Un’indagine tra reale e virtuale, che abita i territori intermediali, dilata gli spazi espositivi museali e accoglie opere di artisti la cui pratica non è solita svilupparsi attraverso Internet. Così si configura l’ultimo progetto espositivo della curatrice Elena Giulia Rossi al Maxxi di Roma, NetinSpace, inserito sulla scia di un lungo percorso sulla Net Art e il suo complesso rapporto con gli spazi espositivi che il museo ha portato avanti ben prima dell’inaugurazione degli affascinanti spazi firmati dall’archistar Zaha Hadid.

L’esposizione, visibile fino al 23 Gennaio prossimo, presenta, tra le altre, le opere di tre artisti declinate tra spazio fisico – all’interno del museo ma in luoghi di passaggio non propriamente espositivi – e spazio virtuale, all’interno di sezioni dedicate del sito internet. Sono le opere di Miltos Manetas, Bianco-Valente e Katja Loher.

Katja Loher è una giovane e poliedrica artista svizzera trapiantata a New York che proprio in questi giorni (fino al 26 settembre) espone il suo nuovo lavoro Collapsocope anche nel prestigioso contesto della XII Mostra Internazionale di Architettura. Guardando i suoi lavori, transdisciplinari e intermediali, si assapora ancora tutta l’utopia visionaria delle avanguardie di inizio secolo, nel tentativo di frammentazione e ricomposizione di una grammatica che si fa opera. Allo stesso modo avvertiamo il gusto per la mixing culture, passaggio e incrocio tra media e saperi, che unisce scultura, video, installazioni, danza, architettura e strizza l’occhio al difficile quanto sempre più urgente rapporto tra Arte e Scienza.

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E’ un’indagine rigorosa quella di Katja Loher, quasi ossessiva, che passa attraverso la proiezione di video su superfici sferiche – spesso sospese – con un rimando all’organo della visione per eccellenza, l’occhio, ma anche alla forma dei pianeti. Videopianeti appunto (l’espressione è dell’artista) che trasmettono visioni di organismi semplici e complessi allo stesso tempo, regolati da insondabili equilibri e capaci di donarci immagini stratificate ed estremamente potenti sulla natura del mondo.

Con l’occhio onnisciente dell’osservatore scientifico, visione dall’alto riproposta attraverso la tecnica del bird’s eye view (la traduzione italiana più comune è “a volo d’uccello”, utilizzata però, soprattutto, per le riprese in movimento), la Loher gioca con i mille aspetti dell’identità umana e del rapporto tra individuo e collettività.

Le sue moltitudini di perfomers, coreografate in movimenti essenziali e seriali, spingono il corpo ai limiti dell’umano ritrovando le forme astratte e geometriche tipiche della visione molecolare. L’individuo si scioglie nella collettività dando vita ad immagini inaspettate e di grande energia evocativa. Un procedere sul confine tra Arte e Scienza che trova nella visione mediata e non figurativa il suo più forte denominatore comune.

Abbiamo incontrato Katja Loher e le abbiamo chiesto di raccontarci da vicino le sue pratiche e i suoi linguaggi.

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Giulia Simi: Il tuo lavoro è attraversato in modo quasi ossessivo dalla figura della sfera, che rimanda immediatamente alla forma del pianeta e a quella dell’occhio, in una metafora del meccanismo della visione e della relazione tra essere umano e mondo esterno. Ti andrebbe di raccontarci meglio i motivi che stanno dietro questa scelta?

Katja Loher: Una proiezione è una superficie che può essere plasmata in vari modi. Io creo delle manifestazioni tridimensionali del medium video. Le sfere, fuse con i video di moltitudini coreografate e viste con la bird’s eye view, creano delle costellazioni planetarie. Il messaggio è legato alla localizzazione di una nuova identità nello spazio e nel tempo. Cerco di dipingere la definizione temporanea di un’immagine globale alterata e di riprodurre – attraverso un modello – un pianeta in movimento convulso per cercare di comprenderne mutamenti e direzioni.

