Il piccolo e caratteristico borgo di Casté nell’entroterra spezzino, nel comune di Riccò del Golfo, superato il passo della Foce, con 23 residenti (qualcuno di più in estate) completamente recuperato e restaurato grazie ai fondi della Unione Europea, è diventato quest’estate, teatro di una serie di iniziative molto particolari tra arte, teatro, video e musica.

Un paesaggio superbo nella Valle del fiume Vara con vecchie case in pietra squadrata e calce, “piazoeti” (terrazzi rialzati per l’essiccamento dei prodotti), e un solo ristorante a gestione familiare da cui è difficile andarsene, una volta preso possesso della terrazza con vista sulla vallata ricca di castagneti.

Mauro Manco con la complicità di Roberto Bertonati ha messo in piedi dopo una prima timida edizione lo scorso anno, una manifestazione di ampio respiro – con budget praticamente a zero – che ci auguriamo diventi un vero punto di riferimento per gli amanti dell’arte “off”.

Spettacoli teatrali (compagnia degli Evasi), letture (Elena Colucci), conferenze un po’ particolari (Pop porn con Giovanna Maina a cura di Roberto Bertonati), musiche (Gigi Cifarelli), installazioni fotografiche (Gianluca Ghinolfi), disegni a fumetti (Simone Lucchesi) e scultoree (Alessio Manfredi) e proiezioni video e live sonori (con Stefano Tedesco e Manuel Bozzo) hanno avuto luogo all’interno della corte Paganini nel cuore di Casté, un vero teatro naturale dove non c’è bisogno di amplificazione, la luce è quella della luna, e dove il pubblico, come nei tempi antichi, si raccoglie a cerchio a sentire storie.

numero58_Stefano Tedesco 02

La manifestazione è terminata con un live act d’effetto a firma proprio di Stefano Tedesco e Manuel Bozzo. Le mura antiche della corte Paganini hanno infatti ospitato le immagini video di Manuel (ricordate “Supervideo” del G8 di Genova?) sonorizzate live da Stefano, attento e raffinato musicista elettroacustico spezzino. Tedesco ha combinato insieme musiche dal vivo con strumenti musicali di varia natura (xilofono, piatti di batteria, chitarra), con il loro processamento in tempo reale e con campionature ed effetti acustici realizzati in diretta.

La tematica comune di questo live molto suggestivo, sia per l’ambientazione che per le sonorità/immagini immersive proposte, dal titolo La terra dà solo buoni frutti, era la metamorfosi. Come in uno zoom che dal cielo ci conduce sin nelle viscere della terra, le immagini passavano con dissolvenze ed effetti di colorizzazione elettronica realizzati in analogico con due mixer, dalla Galassia ai paesaggi deserti ai grattacieli delle città.

Dall’umanità indistinta di una caotica città orientale ai volti dei manifestanti e dei poliziotti in tenuta antisommossa e con manganello in azione di Genova 2001. Improvvisamente tutto torna: gli stadi di trasformazione di coleotteri, larve, vermi, farfalle che sono mixati insieme a immagini inequivocabili della consumistica civiltà occidentale diventano metafora di una metamorfosi della società che non prelude ad altro che non cancrena, putrefazione e morte.

Suoni intensi, gravi, noise: il live set è gestito come una performance di grande intensità audio video perchè gli artisti si sono influenzati a vicenda, creando un’interazione artistica di grande coinvolgimento sensoriale. E perché sia chiaro fino in fondo il messaggio, la performance termina come un sentito omaggio, con la voce del regista indipendente Alberto Grifi: “Bisogna inventare un computer che prenda come riferimento non il cervello ma il cuore”.

Abbiamo avuto quindi il piacere di intervistare Stefano Tedesco, e questo è la chiacchierata che ne è scaturita.

numero58_Stefano Tedesco 03

Claudio Musso: Improvvisare, secondo il dizionario etimologico, trova la sua radice in improvviso ovvero imprevedibile, inaspettato, inopinato, repentino, subitaneo. Secondo la tua esperienza e soprattutto in base alle radici che riponi nella cultura jazz, che definizione daresti del termine improvvisazione e che ruolo gioca nella tua ricerca?

