Cosa rende o meno il mondo un posto vivibile non è una domanda inutile, né un interrogativo solo per filosofi. (…) Da qualche parte all’interno della risposta ci ritroviamo impegnati non solo a ricercare una certa idea di cosa sia e di cosa dovrebbe essere la vita, ma anche di che cos’è che costituisce l’essere umano (…). – (Butler, Judith Undoing Gender New York and Abigton: Routledge, 2004, p. 17)

Annie Abrahams è nata in Olanda e vive in Francia dal 1985. Sta svolgendo un dottorato in Biologia presso l’Università di Utrecht e si è laureata presso l’Accademia delle Belle Arti di Arnhem. Molto spesso la Abrahams per la realizzazione delle sue opere impiega tecnologie di rete: dalle networked performance, ai lavori di net.art, da progetti di scrittura collettiva, a video e installazioni allestiti nello spazio fisico.

Ha iniziato a utilizzare la tecnologia per la sua attività artistica intorno al 1991, e la sua prima opera di telepresenza è stata allestita nel 1996 in una galleria di Nijmegen, in Olanda. I suoi lavori sono stati esposti in tutto il mondo presso istituti quali il National Museum of Modern Art di Tokyo, il New Langton Arts di San Francisco, il Centre Pompidou in Francia, l’Academy of Fine Arts di Helsinki e molti altri.

Credo che le opere di Annie Abrahams, di una semplicità quasi al limite dell’essenziale, rivestano un’importanza indiscutibile soprattutto oggi, all’interno di quell’ambiente iper-mediato, iper-saturo e super-interconnesso che, per molti di noi occidentali, è diventato un naturale habitat quotidiano. Cos’è dunque che rende i lavori di questa artista opere tanto degne di nota? A mio avviso la risposta è da ricercasi proprio nell’assoluta semplicità e nella minimizzata “nudità” che rendono la sua arte commovente, nel suo sottile e spesso vano tentativo di interconnessione, e capace di evocare un senso di intimità irraggiungibile e, allo stesso tempo, immanente.

Le sue networked performance si rifanno a un’idea di normalità, disordine, malleabilità. Sono opere che ritraggono la “banale” realtà quotidiana, l’ineluttabile scorrere del tempo, il casuale ed effimero incrociarsi di due destini nel tentativo, disperato o indifferente, fallito, raggiunto o del tutto vano di comunicare, di (essere) insieme, di amare, condividendo una presenza, e anche un’assenza. (Vedi: Chatzichristodoulou, Maria “If Not You Not Me: Annie Abrahams and Life in the Networks”, Digimag 54 May 2010 http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1793

Secondo Dominic Johnson: “Quasi non esistono parole, che non siano banali, per descrivere l’intimità. Questo perchél’intimità sembra essere spaventosamente legata al rischio e quindi generalmente tendiamo a limitare le occasioni di intimità con gli altri fino a raggiungere il punto più prudente di quella che potrebbe essere definita condizione di intimità continuata.

Questa concezione tradizionale di intimità – aggiunge Johnsnon – ha tracciato un raggio di rappresentazione troppo limitato, naturalizzando quella raffigurazione banale e rassicurante che reprime l’imbarazzante diversità delle le relazioni umane intime”. (Johnson, Dominic “Live Art and Body Modification”, Invited Lecture presso la School of Arts and New Media, University of Hull, Maggio 2010).

Sebbene non abbia la minima intenzione di contraddire le riflessioni di Johnson sul fatto che l’intimità sia spesso, sia nella vita quotidiana che nell’arte, confinata al ruolo di “banale” via intermedia, non considero la banalità come una scelta semplicemente più prudente nel caso delle opere della Abrahams, in cui è proprio la banalità degli incontri intimi a conferire loro un certo senso di disagio e di inquietudine. Una banalità evocativa delle più comuni frustrazioni quotidiane: le intimità frantumate, la rigidità emotiva, le relazioni interrotte, le difficoltà, le incomprensioni, i tentativi di comunicazione falliti, la connessione disfunzionale, i dolori fisici e la mancanza di carica erotica.

Dopo la prima personale della Abrahams nel Regno Unito If Not You Not Me, tenutasi presso la HTTP Gallery di Londra (Febbraio-Marzo 2010) che mi ha letteralmente ispirato, con questa intervista cerco di indagare più a fondo nel suo universo per tentare di scovare e di rivelare qualcosa di più sull’artista e, forse, anche sulla donna. Ecco di seguito riportato il nostro “carteggio”, dopo aver redatto in forma di dialogo ciò che in modo molto più caotico è emerso da scambi di email e, in particolare, dalle conversazioni via Skype.

Annie e le questioni di Genere

Maria Chatzichristodoulou:So che può sembrare una domanda ovvia ma, credi che essere una donna possa essere discriminante per quello che riguarda il suo lavoro e la sua crescita artistica?

Annie Abrahams: Naturalmente essere una donna fa la differenza. Se fossi nata uomo sarei diventata un veterinario, o un medico, o forse un direttore di banca. Sono la maggiore di cinque sorelle e provengo da una famiglia contadina di un piccolo paesino. Dovrei essere nata uomo. E’ difficile crescere con un padre che avrebbe voluto che fossi uomo ma che pretende che ti comporti come una donna.

Ho avuto una relazione molto difficile con mio padre. Ma ho anche ricevuto segnali poco chiari sul ruolo che avrei dovuto ricoprire. Non c’erano modelli femminili a cui potevo fare riferimento ad eccezione di mogli e suore. Le donne che mi circondavano “appartenevano” o ai loro mariti o a dio.

Maria Chatzichristodoulou: Credi che le tue opere possano essere considerate di genere in qualche modo?

Annie Abrahams: Non lo so. Usare le armi di seduzione femminile nelle relazioni con gli altri non mi ha mai aiutato. Soltanto adesso, dopo la menopausa, mi sento più a mio agio nel difendere il mio lavoro in generale, compresi i suoi aspetti più “femminili” e di genere. A volte mi pento di non essermi sentita libera di giocare di più con la mia sessualità nelle situazioni di lavoro.

Riflettendo sulla tua domanda mi rendo conto di quanto sia stato più facile per me concentrarmi su questioni di classe, mettendo da parte quelle di genere. Probabilmente, proprio perché provengo da una famiglia di bassa estrazione, mi sono sempre dimostrata più sensibile ai problemi di ordine sociale che a quelli relativi alla discriminazione sessuale. Mi sembrava più semplice definire la classe sociale, identificare gli avvenimenti o le situazioni che ne rimarcavano la problematicità, e cercare di fare effettivamente qualcosa.

Ad esempio, per me era naturale difendere pubblicamente la mia famiglia, proprio per via della classe sociale cui apparteneva. Sollevare questioni di genere, invece, sarebbe stato più problematico, perché avrebbe comportato una frattura proprio con il sistema di norme sociali che la mia famiglia aveva da sempre condiviso. Sollevare questioni di genere avrebbe significato combattere contro mio padre, cosa che feci ugualmente e molto. E avrebbe anche significato schierarmi contro mia madre e le mie sorelle, cosa invece molto più difficile da gestire…

Ma se le mie performance artistiche possono essere considerate più di genere di quanto io stessa mi possa rendere conto o riesca ad ammettere, devo aggiungere un’altra riflessione in proposito, in particolare in riferimento alla mia opera Tit-for-Tat (2009) – http://aabrahams.wordpress.com/2009/11/22/tit-for-tat2/, una performance telematica per due scienziati.

Sebbene l’opera coinvolgesse infatti due scienziate, Elisabeth Rolland-Thiers, dottoranda in psicologia sperimentale cognitiva, e Bénédicte Aptel-Guiu, ricercatrice in dermatologia, in principio mi ero rivolta anche a degli scienziati uomini. Ma nessuno di loro volle partecipare. Anzi, alcuni reagirono piuttosto aggressivamente alla mia proposta, dato che non si spiegavano perché nel mio esperimento volessi chiamare in causa proprio la scienza. Non volevano infatti prendere parte ad una performance che mettesse in evidenza i punti deboli della comunicazione mediata, piuttosto che quelli di forza.