Nell’offrire una visione dall’esterno cerco di porre lo spettatore nel ruolo di osservatore. Come davanti a un microscopio, siamo in grado di studiare i movimenti della moltitudine per dar loro un significato, cominciamo per esempio a vedere che formano domande e lettere. La pratica di porre domande, persistente nel mio lavoro, mi permette di comunicare problematiche attraverso una metafora presente nel sincretismo artistico.

L’approccio dell’identificazione planetaria è inizialmente semplice e diviene man mano più complesso. Lo spettatore trova un oggetto apparentemente immediato – la sfera – da cui prendono inizio però infinite scoperte. Il videopianeta cambia la direzione del punto di vista dell’osservatore, perché possiamo legittimamente sospettare che sia una sorta di gigante e sfavillante bulbo oculare che ci guarda proprio nello stesso momento in cui noi guardiamo lui.

Nel lavoro più recente che è in esposizione alla XII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia
(Collapsoscope), il globo si apre, le immagini che venivano ospitate all’interno delle sfere si spargono intorno, i corpi collassano, le parole si dissolvono, ciò che rimane è un’aggressiva bellezza di centinaia di corpi e la domanda: What is the most important thing we can be thinking about right now?

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Giulia Simi: Tu lavori spesso con una moltitudine di performers, di cui dirigi una coreografia ai limiti dell’astrattismo. La visione dall’alto e i movimenti sintetici e seriali rendono i corpi dei performers quasi disumanizzati, segni di un alfabeto visivo che rimanda spesso ad un immaginario scientifico. A me sono venute in mente subito le avanguardie teatrali di inizio secolo, ma potremmo sicuramente pensare anche ai movimenti, come il Bauhaus, che hanno tentato di sviluppare una visione geometrica, strutturata, scientifica. A cosa ti sei ispirata per la costruzione di questa grammatica visuale? E anche, qual è il tuo modo di procedere nella realizzazione di queste complesse videoperformance?

Katja Loher: Il mio lavoro è multidisciplinare. Combino la forza e la sapienza di pensatori creativi e professionalità artistiche per mischiare i significati delle impressioni. Le coreografie prendono vita grazie alla collaborazione della coreografa giapponese Saori Tsukada, le sculture vengono costruite in collaborazione con l’architetto belga Hans Focketyn, l’audio è composto dal musicista giapponese Asako Fujimoto e i testi sono il frutto della collaborazione con la scrittrice svizzera Julia Sorensen.

Comunichiamo così un linguaggio artistico multidisciplinare. Ognuno copre un ruolo unico nel processo del fare arte, come un frammento di un caleidoscopio.

Attraverso la bird’s eye view osserviamo una moltitudine di persone con abiti minimali mettere in scena movimenti sincronizzati. In questa coreografia gli individui si trasformano in pattern astratti fino all’emergere finale di ornamenti tipici del caleidoscopio. Grazie a questa tecnica di ripresa, inoltre, la moltitudine ha un suo proprio ritmo distintivo che non viene avvertito come una somma di parti. Appare così una relazione tra i performers. L’aspetto della moltitudine viene definito come modello artistico e l’identità degli individui si dissolve in un’idea collettiva. Il punto di osservazione cambia quando la bird’s eye view è alternata con movimenti di zoom-in sui performers, al punto da catturarne le espressioni facciali.

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La serie di lavori più recente offre una vasta visione sul rapporto tra l’uomo e i sistemi ecologici e le loro riproduzoni artificiali. I performer/lavoratori diventano parte di una macchina, mettono in scena attraverso movimenti sincronizzati gli obiettivi che devono essere svolti nelle 24 ore per tenere in equilibrio la natura e permettere alla specie umana di sopravvivere nel nostro pianeta senza alterare il numero attuale.