Stefano Tedesco: Per me l’improvvisazione è come il volo di una farfalla. Se ne osservi una volare, noterai che è talmente leggera che anche la più piccola corrente d’aria le fa cambiare direzione, nonostante ciò continua ad andare avanti. Il suo volo è a volte fluido, molto più spesso scattoso, va su e giù, poi torna indietro, di nuovo su infine si posa sull’agoniato fiore. Se, visto nel particolare, sembra un volo senza senso, nel complesso ha una sua logica e una sua particolare, estatica bellezza.

Citando le parole di Cornelius Cardew: “L’importante non sono gli errori che si commettono, ma la capacità di ognuno di imparare da essi e cambiare direzione”. Penso che improvvisare sia indispensabile per comporre, nel senso convenzionale del termine, mentre non è necessario comporre per poter improvvisare. Bach, Mozart e Beethoven la utilizzavano per realizzare opere scritte. La musica tradizionale africana e quella classica indiana fanno da sempre largo uso della pratica improvvisativa nonostante ci siano regole ferree da seguire, molto simile alla tradizione jazzistica che vuole si improvvisi su un tema dato. Per me e’ giocare con l’imprevisto….

Sono fiero delle mie radici jazzistiche, ma le influenze maggiori le ho ricevute quando ho scoperto John Cage, la sua musica e i suoi testi. Londra e i workoshop di Eddie Prevost sono stati la chiusura del cerchio, la scoperta della mia musica. Una scoperta tanto banale quanto estremamente importante: il suono.

Dal Buddismo agli antichi greci era noto che il suono ha capacità di rivelare e far scaturire energie dalla mente umana. Non è un caso che un unico suono prolungato sia utilizzato per la meditazione Buddista. Se devo usare un termine, direi che mi sento un improvvisatore radicale. Per me improvvisazione è sinonimo di sperimentazione.

A questo aggiungo la ricerca di nuove tecniche di esecuzione, la costruzione o l’assemblaggio di nuovi strumenti: tutti mezzi atti a cercare nuovi stimoli e nuove sonorità. Come diceva Steve Lacy: “La musica sta lì dove deve essere, al limite tra ciò che si conosce e ciò che non si conosce, e tu devi spingerla verso ciò che non conosci altrimenti sarà la fine sua e tua”.

numero58_Stefano Tedesco 04

Claudio Musso: L’atmosfera respirata nei tuoi live fa pensare ad un tentativo di mimesi tra il suono pre-registarto (field recording) e quello suonato al momento. Il connubio tra le diverse fonti è sostenuto da un costrutto melodico che apre alle possibilità della sperimentazione, ma che allo stesso tempo riflette echi della composizione canonica.

Stefano Tedesco: Questa domanda mi da modo di concludere il discorso precedente. Improvvisazione, sperimentazione e gesto. Per come la vedo io questi tre elementi sono parte integrante della performance come dello studio. Si compenetrano, ognuno di essi influenza l’altro.

L’improvvisazione è gesto che nasce da una volontà come dal caso, ma è anche ricerca e sperimentazione. Si potrebbe obiettare che il gesto nasce sempre da una volontà e che quindi il caso non esiste e di conseguenza anche l’improvvisazione. Cage utilizzava i Ching per far scelte compositive senza l’intervento della sua volontà, ma doveva pur sempre aprire il libro o gettare le monetine quindi il suo intervento modificava il caso, in che proporzione questo non si sa e diciamo che qui sta il bello.

Nel mio caso utilizzo tutto il materiale a mia disposizione specialmente nella fase di studio; improvviso, compongo, processo, registro e creo delle basi su cui lavorare sia per il live che per i dischi. Per natura la mia musica riflette la ricerca di una forma che può essere considerata come una composizione canonica e invece non lo è perché non rispetta nessun canone se non quello della mia sensibilità e del mio senso estetico. Questo comprende suoni strumentali, melodie, ostinati ritmici e melodici, rumore e field recordings, uno alla volta o tutti insieme, all’interno di un impianto generale dove tutti questi suoni possano trovare la loro sede naturale. D’altronde non è così anche in natura?

numero58_Stefano Tedesco 05

Claudio Musso: Si legge spesso nelle tue numerose bio presenti in Internet, che la tua ricerca è focalizzata sul rapporto tra il suono e lo spazio. Fuori da macro categorie che potrebbero valere per molti artisti, la manipolazione della materia sonora, della tramature delle frequenze è influenzata dallo spazio?