Anna e l’Intimità

Maria Chatzichristodoulou: Mi piacerebbe approfondire la tua concezione di intimità, dato che mi sembra essere un elemento significativo della tua produzione artistica. Che significato ha per te e quanto è importante per il tuo lavoro? Credi che, attraverso la sua attività, delle volte cerca di instaurare un certo tipo di intimità con gli altri? E chi sceglieresti per stabilire una relazione intima? Il tuo pubblico? O il tuo collaboratore in un’opera?

Annie Abrahams: Non ho mai riflettuto molto sull’intimità (né sull’estimità…). Anzi, trovo una certa difficoltà a utilizzare questi termini. Questo perché, per me, la parola intimità indica una situazione in cui un individuo rinuncia deliberatamente al proprio controllo su di essa, fino ad un certo punto, per riuscire ad avvicinarsi ad un altro individuo. Si tratta di una situazione molto pericolosa; se dura abbastanza, infatti, c’è il rischio che possa succedere qualsiasi cosa.

Credo che questo accada perché, nel mio lavoro, non parlo mai di intimità. Piuttosto preferisco parlare di comunicazione: vale a dire, da un lato, del desiderio di sentirsi vicini a qualcuno, e dall’altro, della necessità di limitare la propria apertura verso il prossimo, di chiudersi in se stessi, di ritirarsi nella propria intimità.

Dunque la mia risposta a questa domanda è sempre stata “no”, poiché non ho mai ricercato un’intimità che fosse fine a se stessa. Lo scopo primario del mio lavoro è sempre stato quello di indagare le difficoltà e i limiti della comunicazione interpersonale, sia essa mediata o no. Per farlo ho bisogno di stare da sola, di proteggere la mia solitudine, e non cerco affatto di fuggirla. Senza di essa non riuscirei ad arrivare agli altri. È proprio stando con gli altri infatti che il mio io si dissolve.

Per questo motivo l’intimità non ha mai indicato necessariamente qualcosa di positivo per me, anzi, è sempre stata qualcosa che bisognava costantemente contrattare con se stessi e con gli altri. Ma più ci penso e più mi sembra che in realtà nel il mio lavoro non ho fatto altro che creare situazioni di intimità per un periodo davvero molto lungo, nonostante non ci avessi mai riflettuto in questo modo.

Forse soltanto adesso sto iniziando in maniera più consapevole a cercare di creare nelle mie opere le condizioni per uno scambio più intimo; forse soltanto adesso dovrei rispondere ”si, mi interessa l’idea dell’intimità mediata dalla macchina”. Sebbene in generale la mia arte non sia finalizzata all’intimità in sé, me ne sto comunque occupando trattando l’argomento con un approccio di tipo fenomenologico. Per farlo, talvolta, mi vedo costretta a violare le regole convenzionali della comunicazione.

Sono sempre alla ricerca di situazioni che rendono impossibile ogni tentativo di fuga dal mostrare se stessi. In generale non provo mai prima le mie opere. Se è necessario farlo, per esempio per ragioni tecniche, scrivo nuovi protocolli per la performance finale. Cerco di trovare modi per penetrare i performer, anche solo per un secondo voglio che loro si mostrino a me (e agli spettatori) con un’azione, o una reazione, che sia fuori dal loro controllo. Voglio che rivelino qualcosa che di solito nascondono o che scoprono solo in situazioni di completa fiducia, di completa intimità, appunto.

Voglio sapere come funzionano, non attraverso le loro parole, ma attraverso il mio spingerli a svelare una parte del loro “codice nascosto” in pubblico. Il mio obiettivo è quello di andare oltre l’auto-rappresentazione e il controllo che essa normalmente richiede. Ma sono davvero io a forzarli a fare tutto questo? No. Quello che accade è che la situazione stessa – ovvero l’interfaccia della performance telematica, i protocolli, i flussi delle connessioni in streaming – riscrive le condizioni di comunicazione in maniera tale da rendere questa rivelazione possibile, se non inevitabile.

Per essere più chiara ti faccio un esempio. Nella mia ultima serie realizzata con Antye Greie, A Meeting Is A Meeting Is A Meeting, http://aabrahams.wordpress.com/2010/07/20/a-meeting-is-a-meeting-is-a-meeting/, ci mettiamo in difficoltà esplicitamente a vicenda. Ci spingiamo reciprocamente verso terreni inesplorati, con azioni sconosciute e mai provate. In quest’opera non abbiamo tentato di creare le condizioni per un incontro intimo, ma il fatto stesso che ci addentriamo in regni sconosciuti lo rende intimo in qualche modo poiché non possiamo controllare l’immagine che noi stessi trasmettiamo al pubblico.

Per realizzare questa performance è necessario infatti che entrambe accettiamo un compromesso: sappiamo che qualcosa che non vogliamo gli altri sappiano di noi, qualcosa di segreto, senza alcun dubbio verrà fuori. Il momento in cui questa condizione di imbarazzo improvvisamente e inaspettatamente si verifica è forse uno dei momenti più intimi che si possano condividere: quando un segreto sfugge durante una performance, nell’istante esatto in cui viene rivelato a noi e agli spettatori non può fare altro che smettere di essere tale. E’ un momento di nudità all’interno della performance.

L’altro motivo per cui tale serie potrebbe apparire intima è che io e Greie, durante la performance, ci sentiamo molto coinvolti l’uno dall’altro. Interagiamo infatti in modo così intenso da dimenticare quasi di essere osservati. In un certo senso, è la performance in sé che mette in scena la nostra intimità, prima che questa svanisca in maniera involontaria. Il nostro obiettivo, in questo incontro, è quello di infrangere le sottili superfici delle bolle che ci separano gli uni dagli altri per iniziare a coesistere in un contesto sociale di mutua costruzione.

Maria Chatzichristodoulou: Tu lavori con tecnologie digitali e sperimenti attraverso le networked performance. Pensi che il mezzo tecnologico che si trova spesso, se non sempre, tra te, il tuo partner nelle performance e gli spettatori, potrebbe essere un ostacolo a questi incontri intimi? O pensi che questa tecnologia, attraverso un’impegnativa distanza fisica e attraverso le tue idee sull’assenza e l’intimità, potrebbe realmente rafforzare questa vicinanza, questo riunirsi, la prossimità psicologica e sensuale che tu stessa evochi e provi?

Annie Abrahams:Vorrei ribadire questo concetto: per me l’intimità mediata, e cioè l’intimità che ha luogo attraverso l’uso di macchine, non è la stessa intimità che proviamo nella vita reale. Non è un’esperienza minore, ma neanche più potente, è solo diversa. E a me piace questa forma diversa d’intimità. Forse perché in fondo sono ancora una biologa che vuole imparare a conoscere meglio il mondo che la circonda.

Attraverso l’uso delle macchine e grazie alle circostanze mediate che queste mi consentono di creare, io ho accesso a tutti i tipi di comportamenti intimi che la gente solitamente non dimostra in pubblico. La tecnologia non è un ostacolo agli incontri intimi, ma un mediatore.

Annie e il Sesso

Maria Chatzichristodoulou: (Non viene formulata alcuna domanda)

Annie Abrahams:Credere che, dopo la menopausa, i rapporti sessuali proseguano come prima è sbagliato. Almeno non è stato così per me e per un po’ mi ha fatto molto arrabbiare, perché nessuno mi aveva avvertita! Ci si sente molto soli. Penso che la vita sessuale delle donne in menopausa sia ancora un argomento tabù che la gente cerca di evitare.

Annie e la biologia

Maria Chatzichristodoulou: Mi piacerebbe che mi raccontassi qualcosa in più sul tuo passato da donna di scienza, da biologa. Cosa ti ha spinta a studiare biologia?

Annie Abrahams:Come figlia di agricoltori non mi era permesso studiare arte. Era qualcosa che i miei genitori non capivano e non credevano potesse garantirmi una carriera. Così ho scelto di studiare una materia che avrebbero potuto accettare e che allo stesso tempo mi dava la possibilità di esplorare il mondo che mi circondava. Pensavo che la biologia fosse il campo di studio che all’epoca più mi si addiceva, a causa di quelle circostanze.

Era una materia che mi permetteva di chiedermi quale fosse la posizione sociale di qualcuno, e come volevo che fosse il mondo. Gradualmente sono stata coinvolta in azioni politiche, come era frequente all’epoca (ho cominciato gli studi nel 1971, nel periodo post- maggio 1968) ma ho subito capito che la direzione che stavo prendendo non era quella giusta per me. Ricordo che leggevo Dostoyevsky ma i miei colleghi non la ritenevano letteratura accettabile, non riuscivano a capire perché io leggessi Dostoyevsky e non Marx o altra letteratura politica.

È stato allora che ho capito che volevo uscire da quel giro. Non volevo trovarmi in un contesto in cui leggere Dostoyevsky era considerata una perdita di tempo. Tutto ciò ha creato una rottura che è durata circa due anni, fino a quando ho lasciato la biologia per frequentare la scuola d’arte.

Annie e la sua arte

Maria Chatzichristodoulou: Crede che la tua formazione in biologia, lla conoscenza e la familiarità con un approccio scientifico in generale (come metodologia, visione del mondo, etica, estetica), abbiano influenzato la tua pratica artistica?

Annie Abrahams: No, o almeno così pensavo durante i primi anni. Quando ho deciso di lasciare la scienza per studiare arte, volevo dimenticare. Volevo liberarmi da tutto ciò che era ragionevole o formale. Volevo abbandonare tutte le regole che mi avevano insegnato. All’inizio realizzavo dipinti espressionistici e lavori che fossero il più lontano possibile dalle metodologie scientifiche. È passato molto tempo prima che cominciassi ad interessarmi nuovamente alla scienza.

Nel 1993 ho scoperto la Teoria della Complessità, è stata la prima volta che ho considerato alcune teorie scientifiche come rilevanti per la mia pratica artistica. Ho capito che la Teoria della Complessità mirava a esplorare le relazioni infinitamente complesse, piuttosto che fornire risposte finite e chiuse alle domande. Ma è stato solo quando sono stata coinvolta nell’ambito delle performance che ho capito che all’interno dei miei lavori già utilizzavo metodologie scientifiche in un certo senso.

Maria Chatzichristodoulou: Puoi approfondire questo concetto? Come utilizzi le metodologie scientifiche nei tuoi lavori?

Annie Abrahams: In realtà tutti i miei lavori nascono da una grande domanda: “Come possiamo vivere in un mondo che non capiamo?”. Nella mia arte spesso mi comporto da scienziata. Il mio lavoro è sperimentale, nel senso che le mie performance sono esperimenti. Faccio una domanda. Poi creo una situazione, usando protocolli formali e regole, che spero forniscano una risposta alla mia domanda. Non so mai quale sarà il risultato dei miei esperimenti.

Non ho mai in mente un’idea decisa a priori su quella che sarà la performance, ma faccio un’ipotesi sul processo che mi aiuta a scrivere i protocolli. Decido soltanto le regole dell’esperimento, i limiti dell’interazione. Il risultato deriva più da questa serie di protocolli che dalla ricerca di una visione estetica o di altro tipo. Quando la performance inizia, il mio ruolo è quello di osservare.

Non interferisco con il suo sviluppo. Qualunque sia il risultato per me è ottimo, perché ciò che per me è importante è l’esperimento in sé. A volte il risultato mi soddisfa più di altre… A volte, tutto questo provare e sbagliare, provare e sbagliare risulta essere un momento bellissimo, un momento che vale la pena aspettare.

La performance Huis Clos / No Exit – On Translation (2010) ad esempio, fa parte di un progetto di ricerca artistica (http://www.bram.org/huisclos/ontranslation/index.html). Questo vuol dire che uso metodi artistici per poter ottenere una risposta ad una domanda. Come accade nella ricerca scientifica, nella mia ricerca artistica cerco di porre domande chiare e di tradurre le mie ipotesi in precisi protocolli di performance. Cerco inoltre di fare distinzioni tra i miei diversi ruoli, e su come questi possano influire sull’esperimento: è importante essere consapevoli di quando e se, io sia un mediatore, un organizzatore, un operatore, un performer o un osservatore.

Spesso, specialmente se il risultato di una performance è per me fuorviante in relazione alla mia domanda iniziale, raccolgo le reazioni degli osservatori che potrebbero aiutarmi a capire meglio il processo o il risultato. I miei progetti non sono immersivi, voglio che gli osservatori rimangano ad una certa distanza, voglio farli riflettere.

Maria Chatzichristodoulou: Nel tuo lavoro ti vedi come una performer, cioè come un agente attivo in tempo reale? O magari più come qualcuno che avvia e cura situazioni/esperimenti, e poi ne osserva gli sviluppi?

Annie Abrahams: Io sono, e faccio tutto questo, ma non sempre nello stesso momento. Vedo me stessa come una performer, ma anche come parte dell’esperimento. Sono un’agente che opera entro una serie di regole, che ho io stessa ho definito.

Maria Chatzichristodoulou: Prendi in considerazione il tipo di esperienza che vuoi che il tuo pubblico sperimenti mentre partecipa ad una performace? Quanto è importante per te?

Annie Abrahams: È una domanda importante ed è difficile rispondere. Come ho detto prima, non voglio che il pubblico sia immerso nelle mie performance. Voglio che si distanzi: infatti non voglio che sia un pubblico, preferirei pensare a loro come a degli osservatori coinvolti. Questi osservatori non sono importanti per lo sviluppo del pezzo – almeno questo è il caso delle performance in cui il pubblico non è chiamato ad essere coinvolto attivamente. In questi casi sono più concentrata sul mio o sui miei partner e su quello che accade tra noi o tra me e loro, piuttosto che su coloro che ci osservano.

Intendo sperimentare cosa e quanto possiamo condividere, e come queste relazioni possano svilupparsi. Allo stesso tempo, la performance non esisterebbe senza coloro che la osservano; lo scambio non avrebbe senso senza la loro presenza.

Come artista, la performance è forse per me come un articolo per un ricercatore scientifico – cioè un modo per rendere pubblico, per condividere qualcosa che ritieni sia importante che l’altra gente sappia o senta. Quindi è chiaro che non posso esibirmi in solitudine, ho bisogno che le persone condividano il lavoro con me.

Rimane però il problema di esibirmi dal vivo, soprattutto per alcune delle mie performance che non coinvolgono attivamente il pubblico, e la domanda che ci si pone è: c’è differenza per il pubblico assistere al pezzo in streaming, nel momento in cui viene realizzato, o assistere ad un pezzo registrato e trasmesso in un secondo momento? Non credo si possa dare un’unica risposta. Questo mi ricorda che è da molto che medito sulla possibilità di realizzare un webcam movie…

Annie e la politica

Annie Abrahams: Per molto tempo il mio detto preferito è stato: “sorridi al tuo vicino al mattino”. Penso che un sorriso al mattino possa cambiare un’intera giornata e di conseguenza, fare molto di più. Sorridere è un’azione politica, forse quella che ha più effetto. Un banale e insignificante sorriso ha del potenziale molto rilevante per il cambiamento sociale. Odio la politica. Preferisco agire.


http://bram.org/9meetings/index.html

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