, dopo aver preso le distanze da Ludica, ho deciso di ritornare sui miei passi affrontando il tutto d(‘)a(s)solo, contando sulle mie forze e le mie qualità. È stato come ricominciare da zero, senza però annullare il mio rapporto con Naoko e i lavori precedenti. Da qui nasce A one M(org)an Show, il mio primo progetto in forma d’assolo col supporto di un team eccezionale formato dal visual artist Erich Pick d’Amburgo, il dramaturg marchigiano Oscar Genovese e il vocal coach Christian Wolz di Berlino. Ispirandomi a performance artists come l’americana Andrea Fraser che si occupa di critica istituzionale e a tutta la tradizione del “one man show” e delle autobiografie artistiche, ho sviluppato una rete complessa in cui difendo il diritto alla menzogna e spezzo ironicamente il dovere della verità, mi nutro delle zone grigie tra verità e menzogna e le relaziono alle realtà artistiche e politiche di oggi.

http://www.morgan-nardi.com

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