Stefano Tedesco: Assolutamente si. Lo stesso suono riflette in maniera diversa a seconda dello spazio che lo ospita. E la riflessione continua anche all’interno dei nostri orecchi. Mi piace lavorare con lo spazio e le sue risonanze. Uno spazio che risponde bene alla materia sonora dà la possibilità di lavorare molto più concretamente con gli strumenti acustici e giocare sui pieni e i vuoti. In questi contesti l’evento sonoro è pura magia.

Bisogna essere un po’ stregoni in questi casi e saper dosare ogni suono, saperlo miscelare con un altro o farlo risuonare fino alla naturale dissolvenza e assaporare il vuoto che intercorre da quello precedente e prima di quello successivo. Puoi lavorare sul singolo evento come portare lo spazio a completa saturazione senza sapere realmente quale sarà il risultato finale che a volte è veramente incredibile. Un lavoro che ti permette di scoprire, insieme al pubblico, la natura del suono e dello spazio che lo ospita e che sarà diverso dall’ambiente precedente e da quello successivo. Tutto questo è molto stimolante.

Claudio Musso: Concediamoci una piccola digressione tecnica. Gli strumenti che utilizzi sono molti, il loro rapporto contribuisce alla mescolanza musicale tipica delle tue performance. Qual è il tuo approccio?

Stefano Tedesco: Vibrafono, glockenspiel, percussioni, chitarra, pianoforte, fisarmonica, effetti, mixer e cavi. Sto lavorando prevalentemente con chitarra, un solo piatto della batteria, effetti e computer. A volte il vibrafono sostituisce la chitarra. Il computer e’ sempre più presente nei miei live per svariati motivi. Sicuramente mi piace la sintesi elettroacustica nei miei lavori.

Mi piace anche l’alternanza suono acustico e sintetizzato e mi piace il gesto improvvisativo. Però il computer mi da la possibilità di non portare mille effetti e quindi di viaggiare leggero, specie quando ci sono pochi soldi.

Ho deciso di costruirmi un piccolo vibrafono che ho chiamato ‘pocket vibraphone’. Usando una diecina dei tasti del mio vibe ho costruito una struttura in legno per sostenerli, simile a quelli dello strumentario ORFF per intenderci. Essendo le piastre del vibrafono in metallo mi sono chiesto se il pick-up della chitarra avrebbe amplificato il suono.

Ho fatto delle prove con un mio amico chitarrista e sorpresa, ha funzionato. Da lì tutta una serie di fantastiche coincidenze. Ho registrato una demo e l’ho fatto sentire a David Toop che stava lavorando al cd Sound Body e cercava un vibrafonista. Mi ha chiesto sia di registrare qualcosa per il suo disco che di poter utilizzare un frammento del mio demo per una sua composizione. Poi sono entrato stabilmente nel suo trio con Phil Durrant.

numero58_Stefano Tedesco 06

Claudio Musso: Oltre alle innumerevoli collaborazioni in campo musicale, hai all’attivo diversi contatti con l’arte visiva. Inoltre, hai prodotto tu stesso installazioni che coniugano creazione di ambienti e produzione di suono, come nel caso di Amazzonica nata dal workshop nella foresta con Francisco Lopez.

Stefano Tedesco: L’arte visiva mi ha sempre interessato e la video arte in particolare, trovo sia un campo estremamente interessante dove approfondire le mie ricerche. Con Manuel Bozzo ho lavorato per la prima volta quest’estate (nel progetto La terra dà solo buoni frutti) e mi sono trovato molto bene. Con Claudio Sinatti ho lavorato nel gruppo Symbiosis Orchestra con Andrea Gabriele e molti altri fra cui Scanner.

La mia collaborazione con Riccardo Arena è la più lunga e diversificata. Ho composto le musiche per diversi suoi video e abbiamo un progetto sempre aperto dove sonorizzo dal vivo un suo video di 30 minuti dal titoloThe Gaze.

Per Amazzonica ho invece costruito una struttura alta 3 metri e del diametro di 3 metri. Un cerchio di tubi innocenti appeso al soffitto alla cui circonferenza era fissata una vela da barca interamente dipinta di nero. La struttura rappresentava idealmente una maschera per coprire il viso tipica di una tribù del centro amazzonia e usata per i rituali magici. I suoni diffusi al suo interno erano quelli registrati nelle 2 settimane di workshop nella foresta amazzonica del nord del Brasile, lago Mamori, la zona dove e’ stato registrato il film Fitzcaraldo di Werner Herzog.

Francisco Lopez dirige lì un workshop da più di 5 anni. E’ una guida esperta e un luminare in materia di suono. Le sue lezioni pomeridiane erano più che altro conversazioni filosofiche sulla vita, la natura, l’ambiente, i comportamenti animali e umani; come percepiamo ciò che accade intorno a noi, come lo interpretiamo e come si riflette sulla nostra vita e nelle nostre opere.

Francisco fa parte di quegli esponenti del field recordings che usano la materia sonora registrata e la modificano, la processano, la manipolano per creare un altro paesaggio sonoro e quindi reinterpretano e presentano la loro visione del mondo. Sicuramente mi sento più vicino a questo approccio che a quello che vede il field recordings come la riproduzione fedele dell’ambiente.

Devo ammettere che la natura ci offre già tutto quello che cerchiamo ma non mi sento assolutamente un etnomusicologo o un documentarista. Si potrebbe comunque editare il materiale sonoro senza processarlo ma questo e’ un altro discorso…

numero58_Stefano Tedesco 07

Claudio Musso:Di recente hai curato una compilation con contributi d’eccezione, LONTANO-Homage to Giacinto Scelsi. Dedicare un progetto ad una figura “ingombrante” come Giacinto Scelsi, non è solo una dichiarazione di poetica ma è un atto di grande coraggio. Come è nato il progetto? A cosa ti sei ispirato? L’arte visiva non manca, c’è anche una copertina d’artista…

Stefano Tedesco: La copertina è di Riccardo Arena e per realizzarla si è ispirato al simbolo che Scelsi usava per firmarsi. Un cerchio e una linea retta. Riccardo l’ha rivisitato in chiave tridimensionale con ambientazione “spaziale”.

Premetto che Scelsi nasce nella terra dove sono cresciuto e dove sono tornato a vivere dopo 25 anni, La Spezia. Conosco Scelsi fin dai tempi del Conservatorio e ho sempre apprezzato molto la sua musica e il suo approccio compositivo, per quanto sia motivo di discussioni, a mio avviso inutili, la sua arte è di indiscutibile valore.

L’ispirazione mi è venuta durante il mio soggiorno a Londra. Li hai la possibilità di conoscere e confrontarti con artisti provenienti da tutte le parti del mondo e nelle discussioni di musica per qualche strana ragione, spesso appariva il nome di Scelsi e sempre con noti di lode. La cosa mi è sembrata curiosa ma anche interessante e ho pensato che sarebbe stato bello coinvolgere tutti coloro con i quali ho avuto modo di parlarne e chiedere un contributo musicale per compilare un disco omaggio alla sua musica e al suo pensiero.

Il primo a dire di si è stato David Toop, poi è arrivato Herman Kolgen che è un estimatore molto preparato dell’opera di Scelsi, poi ancora Elio Martusciello e Alvin Curran, che ha conosciuto e lavorato personalmente con Scelsi e che ha inserito nel suo brano la voce di Scelsi che recita una propria poesia. Rafael Toral per esempio non conosceva Scelsi, gli ho passato un po’ di materiale e mi ha fatto un pezzo tra i più belli e riusciti di tutta la compilation.

Lo stesso per Olivia Block. Sebastien Roux invece lo conosceva benissimo e fra i suoi pezzi preferiti figura Quattro pezzi su una nota sola.Via via tutti gli altri. Sono molto fiero dei nomi che appaiono in questo cd soprattutto per l’altissimo valore artistico di ognuna delle composizioni presenti e che rendono questo lavoro valido ed efficace nei suoi intenti.

numero58_Stefano Tedesco 08

La compilation si intitola LONTANO – Homage to Giacinto Scelsi. Nasce dalla consapevolezza che il lavoro di Scelsi ha avuto un ruolo importante nel panorama della musica contemporanea. In Francia viene considerato il padre dello spettralismo e tra i musicisti dall’area cosiddetta extra-colta le sue sperimentazioni sonore vengono tenute in grande considerazione senza pregiudizi o limitazioni di sorta.

L’attenzione che Scelsi ha posto al suono, alle combinazioni timbriche e alle pratiche strumentali non convenzionali piuttosto che alle regole armoniche, è una questione molto più comune ai musicisti dell’area sperimentale che ai compositori di musica contemporanea “colta”.

E come volevasi dimostrare la compilation vende moltissimo all’estero e praticamente niente in Italia. The Wire, la piu importante rivista di settore del mondo ha scritto una bellissima recensione nel numero di Giugno.


http://www.stefanotedesco.net/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn