Gli ultimi anni hanno visto la nascita di un fenomeno che viene genericamente definito makers movement. Il suo pilastro fondativo è il network originatosi negli USA attorno a Make Magazine e Maker Faire: il primo è un giornale nato nel 2006 che mette in connessione un’ampia gamma di progetti Do itY ourself che hanno a che fare con la tecnologia; la seconda è una fiera periodica che si svolge in varie città degli Stati Uniti coinvolgendo i cosiddetti backyard inventors (inventori da garage), artisti e artigiani high-tech. Dietro a questo boom c’è O’Reilley Media, l’editore conosciuto in tutto il mondo per i suoi manuali di software e per il supporto a numerose iniziative connesse all’innovazione tecnologica, all’imprenditoria sociale e alle startups high-tech.

La Maker Faire è solo la punta dell’Iceberg di un fenomeno globale che ha a che fare con le nuove forme di DIY e che coinvolge comunità e laboratori interessati nell’hardware hacking (come il Dorkbot), il desktop manufacturing (lo MIT’s Centre for Bits and Bytes, il movimento dei FabLab), la biotecnologia fai da te e molti altri approcci “di base” alla produzione materiale. Fenomeni simili sono sempre esistiti nel mondo degli appassionati di tecnologia, ma sono sempre stati delimitati ad ambiti piuttosto specifici; quello che sta accadendo in questi anni è qualcosa di radicalmente nuovo.

Possiamo identificare almeno quattro cause di questa rapida trasformazione sociale. Innanzitutto, c’è un numero sempre crescente di persone con un’educazione di livello superiore nei campi della scienza e della tecnologia. Come seconda cosa, queste persone oggi sono connesse attraverso mezzi estremamente efficaci forniti dal web 2.0 (e da piattaforme, come Instructables, che permettono di creare e condividere set di istruzioni estremamente complicate in un modo semplice). Terzo, le tecnologie di desktop manufacturing (come i progetti di stampa 3d open source RepRap e MakerBot) e i servizi ad esse correlati (come la piattaforma on-line di taglio laser on-demand Ponoko) stanno divenendo estremamente accessibili ed economiche. Infine, stiamo assistendo ad un vero e proprio successo dell’open hardware (pensate ad Arduino: è economico, estremamente flessibile, customizzabile ed anche i bambini possono imparare ad usarlo). Secondo molti osservatori, tutto questo sta portando ad una ridefinizione del modo a cui guardiamo al rapporto tra produzione materiale, tecnologia, innovazione e società.

numero58_Mark Grimes 02

Questo panorama è estremamente eccitante ma, allo stesso tempo, è basato interamente su prospettive nordamericane ed europee. Cosa sono i makers, cosa fanno e quali sono le loro motivazioni è definito principalmente sulla base dei bisogni, dei desideri e degli immaginari dei paesi ricchi.

Nel 2009 un gruppo di imprenditori sociali e designer ha iniziato a ripensare il concetto dell’invenzione dal basso in un frame africano, mettendo assieme makers da vari paesi e chiedendosi: “Cosa succede quando metti assieme i portatori di idee ingegnose dal Mali con quelli del Ghana e del Kenya, aggiungi un po’ di risorse e mixi il tutto?” La risposta a questa domanda è Maker Faire Africa, un’organizzazione internazionale fondata da Mark Grimes (Ned.com) assieme a Emeka Okafor (Africadget), Emer Beamer (Butterfly Works e Nairobits), Erik Hersman (Ushahidi e Afrigadget) e Henry Barnor (Ghana Think). Il primo incontro si è tenuto in Ghana nel 2009; il secondo in Kenya nel 2010. Gli obiettivi di Makers Faire Africa sono la documentazione, l’organizzazione dei progetti DIY africani, con un focus specifico sulla possibilità di lanciarne alcune sul mercato.

Maker Faire Africa è estremamente interessante perché guarda all’innovazione come un fenomeno che avviene dal basso; sono i soggetti stessi che decidono quali sono i loro bisogni e le strade migliori per soddisfarli. I paesi africani hanno bisogno di un cambiamento radicale nell’approccio tra tecnologia e società perché può portare, in prospettiva, ad una riorganizzazione dei rapporti di forza con i paesi del nord del mondo.

Aspettando di ricevere notizie dai network di makers in Asia e Sud America, abbiamo deciso di intervistare Marc Grimes, uno dei fondatori di Makers Faire Africa. E’ venuto in Italia per una conferenza all’ultimo Festivaletteratura di Mantova, invitato dalla Fondazione no-profit Lettera 27 nell’ambito della serie di tre seminari dal titolo Mobile A2K: Africa Interfaces Education Technology.

numero58_Mark Grimes 03

Marco Mancuso e Bertram Niessen: La prima cosa di cui sarebbe interessante discutere è la relazione tra Maker Faire U.S.A., Maker Faire Africa, Ned.com, NedSpace e Afrigadget. Che cos’è questo network? E come funziona?

Mark Grimes: Avevo una certa familiarità con Evan Williams, colui che ha dato vita a Twitter. Ho assistito al lancio di Twitter e così mi sono interessato. Ho fatto le classiche cose frenetiche che molte persone fanno nei primi giorni, l’ho adottato e ho concluso: “Mmm, non mi interessa”. Qualche mese più tardi molte persone per cui nutrivo un grande rispetto stavano iniziando a usare Twitter e ho pensato: “Ok, devo essermi perso qualcosa”. Così sono tornato sui miei passi e ho detto: “Bene, gli darò una seconda occhiata”.

Utilizzando un nuovo criterio di ricerca su Twitter mi sono cimentato con qualcosa che mi interessava molto: la “microfinanza”. Ho cominciato a seguire alcune persone che parlavano di questo argomento, dello sviluppo e dei mercati emergenti. Poi, sempre tramite Twitter, ho fatto qualche domanda a proposito dell’Africa e ho ricevuto una risposta da Erik Hersman. Non sapevo chi fosse e che cosa facesse, proprio come lui non sapeva chi fossi io. Da allora abbiamo dialogato in privato su Twitter, e abbiamo creato una sorta di “network” che sarebbe stato il precursore del mio Ned.com (uno spazio di cooperazione online per imprenditori sociali alle prime armi e social venture collaborative). Ci sentivamo per telefono una volta a settimana per dirci cose come: “Ecco a cosa sto lavorando questa settimana” ; oppure: “Ecco che cosa spero di finire per settimana prossima”. E’ così che è nato il network: dall’idea iniziale di creare una rete online per gli imprenditori.

Dopo aver chattato qualche volta con Erik gli ho proposto: “Pensi che potremmo fare una call settimanale che riguardi le piccole e medie organizzazioni, la tecnologia e l’innovazione in Africa, e invitare altre persone a prendere parte alla conversazione?” Lui mi ha risposto che sarebbe stato fantastico. E così abbiamo fatto, invitando gli interessati alla conversazione online sulla nostra piattaforma. Inoltre ha ricevuto un nostro invito anche Emeka Okafor, e cioè colui che ha messo insieme la prima conferenza TED in Africa. Si è unito alla discussione e dando voce ai suoi pensieri ha domandato: “Cosa ne pensate di una Maker Faire in Africa?”

Da quel momento, un altro amico e collega che si occupa del programma MIT Ideas ha suggerito: “E’ un’idea molto interessante e se avete intenzione di realizzarla, il MIT potrebbe essere in grado di raccogliere dei fondi. Non una grossa somma, magari 7000 dollari (USD)” Abbiamo pensato che forse valeva la pena tentare e riconoscere che era una buona idea. In seguito, hanno preso parte al progetto anche l’organizzazione Butterfly Works e uno dei suoi cofondatori, Emer Beamer, di Amsterdam; è stato il primo impegno da parte di un piccolo gruppo di sponsor a supportare il team.

E quindi abbiamo messo insieme la squadra: Emer Beamer è venuto a lavorare, e così ha fatto anche Henry Barnor, raggiungendoci dalla California. Henry è l’addetto alla tecnologia, è un uomo che riesce a comprendere a pieno i software. Emer è più incentrato, come dire, sulla gestione e io invece mi occupo del marketing, delle vendite e di tutto ciò che riguarda il modello di business. Ed Erik Hersman è l’uomo del grassroots, capisce tutto ciò che riguarda l’Afrigadget. Si occupa di questo anche per un altro tipo di persone. Sa come trovarli e scoprirli, conosce gli aspetti positivi dei copycat, di queste cose capisce tutto.

Da quel momento abbiamo deciso di andare avanti con il nostro primo evento: ogni membro della squadra – me compreso! – aveva qualcuno da contattare, anche alcuni parenti ad Accra, in Ghana. Sapevamo che il Ghana era la democrazia più vecchia del continente africano e sarebbe stato un posto fantastico per cominciare. Era gennaio/febbraio del 2009: ci è stato affidato il Kofi Annan Center, e c’erano alcuni maker che portavano le cose da fuori. Poi abbiamo cominciato a cercare i maker del posto: Henry ed Erik uscivano in motocicletta, in giro per le aree rurali del Ghana, alla ricerca di inventori, mostrando alla gente quello che stavamo facendo e cercando di scoprire qualcosa di eccezionale. Abbiamo anche fatto qualche intervista per la radio e la TV. Alla fine avevamo 59 maker e più di mille partecipanti. Così ci siamo detti subito: “Ok, rifacciamolo!”

numero58_Mark Grimes 04

Marco Mancuso e Bertram Niessen: Ci parli del profilo di questi makers. Sono ingegneri? O dei professionisti che svolgono questa attività soltanto a livello amatoriale?

Mark Grimes: In molti casi si tratta di singoli individui, più raramente di gruppi di persone. La maggior parte di loro probabilmente non possiede alcun tipo di formazione in materia. Alcuni potrebbero essere considerati ingegneri, altri artisti. Credo che in generale si definirebbero professionisti a livello amatoriale. Se si arriva nelle aree più rurali del Kenya e si domanda loro: ”Come descrivereste voi stessi?” risponderebbero “Siamo contadini, e i contadini creano questi apparecchi”. Mio nonno era un falegname e durante la Grande Depressione negli Stati Uniti realizzò degli strumenti incredibilmente utili per l’industria del mogano per poterli barattare con del cibo. Creò delle cose straordinarie. Ma considerava se stesso comunque un contadino.

Marco Mancuso e Bertram Niessen: In che modo la sezione Match a Maker del sito internet di Maker Faire Africa può aiutare i maker stessi a rispondere in maniera adeguata agli input inviati dal mercato e dagli investitori?

Mark Grimes: Abbiamo voluto creare la sezione “Match a Maker” sul sito web in modo tale da permettere alle persone di poter mettere online il loro indirizzo email, il loro numero di telefono, la loro foto e una descrizione delle loro esperienze lavorative. Da un certo punto di vista la seconda edizione della fiera Maker Fair Africa è stata un grande successo poiché adesso possiamo dire di avere fatto davvero qualcosa, di aver raggiunto un risultato concreto verso cui possiamo rivolgerci e dire “Ecco quello che abbiamo fatto”. Vogliamo aiutare i makers, gli innovatori e gli inventori a portare le loro idee e i loro prodotti ad un livello superiore, qualsiasi cosa questo significhi. Vogliamo fare qualcosa che sia economicamente utile per un certo maker, o qualcosa che riesca a coinvolgere decine di persone all’interno di una determinata comunità. Vogliamo fornire loro una piattaforma con servizi di assistenza e collaborazione, ma non vogliamo imporre loro delle norme. Personalmente, sono molto interessato alle questioni relative al raggiungimento dei Millennium Development Goals e sto cercando innovazioni e invenzioni che possano riuscire a garantire un vantaggio sociale ad oltre un milione di persone in diversi paesi in un arco di tempo di cinque anni, o addirittura inferiore. Una sfida impossibile? Naturalmente sì.

numero58_Mark Grimes 05

Marco Mancuso e Bertram Niessen: Gli ambienti culturali che ruotano attorno al movimento dei makers sono estremamente diversi. In Europa, per esempio, sono più legati al mondo dell’arte, della tecnologia e dell’hacktivism. Anche negli Stati Uniti c’è una composizione altrettanto eterogenea: alcuni principi provengono dal mondo dell’artigianato, altri dalla cultura imprenditoriale sociale. Come funziona in Africa? Ci sono altri tipi di istituzioni culturali coinvolti, come ad esempio le ONG?