La nuova produzione, che verrà realizzata il prossimo autunno, è basata su una futuristica versione del Teatro del Bauhaus. I performers si trasformano in sculture viventi. Presentano così l’idea di una geometria coreografata, l’uomo come danzatore, trasformato dal proprio costume, che si muove nello spazio. La riduzione del corpo umano in semplici forme geometriche (un cilindro per il collo, un cerchio per la testa e per gli occhi) è la principale fonte di ispirazione per questo lavoro. Riflette non solo la filosofia del Bauhaus di strappare via estetiche superflue per lasciare solo il principio funzionale, ma anche la disumanizzazione degli individui. Strappando via le loro identità, i loro comportamenti, il loro aspetto, quel che rimane sono forme geometriche che comunicano una vaga fisicità umana.

Giulia Simi: Molte delle tue opere si pongono al confine tra video e scultura – tu stessa usi il termine di video-sculture – in un rapporto fecondo e articolato con lo spazio espositivo. Qual è il tuo modo di procedere in rapporto al contesto in cui la tua opera sarà esposta?

Katja Loher: Forme e spazi caleidoscopici sono generati fuori dalla linea temporale del video. Io gioco con il contrasto tra una forma scultorea riconoscibile e i suoi continui mutamenti attraverso il video. Cerco ironicamente di adattare le leggi universali ad un modello, in un processo di compressione concettuale che ha qualcosa in comune con l’osservazione scientifica. Allo stesso tempo gioco con la scalabilità, inserendo l’infinita grandezza dell’astronomia nell’infinita piccolezza della biologia.

Scultura, video, audio, letteratura e danza si sommano insieme in un omogeneo corpo di lavoro, che rivela la sua eterogeneità solo dopo un primo sguardo. Tramite la curiosità verso un oggetto semplice, come una scultura sferica, arriviamo a scoprire i suoi lati più nascosti. Progetto le costellazioni planetarie delle mie sculture in interazione con lo spazio e il contesto esibitivo. Ho un archivio di video footage con il quale cucino le opere adattandole a un dato contesto. Vedo due strade attraverso cui arte e architettura s’incontrano: o si fondano insieme o si scontrano l’un l’altra. Lavorare con il video mi da sempre l’opportunità di spegnere la luce: nel buio l’architettura diviene invisibile.

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Giulia Simi: Veniamo alla tua opera presentata al MAXXI di Roma. In Sculpting in Air Internet s’inserisce come medium in grado di espandere lo spazio di fruizione oltre il reale. Il tuo è un gioco di sguardi in un una sorta di ménage à trois tra spettatore nello spazio reale / opera / spettatore nello spazio virtuale. C’è sicuramente un sapore voyeuristico in questa relazione, che si affianca ad una difficoltà di comunicazione uomo-macchina espressa dalle immagini della tua videoscultura. Qual è il tuo rapporto con Internet? Credi che userai ancora questo medium nella realizzazione delle tue opere?

Katja Loher: Internet rende il mio lavoro raggiungibile in qualunque momento, ovunque per chiunque. Ri-colloca il Museo nell’universo, lo disconnette dallo spazio, dal tempo, dalla moltitudine degli spettatori.

Nella mostra via internet sono visibili due video circolari: uno rappresenta il video in sé mentre l’altro trasmette in tempo reale le immagini degli spettatori che stanno guardando l’opera nello spazio fisico del museo. Sul web viene messo in scena un vero e proprio gioco tra osservatore e osservato: gli spettatori del museo sembrano guardare gli spettatori in rete mentre guardano l’opera.

Sculpting in Air, esposta al MAXXI, presenta un dialogo tra l’uomo e il linguaggio della macchina, allo scopo di investigare lo spazio tra reale e virtuale. La proiezione della performance su una grande sfera e le coreografie in diretta di figure umane che costruiscono lettere e frasi, crea l’impressione di guardare il nostro pianeta da uno spazio esterno.

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E’ così rivelato il significato della sfera. Il globo diviene un occhio quando, usando una telecamera, cattura e catapulta lo spettatore nell’opera, nello spazio e nel web. Al momento in cui gli spettatori osservano il dialogo proiettato sul Videopianeta, loro stessi vengono rivelati.


http://www.katjaloher.com/

http://maxxi.katjaloher.com/

http://www.fondazionemaxxi.it/mostre_corso_netinspace.aspx

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