Mark Grimes: La nostra teoria è quella di lavorare in un ambiente aperto, open source, in cui chiunque può entrare e dare il proprio aiuto ai makers. Se arrivano delle ONG, è fantastico, perché loro hanno la possibilità di fare cose incredibili . Ma la cosa più importante resta ciò che quest’esperienza rappresenta per i makers: coinvolgere più makers, makers diversi, provenienti da altri paesi, e accertarsi che abbiano la migliore esperienza possibile all’interno della Maker Faire. Un buon esempio che potrei citare è quello della General Electric che arrivò in fiera in qualità di sponsor ma che, grazie a un approccio di tipo creativo, creò un premio che non era in denaro ma che consisteva nel scegliere un maker e portarlo in India per lavorare per tre giorni con il loro CTO, capo dei progetti tecnologici dell’azienda. Il fatto è che tutti coloro che sono coinvolti in questo genere di attività farebbero di tutto per un’esperienza di questo tipo, proprio perché rappresenta qualcosa di inestimabile, un’esperienza davvero fantastica. Un altro grande esempio è ASME/ Engineering for Change, che ha mandato uno dei membri del consiglio di amministrazione a Nairobi per incontrare moltissimi tecnici e ingegneri che partecipavano alla fiera. Abbiamo anche parlato con il Capasso Group, un gruppo di ingegneri/designer italiani, e anche questa sembra essere davvero un’esperienza interessante. Le ONG e i makers devono assolutamente lavorare insieme. Ovviamente sono stati nostri grandi partner, sia le ONG che le organizzazioni no-profit.

Marco Mancuso e Bertram Niessen: Quando parla di ambiente open source, lo intendi in modo formale? Esiste un qualche tentativo di costruire una sorta di comunità di beni?

Mark Grimes: Per il momento non esistono intenzioni di sistematizzazione formale della cosa, ma ci sono un paio di persone con cui ho parlato che vorrebbero sviluppare la propria attività, potenziarla per avere successo e questo va a cozzare con i principi base di un ambiente di tipo open source.

numero58_Mark Grimes 06

Marco Mancuso e Bertram Niessen: Puoi fornirci un esempio degli oggetti prodotti dai maker Africani di cui stiamo parlando? E un buon esempio di coinvolgimento dei maker nel mercato.

Mark Grimes: Uno dei modelli su cui sto lavorando attualmente è un oggetto che ho portato da farvi vedere e che ho qui nella mia borsa. La storia nasce ad Accra, luogo in cui ho incontrato Dominic Wanjihia, un inventore che da Nairobi abbiamo invitato a partecipare alla prima edizione di Maker Faire Africa. Eravamo a cena in un ristorante con altre 20 persone, e io chiesi a Dominic di poter vedere una sua invenzione che sapevo ha impedito alla Malaria di diffondersi nei quartieri più poveri di Kibera. L’oggetto di cui parlo assomiglia al fondo di una lattina e può essere posto sulla base di una lampadina e riempito con alcune erbe locali che allontanano le zanzare portatrici di malaria. Quando si accende la lampadina, si sprigiona nell’aria questo fumo repellente e le zanzare vengono così allontanate. La questione interessante è che a Kibera, l’energia elettrica è disponibile solo due ore al mattino e due alla sera, quindi resta alto il rischio malaria anche perché la gente del posto non dispone di zanzariere da letto. Quindi, questo sistema funziona solo quattro ore al giorno. Attraverso una pianificazione razionale e con il giusto impegno, il modello può essere costruito per generare un flusso di entrate! Un altro modello su cui sto lavorando, e che ho chiamato “micro-venture finance”, è una nuova connessione tra la “venture finance” e la microfinanza, che prevede investimenti e “seed capital” a favore di idee innovative e dirompenti, e un finanziamento tra i 5.000 e i 15.000 Dollari Americani a favore dei mercati emergenti e dei paesi in via di sviluppo.

Marco Mancuso e Bertram Niessen: Osservandole da un altro punto di vista, queste invenzioni potrebbero anche essere considerate come design allo stato puro o addirittura come opere d’arte. Può fornirci degli esempi che seguono questa linea?

Mark Grimes:Certamente. Posso raccontarvi la storia di un ragazzo che realizza divani, tavoli e sedie con bottiglie in plastica riciclate. Sono oggetti molto bellissimi, solidi e comodi. La vera sfida è però spedirli, ad esempio, negli Stati Uniti. I nostri collaboratori hanno cercato un accordo sul costo del trasporto: 200 Dollari per spedire un prodotto che però costa già di suo 200 Dollari, e che comunque non è mai arrivato… Tutti questi esempi rappresentano le tante sfide che devono essere affrontante, ma ognuna separatamente.


Marco Mancuso e Bertram Niessen:
Pensi che il lavoro che stai realizzando con Maker Faire Africa possa essere esportato in altri paesi? Bisognerebbe riflettere su quali siano le reali possibilità di riprodurre questo tipo di sistema nei diversi paesi del mondo considerando anche le condizioni tecniche e sociali del posto…

Mark Grimes: Insieme ad un altro cofondatore di Maker Faire Africa ci siamo concentrati sui paesi in via di sviluppo e sui mercati emergenti non Africani. Sto cercando di capire quale sia il modo migliore affinchè l’idea possa oltrepassare i vari confini nazionali. Quindi la risposta è “sì”, ci sono idee che possono essere esportate. Posso farvi un esempio: la missione aziendale di Kiva è connettere le persone, attraverso un prestito, con lo scopo di alleviare la povertà combinando microfinanza e Internet, creando una comunità globale di persone connesse attraverso un prestito finanziato dalle masse. Un altro esempio è la Grameen Bank, un’impresa sociale che concentra la propria attività esclusivamente in Bangladesh. Per oltre 35 anni, la Grameen Bank ha agevolato e sostenuto un network composto da oltre 14.000 imprese creando risparmio significativo di tempo e soldi per gli abitanti del villaggio. Un altro un esempio è quello di Drishtee, che si è concentrata sulla povertà rurale in India, creando in pochissimi anni un efficiente canale grazie al quale le imprese possono vendere prodotti e servizi a più di 3.500 chioschi che rendevano disponibili i prodotti nelle aree rurali. Drishtee fornisce inoltre training digitale e accesso ai computer.

numero58_Mark Grimes 07

Marco Mancuso e Bertram Niessen: Durante il nostro primo incontro a Milano abbiamo avuto un’interessante conversazione sulle potenzialità dei telefoni cellulari. Abbiamo percepito la tua sicurezza sulle potenzialità dello sviluppo della telefonia mobile e ci hai raccontato una storia che non conoscevamo sulla percentuale, sempre maggiore, di persone che possiedono un cellulare in Africa. Probabilmente, nei paesi occidentali stentiamo a credere che sia vero. Perché sei così sicuro che questo potrebbe essere il modo per superare il fenomeno noto come digital devide?

Mark Grimes: Il fatto che tutti abbiano un telefono cellulare in Africa mi ha molto sorpreso. Negli ultimi dieci anni, l’utilizzo dei telefoni cellulari in Africa è cresciuto dal 5 al 55%. In molte zone dell’Africa ci sono persone che possiedono un cellulare ma non hanno energia elettrica in casa, quindi mi chiedo: come fanno a ricaricarlo? Molti di loro pagano un rivenditore dai 25 ai 50 centesimi affinché il loro cellulare venga ricaricato. E’ sorprendente! Il punto interessante è capire la nascita di un tale bisogno, e cercare una soluzione al problema. Ad esempio, si potrebbe provare a usare l’energia cinetica di una bicicletta per ricaricare un cellulare. Se guardiamo al fenomeno Ushahidi (una piattaforma web collaborativa, sviluppata originariamente dai Kenioti durante la crisi del 2008, che permette agli utenti di condividere mappature e informazioni via SMS riguardanti le aree di crisi), si può notare l’importanza della connettività in queste aree. Ushahidi ha creato una piattaforma open source e ha combinato Google Maps a messaggi di testo che riferivano dei problemi in Kenia. I cellulari e gli smart phone cambieranno radicalmente il futuro dell’elaborazione dati ma avranno anche un enorme impatto sul cambiamento sociale e renderanno il mondo un posto migliore.

http://makerfaireafrica.com/

http://www.matchamaker.info/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn